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Che cos’è la “voter suppression,” dove finisce la democrazia statunitense

Il sistema elettorale statunitense esclude sistematicamente dal voto milioni di persone, specialmente tra le comunità afroamericane e ispaniche. Ecco perché cercare una soluzione all’interno dei normali meccanismi democratici è impossibile

in copertina, foto di Michael Fleshman, via Flickr

Il sistema elettorale statunitense esclude sistematicamente dal voto milioni di persone, specialmente tra le comunità afroamericane e ispaniche. Ecco perché cercare una soluzione all’interno dei normali meccanismi democratici è impossibile

La scritta “Come and take it!” si trova su molti souvenir texani: lo racconta Lawrence Wright in “Dio salvi il Texas.” È una citazione diventata iconica nel paese e riferita alla battaglia di Gonzales, nel 1835, quando i coloni texani si ribellarono al regno messicano. Anche se fu solo una scaramuccia, segnò una rottura fra i coloni e il messico, ed è considerata l’inizio dell’indipendenza texana. Oggi l’espressione è anche legata indissolubilmente al movimento per i diritti dei portatori di armi.

Il culto per le armi è una parte rilevante dell’identità texana, ma per quanto nell’immaginario comune si tratti ancora di un paese dominato da cowboy bianchi e repubblicani, che amano le armi e il petrolio, la realtà è un’altra.  La popolazione del Texas è aumentata, e oggi è il secondo stato più popoloso degli Stati Uniti: già nel 2022 si prevede che le persone di origine ispanica supereranno quelle bianche, e già oggi, ad esempio, il 50% di tutti gli adolescenti texani non è bianca.

Il partito repubblicano, dal canto suo, si trova per la prima volta da molto tempo davanti alla possibilità concreta di perdere il Texas. E per evitarlo, come riportato dal Guardian, sta cercando in tutti i modi di impedire, rendere difficile e scoraggiare il voto alle “minoranze,” in modo da favorire i suoi candidati.

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Leggi elettorali diverse possono produrre risultati diversi: è dunque evidente che si tratti di uno strumento con cui si può favorire l’una o l’altra parte politica. Succede in Italia, dove praticamente ogni anno si discute una nuova legge elettorale, e succede forse ancora di più negli Stati Uniti. Trump, ad esempio, ha vinto le elezioni presidenziali nonostante avesse incassato quasi 3 milioni di voti in meno rispetto a Hillary Clinton. Per questo motivo, si parla di voter suppression per indicare l’insieme di pratiche — spesso legali — usate per sopprimere il voto di parte della popolazione. Gli esempi sono tantissimi e risalgono alla nascita degli Stati Uniti. Un esempio particolarmente assurdo: nel 2002 il capo della campagna repubblicana in New Hampshire ebbe la brillante idea di intasare le linee telefoniche del partito avversario, per bloccare il servizio navette democratico, che aveva il compito di portare letteralmente la gente a votare.

In teoria esiste un legge federale per evitare che questo accada. Venne approvata nel 1965 da Lyndon Johnson e venne accolta come un grande vittoria del movimento per i diritti civili, al tempo reduce dalla manifestazioni in Alabama. Per farla breve, stabiliva che qualsiasi modifica sulle leggi elettorali dovesse essere rettificata dal governo federale, per verificare che non fosse discriminatoria.

Il cuore della legge, tuttavia, è saltato per via di una decisione della Corte Suprema del 2013, quando, in pratica, la più alta corte federale statunitense ha tolto ai funzionari i poteri necessari per bloccare le regole elettorali discriminatorie. Per certi versi la legge del ’65 era antiquata, pensata per gli stati del Sud più razzisti e non comprendeva le forme più recenti di manipolazione del voto, e in questo senso il suo raggio d’azione era limitato. Rivedere la legge, quindi, sarebbe stata la cosa più intelligente da fare — ma la maggioranza della corte ha evitato di dare indicazione chiare in tal senso, lasciandola semplicemente decadere.

Da quel momento, gli afroamericani che non hanno potuto votare per vizi formali sono stati 16 milioni, quattro milioni in più rispetto agli anni precedenti. Il fatto che non ci fosse più un controllo federale sulle leggi elettorali locali ha permesso a molti stati a guida repubblicana come il Texas di applicare regole più restrittive nei confronti degli elettori. La scusa che i governi locali hanno usato per approvarle è stata, ad esempio, quella delle frodi elettorali. Ma negli Stati Uniti non ci sono così tante frodi da giustificare un sistema di controllo e verifica stringente come quello promosso da queste autorità. 

I problemi delle elezioni statunitensi sono altri, come la bassa affluenza e il fatto che i repubblicani, specialmente negli ultimi anni, hanno fatto delle purghe elettorali una vera e propria strategia per vincere le elezioni.

Come ha dimostrato il caso del governatore della Georgia, Brian Kemp, che mentre correva per la carica di governatore, ha usato la sua posizione — era già Segretario di Stato — per purgare le liste elettorali della Georgia di 1 milione e mezzo di persone. I sistemi sono i più disparati. Il tuo nome assomiglia a quello di un criminale? Non puoi votare. Il tuo nome non corrisponde, anche se per un trattino, al nome riportato sulla scheda elettorale? Voto non valido. Leggi simili sono state progettate proprio per colpire in modo sproporzionato le minoranze: del milione e mezzo di persone purgate, oltre il 70 per cento era costituito da asiatici, afroamericani e ispanoamericani, perché era più probabile che fossero soggetti a errori d’ufficio.

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Non esiste un modo solo per influenzare le elezioni. Negli Stati Uniti  le cose sono complicate – o facilitate, dipende dal punto di vista — dal fatto che non esiste un sistema centrale che se ne occupi: sono quasi 4mila i sistemi elettorali presenti sul territorio federale. Il più antico metodo di manipolazione elettorale, il vero principe della manipolazione, è il cosiddetto gerrymandering. Con questo termine si indica la modifica strumentale dei confini di un collegio elettorale per ottenere la maggioranza dei seggi senza necessariamente aver preso la maggioranza dei voti. Il metodo, usato per la prima volta nell’Ottocento, è ovviamente controverso.

In pratica, a parità dei voti, una differente suddivisione dei confini elettorali può portare a risultati diversi. Prendiamo un collegio elettorale composto da 50 persone e 5 seggi da assegnare: 20 votano rosso e gli altri 30 votano blu. In questo caso la vittoria spetterebbe ai blu dal momento che hanno ottenuto più voti. Tuttavia, a seconda di come vengono disegnati i collegi, i blu possono passare da una vittoria schiacciante a una vittoria risicata, oppure alla sconfitta. Con i collegi verticali, i blu vincono con tre seggi a due; e con collegi orizzontali vincono 5 seggi a zero. Nel caso invece del gerrymandering, la divisione manipolata dei collegi permetterebbe di ribaltare il risultato. Il partito rosso, seppur con solo il 40 per cento dei voti, arriverebbe ad ottenere 3 seggi su cinque, ovvero la maggioranza, nonostante abbia raccolto meno voti.

Il gerrymandering è forse la tecnica più utilizzata, ma è anche molto esplicita, ed è difficile farla passare sottotraccia. Ci sono altri modi per scoraggiare il voto, più sottili. Si possono ad esempio rendere più restrittive le leggi sui documenti d’identità, come abbiamo visto nel caso della Georgia. Si può limitare il numero dei seggi nelle zone più popolate da una minoranza, per scoraggiarli ad andare a votare. O ancora, si può ridurre il numero delle macchine per votare, aumentando le file e il tempo di attesa tra una votazione e l’altra. In questo modo le persone che non possono prendere ferie per votare — in particolare fra le minoranze, che hanno in genere anche peggiori condizioni di lavoro — semplicemente non lo fanno.

Ci si chiede quindi quale sia l’obiettivo del voto: portare le persone a votare o evitare ad ogni costo che lo facciano?. Perché nel caso fosse quello di evitare che le persone votino, il problema del sistema elettorale americano sarebbe la democrazia stessa. Come ha detto Spencer Overton, ex consulente di Barack Obama e autore del libro “Stealing Democracy,” “quando vado da Starbucks non devo aspettare ore per un cappuccino, altrimenti l’azienda fallirebbe. In questo senso il cappuccino non può avere più importanza del voto”: Si tratta di priorità, e in America per molti anni sono state fatte delle scelte, ci si è concentrati su determinate priorità; e fra queste non c’era il diritto di voto.

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Oggi le cose potrebbero cambiare. Con la pandemia — e il pericolo che le prossime elezioni presidenziali potranno creare assembramenti, favorendo i contagi — bisogna pensare a soluzioni alternative. Attualmente si sta discutendo molto sulla possibilità di estendere a livello nazionale il voto per posta. Cioè di far sì che il voto per posta, di cui oggi si può usufruire in moltissimi stati solo se si ha un motivo valido, sia accessibile a tutti. Addirittura, si sta parlando di spedire a tutti le tessera elettorale a casa.

Gli Stati Uniti sono il paese più colpito dal contagio e le alternative non sono molte: concedere maggiormente il voto per posta, rischiare di amplificare il contagio, o rimandare le elezioni. Da una parte questa modalità a distanza potrebbe portare a votare l’elettorato meno bianco di sempre, perché faciliterebbe il procedimento a molti, specialmente tra le minoranze. Motivo per cui Trump e i repubblicani non vogliono che le elezioni si svolgano in questo modo, e preferiscono rimandare la contesa. Dall’altra però c’è il dubbio, soprattutto fra i repubblicani, che votare in questo modo possa favorire i brogli, nonostante l’esperienza di stati che già permettono questo tipo di votazione abbia dimostrato come i brogli siano stati irrilevanti. In ogni caso, riuscire ad ottenere di poter votare per posta sarebbe, senza dubbio, la giusta conclusione di una stagione di rivolte e manifestazioni mai viste in America.

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