Il collettivo Checkmate sarà in Bosnia fino al 7 novembre, per documentare il “gioco” crudele a cui sono costretti i migranti che vogliono oltrepassare il confine.

“The Game” è il termine usato dai migranti in transito lungo la rotta balcanica per definire, con amara ironia, i tentativi di superare la frontiera. È un “gioco” che si ripete molte volte, a fronte dell’impermeabilità e della massiccia militarizzazione della frontiera. Ma per entrare nell’Unione europea spesso non c’è altra scelta: ci si riempie lo zaino del necessario, ci si prepara psicologicamente a moltissime ore di viaggio e si inizia a camminare, nel buio della notte, attraverso le foreste di confine.

“Abbiamo camminato per cinque notti ma poi ci hanno catturati e manganellati urlandoci addosso che non saremmo mai più dovuti tornare in questo posto,” dice Abed, pakistano, 43 anni. “Ho perso il conto delle volte che ho fatto il gioco. Sono stato picchiato e derubato di fronte agli occhi dei miei figli. Siamo persone istruite e io vengo da una buona famiglia, veniamo trattati come animali dalla polizia Croata,” dichiara Azam, 39 anni, afghano. Sono alcune delle testimonianze raccolte lo scorso agosto dal corrispondente del Guardian Shaun Walker.

In Bosnia, al 5 luglio di quest’anno, i migranti in transito registrati erano 8081 e gli arrivi, tenendo anche in considerazione la stagionalità dei movimenti, si stanno intensificando.

Le persone in movimento lungo il territorio bosniaco provengono principalmente dall’Asia meridionale — Pakistan, Afghanistan, Bangladesh e Sri Lanka — e dal Medio Oriente — per la maggior parte dalle aree del Kurdistan iraniano e iracheno e dalla Siria. Con numeri meno rilevanti, la rotta viene percorsa anche da uomini e donne provenienti dall’Africa, solitamente per la semplice ragione che il mare viene visto come un ostacolo troppo difficile da superare e la Libia un Paese estremamente pericoloso da valicare. I Paesi rappresentati sono Marocco, Algeria, Tunisia, Nigeria, Eritrea e, anche se in modo più esiguo, Congo. Questo gruppo eterogeneo di persone si trova a percorrere la direttrice Grecia-Albania-Montenegro-Bosnia-Croazia, che sembra aver rimpiazzato il tragitto che fino all’inizio del 2018 passava dalla Macedonia e dalla Serbia.

(Mappe via Viedifuga Agensir)

Il reportage

Il nome “Checkmate” riflette la condizione di vita imposta ai migranti lungo la rotta balcanica, secondo cui se fai la mossa sbagliata il tuo percorso migratorio si interrompe e sei obbligato a far retromarcia tornando al punto di partenza. Come collettivo saremo impegnati soprattutto nelle città di frontiera di Bihać e Velika Kladuša, principali realtà nelle quali i migranti sostano prima di riprendere il loro cammino. Più di duemila persone — i numeri difficilmente riescono ad essere precisi, dato il continuo flusso di persone in transito — sono attualmente intrappolate a pochi passi dal confine bosniaco-croato. I tentativi di superamento della frontiera sono quotidiani, e così i respingimenti.

Centro d’accoglienza di Bihać

Centro d’accoglienza di Bihać

Il nostro reportage si pone l’obiettivo di raccontare ogni settimana ciò che succede al campo ufficiale di Bihać, che ospita più di 800 persone ed è diretto dalla Croce Rossa locale, e nel “campo informale” di Velika Kladuša, che accoglie all’incirca 250 persone e che non è seguito da istituzioni statali ma da “Sos Team Kladuša,” realtà associativa locale, e dall’organizzazione spagnola “No Name Kitchen,” che operano per sopperire all’assenza delle istituzioni bosniache.

Accampamento di Velika Kladuša

Accampamento di Velika Kladuša

Il nostro lavoro andrà avanti fino al 7 novembre. Racconteremo il “game” di alcuni migranti, le storie di chi abita la zona di frontiera e le ripercussioni di questa situazione sulle loro vite, il lavoro delle organizzazioni che assistono i migranti in loco, la militarizzazione del confine, le generazioni perdute — ovvero tutti i bambini e gli adolescenti che vivono senza la certezza di un futuro, non vanno a scuola, abitano in “non luoghi,” terre di transito ai margini della società. Nella sesta settimana tireremo le somme di tutto quello che è successo in un mese e mezzo, aggiornando i lettori rispetto al “game” intrapreso alcune settimane prima, raccontato nella prima parte del reportage.

L’ultimo tassello di questo puzzle riguarderà le storie di alcune persone che respirano l’aria europea già da alcuni anni. Intervisteremo ex migranti inseriti nel contesto italiano, racconteremo come le loro vite sono cambiate e cercheremo di capire se il “sogno europeo” si è infranto o è stato esaudito.

Gli autori

Il collettivo “Checkmate” è composto da due cineasti, Luca e Francesco e da Paolo, ex operatore d’accoglienza. Dopo alcuni mesi di viaggio lungo la rotta balcanica, Paolo, rientrando in Italia, si rende conto che non è possibile lasciarsi alle spalle tutte le immagini di famiglie, uomini, donne e bambini in cammino nei Balcani, fermi alla frontiera in attesa di trovare la mossa giusta per sfuggire da quella trappola infernale.

Paolo chiama Luca: “Dobbiamo fare qualcosa.” Tra mail, telefonate e incontri faccia a faccia inizia la loro collaborazione, che coinvolge sin dall’inizio anche Francesco, cineasta amico di Luca. Il collettivo checkmate nasce così, dall’unione di tre ragazzi provenienti da città distanti e percorsi di vita diversi tra loro, ma con lo stesso “mal di frontiera.”

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