Dalla leva militare obbligatoria alla polemica sul “genitore 1,” il pensiero reazionario del governo è tanto più pericoloso quanto più separato dalla realtà.

Non bisognerebbe dare troppa importanza alle esternazioni quotidiane di Matteo Salvini, che obbediscono a una strategia di comunicazione improntata all’iperstimolazione informativa: come gli squali che secondo una leggenda metropolitana non possono mai smettere di nuotare (a quanto pare tra l’altro non è vero), Salvini dissemina impulsi a flusso continuo, perché altrimenti smette di esistere. In questo modo detta l’agenda dei media — e delle opposizioni — mantiene alta l’attenzione su se stesso e saggia i limiti del proprio consenso, misurando in tempo reale le reazioni dei propri follower, spesso esplicitamente, con la formula del sondaggio (“Siete d’accordo?”).

Questi impulsi non assumono quasi mai la forma di una proposta politica concreta, — di qui l’enorme sproporzione tra le parole e i fatti di questo governo — ma si fermano al livello di suggestione propagandistica: come i tratti di una pittura impressionista, non descrivono mai compiutamente ciò che si vorrebbe realizzare — esempio: reintrodurre il servizio militare obbligatorio, con quali modalità? Con quali soldi? Quando? — ma si limitano a suggerirne vagamente i contorni. Per questo non sono molto utili per capire quali provvedimenti saranno poi effettivamente varati, anche perché ogni dichiarazione trova puntualmente la sua smentita, almeno parziale, entro 24 ore; ma servono a comprendere l’idea del mondo sottintesa da tutte queste prese di posizione.

Cosa se ne ricava? Che il nome sulla confezione — di impronta chiaramente pentastellata — recitava “governo del cambiamento,” ma una definizione più esatta sarebbe stata “governo della restaurazione,” o semmai “governo del cambiamento regressivo.” Tutti i sogni di Salvini — che qui assumiamo a portavoce dell’intero governo, data la totale confusione che regna tra le proposte politiche del M5S — sono incardinate, anche simbolicamente, su un’azione di ripristino, di respingimento: il respingimento delle navi umanitarie che portano i richiedenti asilo in Italia, ma anche il ripristino della leva militare obbligatoria “per insegnare ai nostri ragazzi che esistono anche i doveri,” o il ritorno alla dicitura “madre-padre” al posto di “genitore 1-genitore 2” (un tormentone che ha tenuto banco nei giorni scorsi nonostante fosse basato su un fatto inesistente.)

Il nome sulla confezione recitava “governo del cambiamento,” ma una definizione più esatta sarebbe stata “governo della restaurazione”

Le sue dichiarazioni sono piene di verbi come riportare, rimettere, reintrodurre, ritornare, e i due slogan principali (Stop invasione e Prima gli italiani) hanno a che fare con l’area semantica della collocazione spaziale: c’è qualcuno che si deve fermare e qualcuno che deve tornare in prima fila, con una manovra di inversione.

Lo schema narrativo è chiaro: l’Italia è precipitata in una qualche forma di caos e c’è bisogno dell’intervento di un uomo forte, un capitano, che nonostante l’opposizione di buonisti, rosiconi e George Soros, si impegni per invertire la rotta e ristabilire l’ordine perduto. Non c’è nulla di nuovo: il vagheggiato ritorno a un passato semi-mitico in cui regna indisturbata la Tradizione con la T maiuscola — dalla “famiglia tradizionale” al “buon cibo italiano” che qualcuno vorrebbe togliere dalle nostre tavole — fa parte da sempre dell’immaginario delle destre, e di solito funziona come arma per opprimere i diritti di una o più minoranze.

Beninteso, nessuno dice che tutte le forme di progresso o di cambiamento siano intrinsecamente positive o desiderabili, e infatti a questo governo non piacciono indiscriminatamente tutte le forme di “restaurazione” — per esempio, al M5S piace l’idea di riportare i flipper nei bar ma non di reintrodurre l’articolo 18, nonostante quattro anni di campagna a favore. Ma il tratto peculiare del pensiero reazionario delle destre sovraniste è una pressoché totale mancanza di realismo e di lungimiranza, ovvero di una visione d’insieme. Ed è questo ciò che lo rende particolarmente pericoloso.

La visione d’insieme manca perché gli obiettivi sono largamente falsati dall’immagine di partenza. Salvini insegue dei fantasmi: sogna la prosperità di uno stato etnico che non è mai esistito, e il passato stesso del suo partito — peraltro un passato recente — insegna che anche dove non ci sono gli africani ci sarà sempre un gruppo in fondo alla scala sociale da usare come capro espiatorio per i mali degli altri. Allo stesso modo, il securitarismo risponde a un’esigenza immaginaria, tutta confinata nella percezione, che ignora completamente il calo della criminalità testimoniato dalle statistiche.

Il problema è che per ritornare a un passato immaginario è necessario affrontare e, appunto, invertire i cambiamenti che hanno investito le società umane negli ultimi decenni, e Salvini e i suoi sono sinceramente convinti di poterlo fare a colpi di decreti legge e circolari ministeriali. In primis le migrazioni: nonostante una decina d’anni di provvedimenti repressivi rivelatisi completamente inefficaci, e tutte le analisi credibili che parlano delle migrazioni dall’Africa come un fenomeno in crescita da affrontare necessariamente con una visione di lungo periodo, il ministro pensa davvero di poter sigillare i confini italiani e soprattutto fare in modo che le persone non partano più dando qualche soldo a qualche paese africano.

Persuaso dalla teoria del complotto del piano Kalergi, cioè che ci sia un “progetto per non far fare figli agli italiani” — parole sue — e rimpiazzarli con la popolazione immigrata, il disegno politico della Lega, condiviso da tutte le nuove destre nazionaliste europee, si muove su questo doppio binario: fermare l’immigrazione e invertire il declino demografico per “riportare” la nazione a una grandezza fondata sull’omogeneità etnica e sulla fecondità naturale — inseguendo un sogno fascistoide che era anacronistico già un secolo fa.

Nel 1861, data dell’unità italiana, la popolazione era circa un terzo di quella attuale. È chiaro che il declino demografico può essere un problema in sé solo per i razzisti, che immaginano una gerarchia tra i popoli iscritta nei geni. Per tutti gli altri, si tratta di un problema relativo alla sostenibilità del sistema di welfare: il punto non è il calo della popolazione, che potrebbe tornare anche ai livelli del 1861 e nessuno sarebbe ancora a rischio di estinzione, ma il calo della popolazione in età produttiva. È quello che timidamente provava a far notare a Salvini il presidente dell’Inps Tito Boeri, durante una polemica di qualche settimana fa, beccandosi in risposta l’accusa di vivere su un altro pianeta.

Che idea ha Salvini dello sviluppo globale, per dire, dei prossimi vent’anni? Come immagina la distribuzione delle risorse a livello planetario?

Al contrario, chi sembra non avere molto chiaro lo stato attuale delle cose sulla Terra — dove la popolazione sta tutt’altro che diminuendo — è proprio Salvini, la cui visione politica non appare in grado di superare gli angusti confini nazionali che vorrebbe sigillare. Che idea ha Salvini dello sviluppo globale, per dire, dei prossimi vent’anni? Come immagina la distribuzione delle risorse a livello planetario? L’Europa dovrebbe tornare ad avere un tasso di fecondità paragonabile a quello dell’India? Sono domande che dovrebbero farsi i suoi elettori.

La crescita attuale delle destre in tutto il mondo può essere letta come una poderosa reazione all’emergere di un doppio cambiamento epocale, nato dalle contraddizioni dello sviluppo economico capitalista e percepito come un’umiliazione dai ceti medi europei e nordamericani: la perdita di centralità dell’Occidente bianco — ovvero le popolazioni un tempo assoggettate al dominio coloniale europeo che tornano a chiedere il conto — e il lento declino dell’ordine sociale patriarcale. Franco “Bifo” Berardi parla a questo proposito di “supremachismo,” per indicare il mix di suprematismo bianco e risentimento maschilista che si ritrova nel calderone ideologico delle nuove destre e che spesso assume forme violente, dalle stragi degli “incel” agli spari contro gli stranieri.

La violenza diventa l’unico sbocco possibile di fronte all’impossibilità di riportare indietro le lancette dell’orologio ai “bei tempi andati.” La dimensione della propaganda è destinata a scontrarsi con la realtà politico-economica del presente: quando i sovranisti nostrani si accorgeranno di non poter fermare le migrazioni e rilanciare lo sviluppo del paese con un’inversione dell’andamento decrescente della natalità, cosa faranno?


In copertina: il ministro dell’Interno nel pieno dell’esercizio delle sue funzioni, via Facebook.

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