La storia della cure mediche ai residenti stranieri ha più di trent’anni, ma ora la situazione è profondamente cambiata e l’ondata di xenofobia rischia di sommergere anche il settore sanitario.

Garantire cure mediche alla persona migrante è un punto fermo del diritto in Italia dal 1995. La medicina delle migrazioni si è affermata a partire dagli anni Novanta, all’inizio come pratica solidale, raggiungendo con gli anni la dignità e l’ampiezza di una materia a sé stante. Il processo di affermazione del diritto alla cura anche del migrante, anche extracomunitario, anche irregolare, anche “clandestino”, ha trovato il suo impulso motore nelle associazioni di matrice laica e religiosa. La Caritas, con il suo peso politico a livello nazionale, e localmente le realtà più diverse, come il NAGA a Milano, hanno sempre esercitato pressioni organizzate per avere un decreto legge che prevedesse questo diritto.

La storia della cure mediche ai residenti stranieri ha più di trent’anni: prima commissione Ministeriale nata per occuparsi nello specifico della salute dei migranti in Italia si è riunita la prima volta sotto il Ministero De Lorenzo, nel 1989. E già la visione del migrante da parte dell’establishment era chiara: della commissione facevano parte infettivologi e tropicalisti, prima ancora che epidemiologi e studiosi di sanità pubblica. Il migrante non ha ancora accesso alle cure ma già si intravede l’embrione di uno stigma: i migranti all’epoca erano esclusi dagli studi di popolazione e dai servizi assistenziali.

Mentre oggi la pancia d’Italia pende verso posizioni sempre più nazionaliste, nel 1995 tirava un’altra aria. L’accesso alle cure non era ancora previsto per legge per i migranti irregolari, mentre gli immigrati regolari non risultano iscritti al Sistema Sanitario Nazionale. Il sistema era talmente lacunoso che parti della società civile si facevano carico dell’assistenza, organizzandosi tramite associazioni di volontari medici e non, e il NAGA è fra queste.

A causa del decreto DM 8.9.94, che inaspriva le tariffe per gli immigrati non iscritti al Sistema Sanitario Nazionale, il rischio che 70.000 migranti regolari e irregolari perdessero l’accesso alle cure aveva scatenato un fermento tale da spingere il NAGA di Milano ad esporre, durante un seminario intitolato “Salute senza colore”, una proposta di legge per tutelare la salute degli immigrati extracomunitari. Assieme ad altri gruppi di volontari e coinvolgendo gli attivisti su scala nazionale, viene limato il testo.

Con una galoppata impensabile per i nostri giorni il documento viene presentato al neo-ministro della Sanità Guzzanti i primi giorni di luglio 1995.

Nel giro di una settimana c’è già un ordine del giorno in Senato per discutere del tema. La proposta di legge viene presentata ai primi di agosto e a novembre viene finalmente approvato il Decreto Legge 489/95 che, nell’articolo 13, garantisce il diritto all’assistenza sanitaria anche all’immigrato irregolare, clandestino, e non solo in regime di urgenza.

Il testo della legge, dopo una serie di acrobazie procedurali in aula, viene infine recepito ed è nel 1998 che il Senato approva il Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, dove sono raccolte le disposizioni anche riguardanti il diritto alla salute. La particolare fisionomia del Sistema Salute italiano però rende necessaria anche la collaborazione delle regioni, che a causa di una particolare autonomia si defilano o svicolano rispetto agli obblighi descritti. E così nel 2012, per dare una regolata finale, durante la Conferenza Stato-Regioni viene richiesta e pattuita la collaborazione di tutte le regioni italiane a seguire in maniera omogenea e meno capricciosa le linee stabilite nelle varie norme e leggi. 

L’accampamento di fortuna a Ventimiglia a marzo 2018, foto di Luca Swich

L’accampamento di fortuna a Ventimiglia a marzo 2018, foto di Luca Swich

Ormai sono passati più di vent’anni e la situazione nel paese è profondamente cambiata. Solo per restare a Milano, i ripetuti sgomberi davanti alla stazione Centrale sono stati salutati con sollievo; in Porta Romana, una quarantina di migranti in sistemazioni di fortuna sono stati sgomberati per la terza volta poche settimane fa, almeno la metà dei quali, in effetti, è in regola con la documentazione — i restanti non l’avevano disponibile al momento del blitz. Secondo un’inchiesta di Altreconomia, l’Italia sarebbe responsabile di un uso improprio dell’espulsione dal circuito dei sistemi d’accoglienza, in contrasto anche con le normative UE. La possibile nascita di un governo Lega-5Stelle, che metterebbe l’accelerazione di alcune di queste procedure tra le sue priorità, non porterebbe buone notizie. Tra i punti più dolenti c’è e ci potrebbe essere anche l’assistenza sanitaria, visto che con la possibilità di levare da un giorno all’altro il tetto dei centri d’accoglienza da sopra il capo dei migranti la prospettiva non si fa più rosea, anzi.

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Esistono, in realtà, anche norme accolte più volentieri dalle Regioni. Per esempio, un’inchiesta di Altreconomia a firma di Duccio Facchini ha indagato sulla possibilità di “revoca” delle misure di accoglienza. Dall’oggi al domani, in rapporti diversi nei vari centri di accoglienza presenti sul suolo italiano, i migranti possono essere espulsi dal circuito dell’accoglienza per i motivi più ambigui. 

L’occupazione di migranti sgomberata all’inizio di maggio a Porta Romana, foto di Sabina Candusso

Dopo lo sgombero dell’occupazione di migranti a Porta Romana lo scorso maggio, foto di Sabina Candusso

Fortunatamente l’attenzione alla conoscenza del diritto, per qualcuno, è un lavoro e una missione. Lo sottolinea più volte Loredana Carpentieri, mediatrice culturale, ai microfoni della giornalista Beatrice Ngalula Kabutakapua nel corso di una conferenza pubblica durante la festa di compleanno nella sede milanese della Ong Emergency. Da qualche anno, Emergency opera anche sul suolo italiano: non volendosi sostituire al Sistema Sanitario, oltre a fornire l’assistenza medica, molta attenzione è data all’attività di mediazione culturale. Conoscenza è cura, non è mai stato così evidente. Ecco perché oltrepassare le barriere prima di tutto linguistiche è sempre più imprescindibile. Una normativa tanto specifica e settoriale ed un dedalo di differenze regionali non aiutano ad orientarsi — e gli operatori sanitari stessi ne fanno le spese.

Mentre un governo raffazzonato e forzato catalizza le attenzioni di tutti, dentro agli ospedali, in piccoli ambulatori volontari, dentro a camion attrezzati e girovaghi, si continua ad esercitare quel diritto alle cure dalla storia convulsa.

Il magro finanziamento pubblico viene in parte compensato con il prelievo direttamente dalle tasche degli utenti, abusando dello strumento del ticket. Allo stesso tempo lo Stato taglia i servizi: visto il quadro, non è difficile capire dove potrebbe scoppiare l’ennesima guerra tra esasperati. Nativo contro migrante, giovane contro anziano, cittadino contro “clandestino.”

Milano, è bene dirlo, mostra resilienza e spirito di collaborazione: basti pensare che gli ospedali pubblici più in vista hanno centri dedicati alla medicina delle migrazioni, come il servizio di etnopsichiatria dell’Ospedale Niguarda o i servizi per i migranti dell’Ospedale San Paolo, per fare due soli esempi.

Un’ondata di xenofobia potrebbe sommergere anche il settore sanitario, opacizzando ancora di più il quadro generale. Rimarrebbe, a quel punto, solo il valore dell’iniziativa locale. E se Milano, città (anche) officina di buone pratiche e belle idee, proponesse allora iniziative di comunità più vaste? Un epicentro di cambiamenti, forse necessario da qui a qualche mese.

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In copertina: foto via NAGA Onlus / Facebook

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