Ho 16 anni e sono fascista. Indagine sui ragazzi e l’estrema destra è un pugno nello stomaco per chi ha a cuore la sopravvivenza della democrazia nel nostro paese. Mentre l’antifascismo smetteva di essere un valore condiviso dalla maggioranza dei cittadini, una destra aggressiva e pericolosa si è organizzata per conquistare l’immaginario degli studenti medi italiani. E ci sta riuscendo.

Leggere l’ultimo libro-inchiesta di Christian Raimo sul neofascismo tra gli studenti medi significa farsi davvero male. Se si ha minimamente a cuore lo stato di salute democratico del nostro paese, confrontarsi con certi abissi di pensiero, valori e comportamenti è sconvolgente.

Nonostante questo e, allo stesso tempo, proprio per questo è una lettura vivamente consigliata: Ho 16 anni e sono fascista. Indagine sui ragazzi e l’estrema destra (Piemme, 2018) è un libello agile e spietato, da cui proviamo a trarre quattro insegnamenti utili a tutti i soggetti che vogliano provare a (ri)costruire un modello e una prassi politica di sinistra, tentativo che sembra ormai condannato a una crescente marginalità politico-elettorale.

Prima lezione: l’antifascismo musealizzato è il miglior alleato del fascismo

Secondo Raimo, nelle ore successive alla sparatoria di Luca Traini si è tracciato un solco profondo nella storia italiana: Macerata indica “una linea di scontro sociale con cui si vuole ridefinire in ambito fascio-leghista la legittimazione dell’aggressione contro gli immigrati.” Salvini e Meloni si riposizionano, sostenendo che “questa tensione sociale e violenza sono colpa della sinistra, che ha portato all’esasperazione il paese.”

E mentre la Lega e Fratelli d’Italia, nascosti dietro al format “è una tragedia ma…” cominciano a spremere consenso elettorale dall’atto terroristico, il Partito Democratico — il soggetto che per numeri e collocazione storica dovrebbe rappresentare con più forza (almeno mediatica) l’antifascismo — per bocca del suo segretario si accoda al Movimento 5 Stelle e Forza Italia: non condanna l’atto come fascista, squadrista e terrorista, ma lancia un flebile e generico appello “alla calma e alla responsabilità.”

È proprio questo l’antifascismo “musealizzato” che, nella visione di Raimo, è il miglior alleato del fascismo. Perché ha completamente perso di sostanza, si è svuotato di valori. E infatti nella visione dei dem non fa assolutamente problema tenere insieme elementi che, al semplice buon senso, paiono altamente conflittuali: la mancata denuncia dell’attentato di Traini; la presentazione del disegno di legge Fiano; la commemorazione della strage nazifascista di Stazzema; la promozione di politiche sull’immigrazione talmente aggressive da aver “tolto consenso pure a Salvini” (parola di un militante di CasaPound). È una confusione ideale e valoriale, un cerchiobottismo incomprensibile che finisce per premiare gli avversari perché, come si dice in politica, fra la copia e l’originale gli elettori scelgono sempre l’originale.

Una confusione ideale e valoriale, un cerchiobottismo incomprensibile che finisce per premiare gli avversari

È proprio in questo orizzonte di progressivo svuotamento dell’antifascismo militante che può accadere che, nel 2016, per le strade di Roma venga distribuito un volantino di Forza Nuova che recita: “Sabato mattina ANPI e sinistra varia hanno organizzato un presidio a piazza Re di Roma, a pochi metri dalla nostra sezione di via Taranto. Noi sabato saremo in sezione […] consegnando, come ogni sabato, pacchi alimentari agli italiani in difficoltà. A piazza Re di Roma i nemici dell’Italia, a via Taranto i Patrioti in lotta. Con l’ANPI la peggiore reazione […]. Con Forza Nuova, la Roma che si ribella”.

È opprimente veder accostato il nome dell’ANPI al concetto di reazione e, poche parole dopo, leggere invece che Forza Nuova si autorappresenta come portavoce della “Roma che si ribella.” Come può accadere che i neri si percepiscano come rivoluzionari e i rossi vengano tacciati di ultraconservatorismo?

Lo striscione appeso a Ponte MIlvio in supporto a Luca Traini all’indomani della tentata strage

Lo striscione appeso a Ponte Milvio in supporto a Luca Traini all’indomani della tentata strage

Questa capriola concettuale non si giustifica soltanto con il ritorno alla retorica pseudo-rivoluzionaria dei Fasci di Combattimento, in grande rispolvero negli ambienti del neofascismo italiano. I riverberi di questa aberrazione del pensiero si ritrovano piuttosto nella scuola italiana, tra gli studenti medi, sulla cui carne viva stanno incidendo le riforme dell’istruzione del governo Renzi. E, come evidenzia Raimo, la crescita del fascismo fra i banchi ha uno stretto legame con l’avvento della Buona Scuola. Vediamo come.

Seconda lezione: ispirare la scuola al modello aziendale accende la fiamma del fascismo

Intervistata da Christian Raimo, Francesca Coin, docente di movimenti sociali all’Università Ca’ Foscari di Venezia, mette in luce un’interessante saldatura tra le riforme della Scuola degli ultimi decenni e l’attecchimento del neofascismo tra gli studenti medi: “Mi sembra che la seduzione politica della destra sia una specie di reazione alla tecnocrazia. Nelle scuole la gestione del tempo è sempre più tesa alla competizione […], che separa le nuove generazioni dalla politica e dalla storia. In tutto questo la cultura di destra si presenta come un antidoto a un insieme di prescrizioni spesso percepite come vessatorie, mentre le pratiche cui si sono rifatti spesso i movimenti studenteschi di sinistra, come le occupazioni e le autogestioni, vengono punite a livello disciplinare e criminalizzate come fossero nocive.”

La cultura di destra si presenta come un antidoto a un insieme di prescrizioni percepite come vessatorie

Soprattutto la Buona Scuola, in questa visione, sembra aver portato fra i banchi uno spirito improntato all’aziendalismo e all’efficienza economicistica di fronte a cui, dato il mutato spirito dei tempi, non si ergono tanto a baluardo le bandiere rosse quanto piuttosto quelle nere. Anche perché “l’unica ideologia anti-sistema disponibile per un adolescente” è il fascismo — e qui citiamo Marco D’Eramo. È un processo che viene da molto lontano, dai miliardi di calcinacci che, al crollo del Muro di Berlino, si sono conficcati come chiodi nella testa dei dirigenti della sinistra post-comunista italiana, che si è persa prima dietro all’illusione riabilitativa e inappellabile del “there’s no alternative” tatcheriano e poi dietro alla terza via blairista incarnata dall’ipotesi veltroniana del partito a vocazione maggioritaria, poi culminata nell’apoteosi dirigista del Partito della Nazione, schiantatosi contro la decisa deriva populista e sovranista dell’ultima tornata elettorale. Ancora D’Eramo intervistato da Raimo: “Aver raso al suolo ogni ideologia di sinistra ha lasciato che sopravvivesse, al riparo dalle critiche, una cripto-ideologia fascista che ha potuto rifiorire”, rafforzarsi e diventare di appeal per i giovani degli anni Dieci del nuovo millennio.

Ed è proprio lungo gli anni Novanta e Duemila, quando il PCI si è trasformato prima in PDS, poi in DS e poi in PD, perdendo la parola sinistra non solo dal proprio acronimo ma anche dal proprio DNA, che le forze di ultradestra si sono rifatte fondamenta culturali, prassi organizzative e capacità propagandistiche tanto efficaci che, in un rapporto del Raggruppamento operativo speciale dei Carabinieri si denuncia la capacità di Forza Nuova di “trasportare i minori in un contesto […] intriso di odio e razzismo,” testimoniando la “pericolosità di un gruppo che riesce così a radicarsi negli aderenti sia da un punto di vista ideologico che comportamentale.”

Terza lezione: bisogna lavorare con i giovani su un doppio binario: emozione e educazione

Mentre le giovanili dei partiti sono in crisi, c’è un universo nero e magmatico che dà risposte efficaci al bisogno di riconoscimento dei giovani studenti che attraversano “l’età in cui scopriamo il sesso e la morte, e che quindi è probabilmente l’età più metafisica della vita”: l’adolescenza (Marco D’Eramo). Sembra risiedere proprio qui la vera forza dei “fascisti del terzo millennio”: anche se alle elezioni del 4 marzo hanno raccolto scarsi consensi a livello nazionale, e anche se i loro militanti sono pochi in senso assoluto (Blocco Studentesco ne conta poco più di un centinaio in tutta Italia), la marea nera ha una capacità di attrazione molto forte, perché gioca su un doppio binario. Da un lato, avvicina i giovani offrendo esperienze dal forte contenuto emotivo e identitario, dall’altro mette a disposizione un insieme di concetti interpretativi capaci di dare una chiave di lettura per la complessità del mondo contemporaneo.

Nelle parole di Rolando Mancini, responsabile di Blocco Studentesco, emerge come un ragazzo si avvicni a Blocco Studentesco:

“Per i militanti di sinistra penso che è diverso. Magari c’è la sedicenne secchiona che ha letto tanto e si avvicina a un movimento politico di sinistra perché ha già un background. Per noi è il contrario. Per noi c’è la fascinazione per un simbolo, la bandiera, che agisce su un piano emozionale. E poi certo questa fascinazione deve trasformarsi anche in una coscienza politica.”

E come matura questa coscienza politica? Con un metodo: nelle riunioni si leggono libri e se ne parla, si condividono spunti e riflessioni tratti dalle letture, si relazionano i risultati a cui i militanti sono approdati dopo ricerche di approfondimento assegnate dai responsabili (geopolitica, cultura generale, storia, politica italiana ed europea), perché “il nostro movimento vuole avere basi culturali, per dare ai militanti una visione del mondo.” Anche se queste basi culturali sono rozze, frettolosamente assemblate e poco approfondite forniscono l’armamentario sufficiente per agganciare i giovani adolescenti: “Mischiato a complottismi come nel piano Kalergi oppure a un anticapitalismo da bignami […] il timore per la grande sostituzione è un’idea che fa presa sui ragazzi. Nel suo fascino cospirazionista, è semplice e finge di spiegare con un solo concetto questioni molto diverse e complesse, dalle incognite dell’economia globale a quella della crisi della rappresentanza,” conclude Raimo.

Una manifestazione di blocco studentesco lo scorso 18 maggio a Fermo, per denunciare lo stato dell’edilizia scolastica / via Facebook

Una manifestazione di Blocco Studentesco lo scorso 18 maggio a Fermo, per denunciare lo stato dell’edilizia scolastica / via Facebook

“Il fascismo del terzo millennio è vissuto come un’esperienza prerazionale, descritta come uno stile di vita capace di cogliere la ragione interiore delle persone e soddisfare il loro bisogno di identità” – afferma Maddalena Gretel Cammelli a cui fanno eco, all’opposto dello spettro intellettuale, le parole di un militante di CasaPound: “A Roma Nord quelli di destra ti portano dentro in tre secondi […]. Io sono entrato a tredici anni. Io c’avevo un amico che stava con me alle medie e m’ha portato dentro. Ti invitano alle loro riunioni, ti fanno sentire importante, parte del gruppo.” 

Emozioni, riconoscimento, identità e pedagogia. È questa l’offerta che il neofascismo fa ai giovani italiani. Che cosa si contrappone a strumenti tanto efficaci e mirati?

Quarta lezione: serve un’idea (di) politica per battere il fascismo

“La verità più disarmante,” denuncia Raimo, è che di fronte ai fatti di Macerata “nessuno di questi politici, leader nazionali, dall’estrema destra alla sinistra, sa, saprebbe, vuole contrapporre all’idea di società che ha il terrorista Traini un’alternativa convincente. Il massimo che viene opposto è: una società con più controllo.” Questo accade mentre le centrali educative e culturali della sinistra si sono completamente eclissate: al logoramento e progressivo svuotamento delle giovanili dei partiti, ha corrisposto la fine del progetto di matrice gramsciana dell’egemonia culturale, testimoniato da un fatto su tutti: la chiusura dell’Unità. E mentre le rotative del giornale fondato da Antonio Gramsci rallentavano fino a fermarsi, nelle edicole è arrivato Il primato nazionale, che rimpiazza il defunto Secolo d’Italia nella difesa del fascismo, somministrando il veleno nero con una forza ancora maggiore, che deriva dalla consapevolezza “che la sfida culturale – dal momento che l’antifascismo non fa più parte dei valori condivisi – non è più uno scontro che vede i neofascisti perdere o ritirarsi nel vittimismo.”

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Questo vuoto culturale è assolutamente tossico. Perché ha generato e continua ad alimentare una situazione sociale e politica esplosiva, in cui il dilagare del populismo e dell’antipolitica creano le condizioni per l’affermarsi del fascismo, tanto nel suo formato macchiettistico-nostalgico (pensiamo alla Mussolini che viene dabbata da Bello Figo in diretta tv) quanto nella sua versione (ancor più pericolosa) di “fasciscmo del terzo millennio,” dotato di progetti politici magari velleitari ma di sicura presa su un bacino elettorale in continua crescita potenziale. Chi può essere certo che la proposta programmatica di CasaPound di creare una sorta di mutuo sociale per le giovani coppie italiane (prestito a tasso zero coperto dallo stato), con l’incedere della povertà e della precarietà economica, non possa fare più presa in futuro? Del resto, nell’ultima campagna elettorale lo sdoganamento del volto rassicurante di CasaPound è andato ampiamente in onda nei salotti televisivi, con tanto di giornalisti democratici come Enrico Mentana che si sono addirittura recati nella sede romana del gruppo neofascista.

A questa montante marea nera, quali ipotesi di società possono essere contrapposte? Mentre la logorrea e l’impreparazione grillina dilagano sui social e nelle conversazioni reali, mentre lo slogan “prima gli italiani” attecchisce ben oltre il perimetro del partito salviniano, mentre il governo più di destra della storia repubblicana è pronto a cominciare i suoi lavori… Qual è la nostra ipotesi di società? Forse è questa la domanda che, più di ogni altra, grida per uscire dalle pagine di Raimo e scuoterci dal nostro autoreferenziale torpore. Dobbiamo ripartire adesso. O non ci sarà più tempo.


In copertina: una manifestazione di Blocco Studentesco nel 2013 / Wikimedia Commons

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