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L’incredibile guerra tra stati e grandi aziende farmaceutiche per il vaccino

Pfizer, Moderna e AstraZeneca sono state raccontate come salvatrici del mondo, ma ora stanno venendo a galla le contraddizioni inerenti alla logica del profitto

in copertina, foto CC Lisa Ferdinando

Pfizer, Moderna e AstraZeneca sono state raccontate come salvatrici del mondo, ma ora stanno venendo a galla le contraddizioni inerenti alla logica del profitto

Il commissario Domenico Arcuri è tornato a commentare il rallentamento delle consegne di Pfizer, che ha ridotto del 29% le consegne per questa settimana e del 20% per la prossima. Per l’Italia, che finora aveva svolto le vaccinazioni con uno dei ritmi più veloci d’Europa, la restrizione delle consegne si traduce in una brusca frenata per la campagna vaccinale. In molte regioni quasi tutte dovranno essere usate per le seconde inoculazioni — quante dosi arrivano per regione, tra l’altro, l’ha deciso Pfizer unilateralmente. In Italia si è passati da vaccinare più di 80 mila persone al giorno a sole 28 mila, “poco più di un terzo,” sottolinea Arcuri. I più esposti a questi ritardi sono gli ultraottantenni, la cui fase vaccinale era appena iniziata ed è praticamente sospesa. Il ritardo delle vaccinazioni, insieme alle molte difficoltà sociali annesse, preoccupano gravemente Federanziani: finché non ci sarà una campagna vaccinale di massa i più anziani continueranno ad essere i più a rischio di perdere la vita.

Arcuri ha confermato che l’Avvocatura dello Stato sta preparando un dossier per la causa a Pfizer, “a tutela della campagna di vaccinazione e del potenziale danno causato alla popolazione.” La crisi della distribuzione dei vaccini — che ricordiamo, in Europa in questo momento sono realizzati in uno stabilimento di Pfizer, al momento fermo per lavori, e due di BioNTech — scuote tutta Europa, e non solo. Ursula von der Leyen ha ammonito l’azienda dicendo che “pacta sunt servanda,” “i patti sono da rispettare.” “Abbiamo dei contratti,” ha spiegato von der Leyen, “e abbiamo bisogno di questi vaccini adesso.” Il contrasto tra la situazione attuale di Pfizer e l’aura da salvatori con cui la stampa e la politica avevano incensato l’azienda solo poche settimane fa è stridente: non solo per il ritardo, ma anche per la completa mancanza di trasparenza da parte dell’azienda nella gestione delle dosi, che ha lasciato i governi europei a dover improvvisare spiegazioni a una popolazione giustamente allarmata, e a rivedere la complessa logistica della distribuzione dei vaccini. 

Questa situazione si sta ripetendo in tutto il mondo, in realtà: gli stati nordamericani lamentano la scarsità di dosi, e non è chiaro perché queste non ci siano: le aziende accusano gli Stati Uniti di non averne ordinate abbastanza, e di essersi fatti “passare davanti” dagli altri stati. Ma, come sappiamo, le filiere di produzione dei vaccini sono separate tra Stati Uniti ed Europa. Al governo canadese invece Pfizer non è stata nemmeno in grado di confermare quando le consegne torneranno ad essere regolari, causando una crisi politica e un siparietto ai limiti dell’assurdo: il premier dell’Ontario Doug Ford ha detto che il Primo ministro Trudeau dovrebbe “cacciare un petardo su per il… yin yang del tizio di Pfizer.” (È una cosa che è successa davvero) 

Come abbiamo già scritto, per garantire una produzione dei vaccini diffusa in tutto il mondo e a prezzi economici è necessario sospendere la proprietà intellettuale e i segreti commerciali in materia. È un problema che i paesi più sviluppati pensavano di aver scansato con la forza bruta, pagando per molte più dosi di quelle di cui avevano bisogno, alimentando una “corsa agli armamenti” tra aziende private. Il caso del Canada è particolarmente grave ed esemplare: il paese ha prenotato nove dosi di vaccino per ogni persona da vaccinare, regalando soldi alle grandi aziende farmaceutiche. Ciononostante, visto che solo pochissime aziende sono arrivate all’approvazione di un prodotto in tempi utili, aver creato un ampio “portafoglio” di vaccini non serve a nulla: le dosi prenotate ad aziende che consegneranno nel 2022 è come se non esistessero. 

Le tensioni senza precedenti tra grandi aziende farmaceutiche e stati non si fermano a Pfizer: ieri il direttore generale della salute sudafricano Anban Pillay ha denunciato che il paese — il più gravemente colpito dalla pandemia nel continente africano — pagherà il vaccino di Oxford più del doppio degli stati europei. Pillay ne ha parlato al Business Day, spiegando che il Sudafrica pagherà 4,3€ a dose per il vaccino Covishield — il vaccino “di Oxford” prodotto dall’Istituto Serum in India. AstraZeneca vende le dosi dello stesso vaccino all’Unione europea a 1,78€, e aveva promesso che nessuna dose del vaccino sarebbe costata più di 2,5€. Chiedendo spiegazioni, l’azienda ha detto a Pillay che lo sconto agli stati europei è perché hanno contribuito ai costi di ricerca e sviluppo.

Sembra che i media e la politica abbiano scoperto l’acqua calda: le aziende private sono sistematicamente pronte a ingannare, deformare i dati, promettere l’impossibile per raccogliere fruttuose commissioni. Finora, parlando di vaccini, la stampa ha preferito concentrarsi su teorie del complotto più o meno realistiche e pericolose, perché molto più appetibili e remunerative per le grandi piattaforme social ed editoriali. Ma così facendo ha lasciato in disparte le criticità vere del processo politico internazionale che ha portato a una campagna di vaccinazione globale diseguale e troppo lucrativa per le aziende private coinvolte. Eppure i segnali c’erano fin dall’inizio, dalla flessibilità dei prezzi per singola dose, che era stata ignorata grazie alle promesse di prezzi economici e bloccati da parte di AstraZeneca — promessa che, ora sappiamo, è già stata infranta.

L’emergenza continua

Accelerare sulle vaccinazioni, intanto, resta l’unica soluzione sul lungo periodo per il nostro continente, dove ormai il virus è troppo pervasivo per realizzare tracciamento dei contatti, e dove l’economia è vicina al punto di rottura in seguito ai lockdown più rigidi della scorsa primavera. Per questo, l’Unione europea ieri ha definito per la prima volta le “zone rosso scuro:” una nuova categoria a livello europeo per le regioni in cui il virus sta circolando con particolare intensità, per uscire dalle quali sarà necessario mostrare un test negativo. La misura vuole scongiurare la chiusura dei confini nazionali attivata da diversi stati membri nel corso dei primi lockdown della scorsa primavera, in modo da mantenere il mercato unico quanto più possibile integro. Nei prossimi mesi, però, ci saranno molte decisioni difficili da prendere, e sarà complesso evitare azioni unilaterali. Ieri il Primo ministro belga Alexander De Croo, parlando con l’emittente pubblica VRT, ha dichiarato di essere contro la possibilità di aprire agli spostamenti non essenziali oltre i confini nazionali. Dopo il picco spaventoso dello scorso ottobre, nel paese il contagio resta a livelli allarmanti, ma più contenuti rispetto a quelli dei paesi confinanti. Macron ha confermato al Consiglio europeo che da domenica per entrare in Francia sarà necessario mostrare un test molecolare negativo effettuato nelle 72 ore precedenti, una misura che anche altri stati starebbero prendendo in considerazione.

Un’azione particolarmente rigorosa sarà necessaria per evitare la diffusione in tutta Europa di nuove mutazioni del virus, che come si è potuto vedere tendono ad essere più contagiose del “semplice” SARS–CoV-2. Finora, le varianti hanno interessato un numero relativamente basso dei casi all’interno dell’Unione, ma la situazione del Portogallo allarma tutto il blocco. Nel paese, la variante B.1.1.7, per la prima volta identificata nel Regno Unito, costituisce già il 20% dei casi, e entro la settimana prossima potrebbe arrivare al 60%. Il governo di Antonio Costa ha annunciato la chiusura delle scuole per le prossime due settimane — senza didattica a distanza. Una strategia che però sembra impossibile da mantenere, perché difficilmente il contagio tornerà sotto controllo in soli quindici giorni, e sarà necessario pensare a un modello per la scuola per le settimane successive. Nel mese di gennaio il numero di casi nel paese è aumentato drasticamente, arrivando a livelli mai visti in Portogallo: ieri sono stati conteggiati 13.544 casi, solo una piccola flessione rispetto ai dati del giorno precedente, che costituivano il numero più alto mai registrato dall’inizio della pandemia — 14.647 casi giornalieri.

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