“Accoglienza” sottintende sempre un atto di clemenza da parte di chi accoglie, non il riconoscimento di un diritto. Ma per opporsi alle politiche etniciste del governo bisogna ribaltare anche la loro cornice narrativa.

Sul caso della nave Aquarius la guerra a colpi di hashtag lanciata da Matteo Salvini, con la sua foto in posa da bodyguard con la bava alla bocca, ha dato l’impressione di una polarizzazione dell’opinione pubblica — aprire i porti sì o no — ma la dimensione dei due fronti non è paragonabile, e che non si tratti solo di un’impressione lo dicono i sondaggi: una larga maggioranza dei cittadini italiani si è schierata inequivocabilmente dalla parte del governo.

Questo trionfo comunicativo va oltre la vicenda dell’Aquarius e non è responsabilità esclusiva di Salvini: le sue radici sono da cercare molto più indietro nel tempo, in un brodo ideologico che si compone di poche idee basilari ormai sedimentate e interiorizzate, a furia di ripetizione. Sono assunti che non richiedono dimostrazione, spacciati come autoevidenti — “Non possiamo accoglierli tutti” — e che formano il terreno del nuovo “senso comune” su cui si sono spostate tutte le forze politiche.

Possono cambiare le modalità e gli stili comunicativi, ma di fronte alle migrazioni dall’Africa c’è un accordo sostanzialmente unanime, in Italia come nel resto dell’Unione europea: bisogna “arginare i flussi,” “bloccare le partenze,” “aiutarli a casa loro,” con tutte le variazioni sul tema, che vanno da “il futuro degli africani è in Africa” (Di Battista) a “il mio obiettivo è garantire una vita serena a questi ragazzi in Africa e ai nostri figli in Italia” (Salvini).

Affrontando il tema nell’incontro di venerdì scorso a Parigi, il presidente del consiglio Conte e Emmanuel Macron hanno ribadito che la via da seguire è la stessa battuta da Minniti e, prima ancora, da Maroni ai tempi di Gheddafi: esternalizzare la frontiera europea, spostarla sempre più a sud, in Libia o in Niger, per far sì che il problema di concedere l’approdo a una nave umanitaria in futuro non si ponga nemmeno.

Rimpatri volontari, costruzione di “hotspot” — un nome fancy per indicare centri di detenzione e identificazione che, come sappiamo, spesso somigliano a campi di concentramento — accordi bilaterali con i paesi di transito o di partenza: operazioni pubblicizzate come atti d’umanità nei confronti dei migranti stessi (“dobbiamo evitare viaggi della morte”) e condotte in nome della lotta all’ormai mitologico “business dei trafficanti” — a cui si preferisce il “business dei cani da guardia,” pagando profumatamente per sigillare i confini le stesse mafie che facevano affari con le partenze dei barconi.

Tutto questo si basa su un assunto di fondo: chi nasce a Bamako, Nairobi o Lagos non ha il diritto di spostarsi in Europa, e deve farsene una ragione. Questo principio viene dichiarato con franchezza solo molto raramente, e quasi mai con argomentazioni nel merito, ma soltanto enunciandolo come dato di fatto (con affermazioni del tipo: “rinunciare ad avere una politica migratoria è una soluzione non percorribile,” dove per “politica migratoria” si intende evidentemente soltanto “bloccare gli ingressi.”)

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Nella maggior parte dei casi, lo si occulta negando ai “migranti” qualsiasi capacità di autodeterminazione: si parla del business dei trafficanti, ma non si prendono mai in considerazione le motivazioni e le ragioni di chi ha scelto di pagarli per raggiungere l’Europa; si parla di accoglienza, di quote, di redistribuzioni, di rimpatri, mai delle scelte e della volontà dei diretti interessati. Nel discorso pubblico, il migrante non figura mai come soggetto attivo.

Il versante più radicale di questo modo di pensare è quello complottista, esplicitamente sposato anche dall’attuale ministro dell’Interno: i migranti sono pura massa inerte spostata in Europa da qualche burattinaio occulto in ossequio a un piano di sostituzione etnica e/o di abbassamento sistematico dei salari. In questo modo si può tracciare una netta linea di demarcazione tra gli immigrati africani e gli emigranti italiani (del passato e di oggi): noi andavamo davvero a cercare lavoro, loro no — secondo una visione delle cose che si può definire soltanto allucinatoria e completamente separata dalla realtà.

L’altra via, battuta contemporaneamente, è quella di naturalizzare lo status del migrante, come se non dipendesse da leggi e regolamenti particolari. “L’80% delle persone che vengono in Italia sono migranti economici, ossia clan-de-sti-ni,” scandisce nel suo ultimo video lo youtuber Luca Donadel, ripetendo quello che Salvini recita come un mantra più o meno a ogni comizio e intervista. A prescindere dalla falsità del dato (nel 2017 le domande di protezione internazionale accolte in prima istanza sono state il 40% di quelle esaminate), queste affermazioni permettono di saltare a piè pari le domande fondamentali: quali regole stabiliscono la distinzione tra il “migrante economico” e il “rifugiato”? E perché solo chi fugge da guerre e persecuzioni dovrebbe avere il diritto di stabilirsi in Europa? (Senza contare che, allo stato attuale delle cose, anche questi ultimi, prima di ottenere protezione internazionale secondo le regole stesse del paese di arrivo, sono costretti ad affidarsi ai trafficanti.)

Il famoso pensiero unico di quando sei al governo e i sondaggi ti danno un consenso alle stelle

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Come ha scritto pochi giorni fa su Facebook il giornalista e documentarista Gabriele Del Grande, in un post che è circolato molto, il nodo cruciale della questione sono proprio le norme che regolano l’immigrazione legale e il sistema dei visti. Un nodo che il centrosinistra non ha mai voluto affrontare, evitando accuratamente qualsiasi tentativo di riforma della legge Bossi-Fini — anzi, aggravandone le disposizioni con il decreto Minniti-Orlando — che tuttora regola l’ingresso di cittadini stranieri nel nostro paese e opera di fatto come una “fabbrica di clandestinità di stato”: il migrante — Tunisia, Eritrea, Sudan e Nigeria i principali paesi di provenienza nel 2018 — praticamente impossibilitato a entrare legalmente in Italia perché la legge richiede che sia già in possesso di un contratto di lavoro, non ha altra scelta che fare domanda di protezione internazionale. Così finisce nel limbo burocratico spesso de-umanizzante di un sistema di accoglienza sovraccarico e inefficiente, in attesa che la sua domanda sia frettolosamente esaminata da una commissione territoriale che deciderà se si tratta di un “rifugiato” o di un “migrante economico.” In quest’ultimo caso, sarà rimpatriato — con una procedura costosa che nel 2017 ha riguardato più di 17mila persone — o continuerà a vivere in condizioni di irregolarità o clandestinità.

Secondo un sondaggio pubblicato dal Corriere della Sera pochi giorni fa, solo il 15% degli interpellati si mostrava consapevole della drastica riduzione degli sbarchi che si è registrata nell’ultimo anno, in seguito alle politiche restrittive di Minniti. Questo non testimonia tanto la scarsa capacità dei governi Renzi e Gentiloni di comunicare i propri risultati, quanto piuttosto l’impossibilità di vincere con i numeri una politica fondata unicamente sulla percezione: non importa se gli stranieri in realtà sono pochi in relazione alla popolazione residente, non importa se quelli di origine africana sono ancora meno, né se gli altri paesi europei accolgono più rifugiati di noi. Non è con il fact-checking che si potrà neutralizzare una campagna d’odio che criminalizza l’immigrato (africano) come fonte di insicurezza e di minaccia, ma con la costruzione di un’idea di società radicalmente opposta a quella fondata sull’omogeneità etnico-culturale cara a “sovranisti” e nuovi fascisti.

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Ma un’idea di società diversa va rivendicata con un linguaggio diverso, e non ritagliata a partire dal linguaggio degli avversari. Da questo punto di vista, è controproducente chiedere accoglienza e solidarietà, fare appello al senso di “umanità,” magari citando il Vangelo nella speranza di scoperchiare qualche ipocrisia, o chiamare i migranti “poveri disgraziati” (Renzi) per suscitare pietà: questa è già una posizione negoziata all’interno dello stesso frame stabilito da chi l’accoglienza la nega. Significa accettare la contrapposizione, automaticamente vincente per il fronte reazionario, tra “buonismo” e “cattivismo.” Il termine “accoglienza” sottintende un atto di clemenza e carità da parte di chi accoglie — non il riconoscimento di un diritto. L’accoglienza può essere concessa o negata, ma è sempre l’Europa bianca ad agire sulla soggettività passiva del migrante.

Qualsiasi opposizione alle politiche etniciste di questo governo dovrebbe partire da qui: rivendicando non accoglienza ma diritti, libertà di movimento e di auto-determinazione, a prescindere dal paese di provenienza e dal colore della pelle.


In copertina: alcuni naufraghi recuperati dalla nave Aquarius guardano verso le coste della Spagna. Foto: Karpov / SOS Mediterranée, via Twitter.

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