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“Risulta infatti dai loro annali […] che in origine le abitazioni erano basse, dall’aspetto di capanne e tuguri, costruite alla meno peggio con legname di ogni genere, pareti di fango e tetti spioventi di paglia. Adesso invece ogni edificio è costruito in stile ammirevole […] I tetti sono orizzontali, ricoperti di materiali che non costano nulla, superano il piombo nella resistenza alle intemperie e sono per giunta incombustibili. Proteggono inoltre dal vento finestre dotate di vetri, d’uso comunissimo nell’isola […]”

È con queste parole che Tommaso Moro, nel 1516, testimoniava lo sviluppo magnifico della sua Utopia: un’isola ideale dove la popolazione nativa, attraverso il susseguirsi delle generazioni, aveva edificato il proprio impero. La geografia dell’isola, descritta minuziosamente, è una delle componenti determinanti perché la società perfetta di Moro possa stabilirvisi.

Inaspettatamente, quel territorio immaginario presenta alcune similitudini con il paesaggio su cui, passeggiando per Milano, si osservano comparire avveniristiche isole urbane gentrificate. In alcuni quartieri della metropoli si ergono dalle ceneri dei vecchi detriti isole d’utopia, eccezionali non soltanto alla vista, quanto per il contrasto rispetto al resto della città, mantenendo allo stesso tempo una coerenza interna — o omogeneità.

Prendendo ad esempio Porta Nuova, si nota a un primo sguardo come l’area interessata dal progetto si stia allontanando dai precedenti modelli di sviluppo: la coerenza interna nel cosiddetto international style degli edifici manca di continuità affiancato allo stile di metà Novecento predominante a Milano. Allo stesso modo, si tratta di un’area peculiare anche economicamente: si stima che proprio nella porzione di Porta Nuova e dintorni si concentrino quasi un quinto degli uffici presenti in tutto il capoluogo.

Il valore economico eccezionalmente elevato di quel suolo fa corrispondere all’architettura coerente una composizione sociale omogenea, essendo pochi i residenti che possano permettersi prezzi tanto elevati.

E, proprio come Moro immaginava per le città di Utopia, tra questi ricchi residenti vige una certa omogeneità – uguaglianza interna, per possibilità economiche ed estrazione sociale – che, tuttavia, non è rappresentativa di una società nella sua interezza. Per meglio dire, l’utopia egalitaria di Moro si realizza all’interno dell’isola felice di via Pirelli o poco più in là, ma non comporta alcun sollievo per i cittadini che abitano oltre il confine invisibile, dove la disuguaglianza sopravvive intoccata. Porta Nuova è perciò un esempio di gentrificazione: un’area circoscritta in cui affluiscono nuove risorse a riqualificare le costruzioni preesistenti, convertita in un distretto esclusivo dall’alta concentrazione di investimenti.

Isole gentrificate come questa diventano, non appena si montano le prime impalcature, “dei porti sicuri, che accolgono navi d’ogni genere con gran profitto per gli abitanti” nelle parole di Moro. Nella realtà milanese invece, l’enfasi non è posta sulla partecipazione delle persone — se non in veste di consumatori e dunque destinatari dell’offerta — bensì sulla mobilitazione di capitale, ovvero sugli utili. Milano non è che terra fertile per “immobili di pregio”; considerata “l’unica città in Italia capace di attrarre investimenti da tutto il mondo e con un mercato immobiliare in costante fermento,” per citare China Investment (società finanziatrice dei Giardini d’Inverno).

La torre Galfa
La torre Galfa

Se Utopia era una realtà paranormale – che, con la realtà storica europea, non aveva mai avuto contatti né mai ne avrebbe avuti – i quartieri gentrificati si aprono come squarci nel tessuto sociale, o isole sul piano urbanistico, pur mantenendo al loro interno un regime di vita conforme. Le nostre isole non sono luoghi d’esilio, sono distanti solo idealmente. Non ci sono bastioni né fossati a circondarle; eppure, in termini di accessibilità, non tutti i cittadini possono permettersi di vivere al loro interno, né di apprezzare lo stile di vita che vi si promuove.

Questa discriminazione si può sostenere facendo riferimento alla tesi di Neil Smith, geografo e teorico della gentrificazione. La premessa alla sua teoria è che, da un punto di vista sociologico, si può individuare una classe consolidata di colletti bianchi, ovvero professionisti impiegati nel settore terziario o finanziario. Questa classe si distingue come frazione definita nell’esercito dei consumatori, dal momento che può permettersi una residenza di lusso e, soprattutto, la considera anche “culturalmente” desiderabile. Prendendo ad esempio un appartamento esclusivo attorno a Porta Nuova, questi potenziali acquirenti si troveranno disposti a investire il proprio denaro in cambio di comfort specifici — precisamente, per citare il progetto immobiliare di via Pirelli (33): green comfort, benessere psicofisico e sicurezza della persona.

Con ogni probabilità, i futuri proprietari non saranno gli attuali abitanti dei sobborghi, ma apparterranno a una minoranza già agiata. La costruzione di nuovi “immobili di pregio” in centro non comporterà un’accelerazione della mobilità sociale, né un aumento della domanda. Inoltre, l’uniformità della domanda all’interno di questa classe di consumatori — ovvero l’attitudine individuale per cui tutti i suoi membri esercitano da consumatori una preferenza per i medesimi prodotti — rivela un’appartenenza di classe a livello transnazionale. In un mondo globalizzato, l’élite economica milanese si relaziona non tanto alla propria città o nazione, quanto alle élite straniere; anche in termini di preferenze di spesa, di tendenze di mercato, i parametri sono dettati internazionalmente.

Non necessariamente, specifica Smith, l’omogeneità delle scelte d’investimento delle classi più alte rivela un “pilotaggio” globale del consumatore. Domanda e offerta sono forze che intervengono simbioticamente: la domanda dell’élite non ha causato da sé la costruzione dei nuovi palazzi, per le stesse ragioni per cui la loro costruzione non è sufficiente a stimolare la formazione di un’élite e la conseguente domanda di prodotti mirati. Là dove esiste un gruppo di individui che condividano le stesse possibilità economiche e gli stessi bisogni — dunque, una classe omogenea — esiste un’offerta “targettizata” che risponde a questi bisogni. L’unica fase direttamente determinata dagli acquirenti è la forma (letteralmente, il packaging) che questi prodotti assumeranno.

Insomma, l’omogeneità che immaginava Moro ha finito per ampliare un mercato, piuttosto che garantire giustizia sociale.

C’è però un dettaglio non trascurabile che Moro aveva previsto, quando scrisse che le città dovevano essere “quasi tutte uguali per […] costumi, ordinamenti e leggi, identiche anche per quanto concerne il progetto ed in certa misura le apparenze.” Anticipando i pensieri di un qualunque osservatore della globalizzazione, aggiunse che, ad Utopia, le città “sono talmente simili tra loro […] che chi ne conosce una le conosce tutte.” Questo fenomeno ha accompagnato, culturalmente, la formazione di una classe media dai principi e dai gusti conformati in tutto il mondo; economicamente, la resurrezione di aree in via di sviluppo la cui architettura, per ammissione stessa dei loro progettisti, si vanta di essere compiutamente global (lo ha dichiarato l’archistar di Porta Nuova, Caputo).

Il parcheggio di COIMA
Il parcheggio di COIMA

I distretti commerciali e finanziari hanno già da anni iniziato ad assomigliarsi spaventosamente, nonostante le evidenti differenze nel carattere regionale tra un capoluogo come Milano rispetto a, per esempio, Londra. Di nuovo, vale la pena notare come esista una forma di uguaglianza se si comparano le condizioni di vita di un cittadino benestante milanese rispetto ad un vicino europeo, o statunitense; in compenso, non vi è alcuna forma di equità sociale che sia progredita negli anni trasversalmente rispetto all’appartenenza di classe.

L’acquisizione dei quartieri abbandonati della città e la successiva creazione di nuove piazze commerciali, l’emergere di queste nuove isole di ricchezza, non apporta alcun beneficio al di fuori di esse. Benché il Comune di Milano abbia dichiarato che i quasi 80 milioni ricavati dalla messa in asta dell’ex edificio Inps (via M. Gioia, 22) – sborsati da una controllata i cui fondi pubblici fluiscono da Abu Dhabi – saranno “da reinvestire nel Piano Periferie,” nel frattempo si completa l’ultimo progetto futuristico.

L’incrocio tra le vie Pirelli e Gioia ospita, ancora per poco, i resti della Milano post-industriale. Grazie ad investimenti stranieri svetteranno presto i Giardini D’Inverno, residenza di lusso dichiaratamente ispirata al Bosco Verticale, e il complesso commerciale Gioia22. Osservando la zona dall’alto, è chiaro che i due siti sono collocati a margine di quell’appezzamento di terra che negli ultimi cinque anni ha visto riempiti senza sosta i vasti crateri dei cantieri aperti. Al centro, si staglia il complesso della torre Unicredit; poco più su, la torre di Boeri, e, sulla sinistra, il collegamento ferroviario di Porta Garibaldi. L’area visibile attorno alla stazione della metropolitana Gioia, un triangolo desertico in mezzo alle torri di vetro, è in via di sviluppo, e non a caso i due edifici di cui sopra si trovano tra questo triangolo e l’immenso Palazzo Lombardia. A breve saranno integrati in quest’isola urbana nascente, a definirne ancora più nettamente la linea di divisione.

Il cantiere Unipol-Sai
Il cantiere Unipol-Sai

A nord e a sud, invece, anche solo visivamente si nota come, senza soluzione di continuità, subito sopra il Bosco Verticale e sotto la stazione Garibaldi, spuntano i caseggiati di Isola e Corso Como. Se l’isola di Porta Nuova è soprattutto un distretto commerciale, i quartieri adiacenti a maggioranza residenziale sono diventati per conseguenza altrettanto esclusivi e inaccessibili: anche in zona Isola o Garibaldi i vecchi edifici sono stati ristrutturati a scopo abitativo — o comunque rivalutati in termini di valore commerciale — per effetto delle nuove quotazioni del suolo in Porta Nuova, che, grazie alla rivitalizzazione portata dalle architetture eccezionali di cui sopra, ora viene piazzato a peso d’oro.

Ciò non fa che rendere più credibile la tesi di Smith, secondo cui la gentrificazione non si manifesta con uno spostamento di persone dalle periferie al centro, ma si osserva dalle oscillazioni del valore del suolo e degli immobili di un’area circoscritta sul mercato. Perciò la distinzione tra i ceti della popolazione, più o meno abbienti, ora è visibile anche nella distribuzione dei vari residenti nei rispettivi quartieri; chi può permetterselo, ricerca uno spazio dove potersi escludere, o distinguere.

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Di certo non mancano i costruttori che forniscano questo tipo di servizio. Tornando all’esempio citato di via Pirelli, è emblematico il caso dei Giardini D’Inverno, che potranno offrire – stando a quanto si promuove sul sito – spazi aperti alla collettività tramite accessi indipendenti ed autonomi rispetto alla vita privata del condominio.” Ovvero, ai futuri residenti si promette una residenza di lusso che sia anche una piazza, una comunità entro cui trovare tutto il necessario senza dover uscire. Altro esempio è il palazzo ex Inps, recentemente ceduto dal Comune a COIMA, che dovrà farsi carico dello sviluppo urbano ed edilizio dei tessuti urbani. Sono previste infatti delle integrazioni al progetto che favoriscano la “mobilità green, come piste ciclabili, e la superficie totale potrà ospitare un implemento delle “funzioni terziarie e complementari” — più semplicemente, negozi e altri servizi. Attualmente, il caso dei Giardini d’Inverno non si può definire esemplare: bloccato da anni, gli stessi cittadini si lamentano, avendo sperato di poter beneficiare almeno indirettamente delle nuove infrastrutture costruite attorno ai grattacieli. Il Comune intanto, che aveva mantenuto la gestione di una porzione del terreno dei Giardini, ha deciso di trasformarlo in un piazzale di sosta per autobus turistici.  

Queste isole urbane sono doppiamente isolate: complessi come quello di Unicredit sono prima racchiusi entro i confini dell’isola gentrificata e poi, a loro volta, si ripiegano su loro stessi e sulle loro piccole piazze, tutte più o meno simili — a piazza Gae Aulenti, in questo caso. Il concetto di “spazi aperti alla collettività” a cui accedere privatamente, venduto dalla China Investment, è paradossale. Le nuove torri di via Pirelli sostituiranno “torri e bastioni” di Utopia, mentre questi complessi assomiglieranno sempre più alle gated communities sparse per il mondo. È difficile considerare queste comunità chiuse, che spesso pullulano in città dove la vita “fuori” è ancora più misera e pericolosa che nella periferia milanese, un esempio di comunione perfetta: segregarsi all’interno di mura perimetrali — nel caso di Milano, all’ombra di grattacieli perimetrali — e vivere in piccole piazze artificiali, in cui s’incontrano persone preventivamente selezionate dall’inaccessibilità dei costi, non sembra apportare alcun miglioramento alle aree degradate della città; anzi, se possibile, si estremizzano le disuguaglianze rendendole evidentemente drastiche.

L’assunto neoliberista per cui lo sviluppo può autoriprodursi non è così confutato, ma che si tratti in tal caso di uno sviluppo disomogeneo – per non dire iniquo – lo si vede anche dall’alto, attraverso i satelliti. I quartieri gentrificati crescono in maniera apparentemente casuale, sparpagliati come funghi per la città, oltre Milano. Vi è una sorta di connessione globale, più che locale o nazionale, tra queste isole, proprio perché il movimento di capitali e persone risulta scollegato dal resto della città — e i nodi del circuito sono attori internazionali, non i residenti della zona.

Come delle chiazze, si aprono sul territorio: l’etimologia di chiazza, casualmente, è “piazza,” e Porta Nuova di fatto è una piazza che, a sua volta, ne contiene altre minori al suo interno come un gioco di matrioske. Di queste “piazze” si potrebbe anche aggiungere che sono, come ribadito altrove, esclusive; si direbbe “chiuse a chiave”, prendendo in prestito l’etimologia di enclave. Piazze chiuse a chiave: è precisamente l’impressione che si ha osservando le dinamiche interne di un’area gentrificata, in via di sviluppo, con un progetto di riqualificazione quasi utopico.

Ma d’altronde lo stesso Tommaso Moro, scegliendo come culla per una società egalitaria un’isola sperduta, suggeriva quanto l’ipotesi che esistesse un esempio più giusto di società fosse dimostrabile solo per assurdo. Il nome di Utopia, neologismo coniato dall’autore, lasciava ai postumi il compito di decretare cosa fosse l’isola: era sì, il luogo perfetto – dal prefisso greco, “eu-” (“bene”) e “tópos” (“luogo”) —  ma rimaneva, pur sempre, un non luogo (“ou,” in greco, “non”). L’isola perfetta è, quindi, l’isola che (ancora) non c’è.


Tutte le foto dell’autrice.

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