Mentre Salvini pubblica foto paurose su Twitter e Facebook, bisogna rilevare la definitiva “perdita di verginità” del Movimento 5 Stelle, che ha deciso di seguire senza indugi l’alleato in questa battaglia.

Gli sbarchi delle navi Seefuchs e Sea Watch in Calabria e Sicilia due giorni fa, i primi dall’arrivo di Matteo Salvini al Viminale, sono stati vissuti dal leader della Lega come uno smacco comunicativo. I prodromi dell’imbarazzante braccio di ferro ingaggiato questa notte con il governo maltese erano già lì: il ministro, che aveva promesso in lungo e in largo che avrebbe fermato gli arrivi dei migranti in Italia, aveva dovuto fare i conti con la realtà e autorizzare con riluttanza l’approdo delle navi delle odiate Ong.

Il Pd aveva provato ad appuntare su questo i propri attacchi al ministro, continuando a sbattere la testa sulla “linea Minniti” — come a dire: “Guarda, siamo stati più bravi noi a bloccare i flussi migratori,” dato che il blocco delle persone sembra essere diventato ormai la base di senso comune condivisa da tutto lo spettro politico, discorde soltanto sul come.

Annunciando con fermezza la chiusura dei porti italiani alla nave Aquarius della Ong SOS Mediterranée, che al momento si trova al largo tra Malta e la Sicilia con 629 persone a bordo, Salvini deve aver voluto evitare che, con un secondo precedente, anche i propri elettori cominciassero a dubitare delle sue capacità di tenere sigillate le frontiere.

Spesso le mosse di questo genere vengono definite, nel gergo giornalistico, “muscolari.” In questo caso la definizione è particolarmente appropriata per le implicazioni machiste, o celoduriste — avremmo detto in un’altra fase della Lega Nord — che la comunicazione di Salvini ha voluto associare all’immagine del “capitano.”

Mentre negava l’approdo a centinaia di persone scampate dal naufragio a bordo di una nave con cibo e acqua sufficienti soltanto per due giorni, su Twitter Salvini ha pubblicato soltanto una propria foto, con l’hashtag #chiudiamoiporti per fomentare i propri sostenitori. Tralasciando per un momento l’avvilente grettezza di un uomo che lancia slogan in pasto a Twitter mentre gioca con la vita delle persone, magari approfittando delle urne aperte per raggranellare qualche voto in più alle amministrative, colpisce la posa della foto, inequivocabile, evidentemente tenuta in caldo per le grandi occasioni.

Ne è rimasto impressionato anche Marco Belpoliti, che questa mattina ne parla su Repubblica in questi termini:

Matteo Salvini ha indossato giacca e cravatta e si è messo in posa come se fosse appena uscito dalla bottega del sarto. Un abito e una postura per dire: sono una persona seria, e poi: sono un borghese; o ancora: sono un ministro. Tutto questo, e poi le braccia conserte nella tipica posizione di chi esprime risolutezza e forza, e le esibisce entrambe. Postura di sfida, senza dubbio. Tuttavia è l’espressione del volto che conta. Come uno di quei marinai di Francesco II di Borbone, re delle Due Sicilie, cui pare i comandanti ingiungessero: “Facite ‘a faccia feroce”. […]

Il suo viso, incorniciato dalla barba ben curata, con i capelli corti, il baffo tartaro, ha qualcosa del cane da guardia.

L’espressione è quella: io faccio la guardia. A cosa? Ai porti.

Un’ostentazione di forza virile che ha una marca politica inequivocabile e che trasuda non soltanto dalle foto, ma anche dalla scelta delle parole del ministro: la mascolinità si costruisce per opposizione a un polo di debolezza, significativamente rappresentato da quei migranti di cui spesso proprio l’evidente prestanza maschile è vista come una minaccia alla purezza della razza europea e una prova dell’invasione pianificata a tavolino da chissà quali forze oscure (che sia Soros o il “business degli scafisti”). Cane da guardia, ma anche padre severo e protettivo, impegnato in una lotta per garantire — come ha scritto su Facebook — “una vita serena a questi ragazzi in Africa e ai nostri figli in Italia.”

“Questi ragazzi in Africa”: il paternalismo e la reticenza generica con cui Salvini liquida la presenza fisica dei migranti, negando loro ogni capacità di autodeterminazione, la dice lunga sulla totale inadeguatezza di questo governo nella gestione di un fenomeno complesso, fatto di drammi individuali e sommovimenti economici, demografici, politici globali. Nella narrazione xenofoba non sono mai persone che scelgono di raggiungere l’Europa, ma sempre una massa inerme agita da qualcun altro: i taxi del mare, gli scafisti, o chi altro.

La via “muscolare,” ovvero quella della crudeltà sul piano umano ma anche dell’insipienza e della non lungimiranza sul piano politico — perché l’Europa non potrà respingere l’Africa per sempre — diventa in questo modo l’unica percorribile.

In tutto questo, mentre ancora non è chiaro quale sarà il destino dell’Aquarius e delle 629 persone che porta a bordo — tra cui 11 minori e 7 donne incinte — bisogna rilevare la definitiva “perdita di verginità” del Movimento 5 Stelle, che ha deciso di seguire senza indugi l’alleato in questa battaglia. Diciamo Salvini, ma dobbiamo dire anche Toninelli, che in quanto ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ha dovuto avallare la scelta di negare l’autorizzazione allo sbarco. Diciamo Toninelli, ma dobbiamo dire anche Conte, che, oltre a essere il presidente del Consiglio (come è bene ricordare qualche volta), non ha potuto far altro che unirsi flebilmente al coro contro Malta, salvo annunciare l’invio di medici sull’Aquarius, per verificare le condizioni di salute dei migranti e la presenza di situazioni di emergenza.

Come scrive Andrea Palladino su Articolo21 a proposito del M5S: “Quel movimento nato dai comitati di cittadini, dalla rabbia covata per anni che voleva cambiamenti radicali, da pezzi della sinistra alla ricerca di una politica nuova  è probabilmente finito. Alla lotta contro le oligarchie hanno preferito la via facile della caccia alle Ong e ai migranti, seguendo quello che appare il vero leader del nuovo governo.”

Ma è un punto d’arrivo a cui il M5S è arrivato seguendo una strada lunga, che passa da quella vecchia censura di Beppe Grillo contro i parlamentari che avevano votato per abolire il reato di clandestinità, fino alla campagna di criminalizzazione contro le Ong in cui Di Maio era in prima fila l’estate scorsa. Sarà curioso sentire cosa dirà oggi il Presidente della Camera Roberto Fico nella tendopoli di San Ferdinando, dove, unico tra i politici, si recherà per portare la solidarietà delle istituzioni dopo l’omicidio di Soumaila Sacko.

Ma basta scorrere un po’ gli hashtag su Twitter o i commenti ai post su Facebook per intuire da che parte sta “la base”: nell’inarrestabile salvinizzazione dell’opinione pubblica italiana, lo stesso Roberto Fico è stato bersaglio di numerosi attacchi negli scorsi giorni, per aver difeso l’operato di Medici Senza Frontiere ribadendo che “i principi di cooperazione e di solidarietà sono capisaldi di una società democratica.” A pensarlo, evidentemente, siamo rimasti in pochi.

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APPENDICE

Per tutti quelli che: eh però Malta deve fare il suo dovere, l’Europa ci ha lasciati da soli

Senza stare a difendere le politiche di non intervento in mare del governo maltese — nel 2013 un naufragio nelle acque di competenza della Valletta  ausò 260 morti — conviene ricordare che Malta è un’isola più piccola della provincia di Monza e Brianza, non ha una vera e propria area SAR — solitamente gli sbarchi avvengono nel paese che ha coordinato i soccorsi, e in questo caso i soccorsi sono stati gestiti dal Centro di coordinamento della guardia costiera a Roma — e non ha mai sottoscritto alcuni articoli della convenzione di Amburgo del 1979. Nonostante ciò, in proporzione al numero di abitanti ha più rifugiati dell’Italia, come gran parte dei paesi europei, del resto.


in copertina, foto via Twitter

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