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Milano deve fare di più per difendere i propri spazi sociali

Circoli che chiudono, spazi occupati sotto sgombero, una crisi abitativa che si trascina da anni: per risollevare la città dalla crisi dovuta alla pandemia non bastano gli spot

in copertina, foto via Facebook

Circoli che chiudono, spazi occupati sotto sgombero, una crisi abitativa che si trascina da anni: per risollevare la città dalla crisi dovuta alla pandemia non bastano gli spot

“Milano è sempre quella perché non è mai la stessa.” L’ultimo spot di Yes Milano, il canale di promozione della città, ha ragione. O meglio aveva. Molti locali e realtà che costituivano una parte importante della vita culturale e sociale di Milano sono stati costretti a chiudere, in seguito alla pandemia e alle sue conseguenze economiche. “Ci abbiamo provato fino all’ultimo respiro,” ha scritto lo staff del Serraglio annunciando la propria chiusura. “La nostra è stata una decisione presa con tristezza e dolore, ma con assoluta responsabilità verso l’associazione e la sua storia, per evitare – prima che fosse troppo tardi – debiti, spese, cambiali,” ha fatto invece sapere Ohibò. Serraglio e Ohibò sono forse le due realtà più note che hanno dovuto chiudere i battenti, ma non sono purtroppo gli unici.

In modo meno ovvio, anche molti spazi occupati hanno un futuro incerto. Il Circolo Lambretta, Cascina Torchiera e il Ri-make, molto attivi durante il lockdown con attività di solidarietà come la spesa per gli anziani soli e in difficoltà, rischiano lo sgombero. In questo caso la ragione non è strettamente contabile, quanto piuttosto data dalla decisione del Comune di Milano di pubblicare un avviso per la manifestazione di interesse su 25 beni “in disuso,” in cui sono inclusi i locali occupati da queste realtà: tra cui, appunto, Cascina Torchiera e l’ex liceo Omero occupato da Ri-Make a Bruzzano, entrambi di proprietà comunale. L’obiettivo, secondo quanto dichiarato dall’avviso è la “valorizzazione” degli spazi “abbandonati’. La definizione burocratica di “edifici in disuso”, in cui rientrano sia Ri-Make sia Cascina Torchiera nell’avviso pubblicato dal Comune, non rispecchia però il valore sociale di questi centri, che hanno costituito un vero e proprio modello alternativo e riportato al centro della discussione il valore dei quartieri.

“Il punto vero e difficile è che le norme che noi abbiamo non permettono una linea di interlocuzione privilegiata: se devo regolarizzare uno spazio lo devo mettere a bando e nel bando possono risultare vincitori gli attuali occupanti o altri,” ha detto il sindaco Beppe Sala ai microfoni di Radio Popolare, riconoscendo che gli “spazi sociali forniscono una produzione culturale alternativa, un’aggregazione a basso costo.” Non si capisce allora il perché di una decisione così aggressiva verso queste stesse realtà.

—Leggi anche: Staffette alimentari e solidarietà: a Milano gli attivisti coprono le mancanze delle istituzioni

Abbiamo parlato con Sara, che fa parte del collettivo Ri-Make. “Siamo rimasti sorpresi da quello che è successo. Lo spazio vogliono metterlo in vendita, cosa che hanno fatto due anni fa quando ci hanno sgomberato da Affori, e tra l’altro non hanno ancora venduto l’edificio.” Sara si occupa soprattutto dello “Sportello baby sitting” e del centro estivo per bambini. Ogni settimana i responsabili del progetto centro estivo incontrano i genitori per definire le attività per i propri figli.“Si tratta di famiglie rimaste fuori dai centri estivi tradizionali. Più di una è una mamma single, c’è chi non ha ricevuto il bonus baby sitter; oppure ci sono casi di persone che semplicemente sostengono il modello alternativo di Ri-make”.  

Il futuro è incerto ma il collettivo ha deciso di proseguire sulla strada del dialogo con le istituzioni: “Abbiamo fatto una riunione questa domenica, e abbiamo intenzione di rispondere al bando raccontando cosa abbiamo fatto e cosa vogliamo fare. Siamo ancora in una fase preliminare di studio. Il problema del bando è che è molto rigido, noi rispondiamo alle esigenze del quartiere”. Una realtà come questa, infatti, non nasce a scopo di lucro ma semplicemente come centro di aggregazione e solidarietà — cosa che rende ancora più complesso presentarsi a una gara come il bando. Parallelamente Ri-Make ha infatti iniziato un percorso per farsi riconoscere dal Comune come “Bene comune”, grazie all’aiuto di alcune associazioni auto-gestite a Bari e a Napoli e ad alcuni avvocati. “Ci interessava essere riconosciuti per evitare quest’ansia dello sgombero”, commenta Sara.

Il Comune, tuttavia, non sembra riuscire a riconoscere capitali diversi da quello finanziario. Questi centri di aggregazione, a Milano come in altre città, sono diventati presidi di umanità e solidarietà, e durante il lockdown hanno giocato un ruolo cruciale nell’arrivare dove le autorità pubbliche non potevano — o non volevano — riuscire ad agire. Un buon esempio sono le Brigate di Solidarietà, che con iniziative come le spese solidali hanno fornito un aiuto preziosissimo persone rimaste fuori dalle maglie dell’assistenza “ufficiale.” Se chiude anche solo uno di questi posti, nei quartieri cantati dal video di Yes Milano, si toglie un capitale umano difficile da sostituire. 

La pandemia ha portato a galla tutte le contraddizioni di Milano, e ha reso più pressante pensare a un futuro sostenibile per la città e chi la abita. Una città che non riesce a trovare posto nei nidi pubblici a 3000 bambini, dove circa 270 famiglie rischiano lo sfratto in via Tolstoj perché Reale Mutua ha deciso così — un’emergenza che sembra, per fortuna, rientrata — e dove la violenza sulle donne negli spazi pubblici e privati continua a essere un problema. A luglio, in pochi giorni, ci sono state 7 violenze sessuali in luoghi pubblici, dai Navigli al parco Monte Stella — Milano può contare una poco invidiabile media di circa 7 mila denunce per delitti e 14,8 per violenze sessuali ogni 100 mila abitanti, un dato molto alto rispetto al resto del paese.

Oggi la città, nonostante le chiusure e la crisi, sta cercando una nuova normalità, che passa da centri di aggregazione culturale come questi. Nonostante la minaccia di sgombero, nell’ex liceo Omero di via del Volga, il collettivo Ri-make sta progettando di ristrutturare una parte dello spazio per consegnare al quartiere un’aula studio agibile per studenti e universitari. Il Cinema di ringhiera, organizzato dal Nuovo Cinema Armenia e Asnada, è tornato a riempire i cortili (a distanza di sicurezza) di Dergano a giugno. Anche il cinema del Giambellino riprenderà le proiezioni dopo che l’Antitrust ha sbloccato il divieto per le arene gratuite all’aperto. 

La liberalizzazione degli spazi per bar e ristoranti, per il mantenimento del distanziamento sociale, ha portato a pedonalizzare parzialmente alcune aree, che come NoLo erano già predisposte per una misura più dimensionata. Questi modelli, a Milano, hanno sempre convissuto assieme ad aspirazioni da città esclusiva e gentrificata nel solco del modello Expo, in cui è possibile trovare una fascia di consumatori disposta a pagare 8 euro una sdraio e un ombrellone all’ombra del vetro e del cemento delle Tre Torri.

Nel mondo reale, la crisi abitativa che esisteva prima del lockdown si è solo acuita. Milano è la città più cara d’Italia: servono in media 630 euro per una stanza. Più volte esponenti della giunta si sono detti preoccupati della questione, non da ultimo il sindaco Sala, ma finora non si sono viste proposte decise o misure efficaci per tamponare quella che è diventata una vera e propria emergenza — l’ultima “iniziativa” sono state le lamentele del sindaco sulla discrepanza salariale tra Nord e Sud. La contraddizione tra qualità della vita e busta paga è un conflitto che vivono soprattutto le famiglie e i giovani precari o chi si affaccia al mercato del lavoro, come i neolaureati — che non pagheranno 8 euro per una sdraio sotto il bosco verticale, ma sono una parte fondamentale di Milano.

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