Il “fronte repubblicano” di Renzi e Calenda così come si è preannunciato continua ad avere lo stesso problema che ha avuto il centrosinistra alle scorse elezioni: non dice agli elettori perché votarlo.

La crisi di governo italiana ha perso, nelle ultime 48 ore, qualsiasi forma anche remotamente riconoscibile. Che governo si formerà? Con che fiducia? Quando si tornerà al voto? Sono domande a cui si sarebbe potuto dare risposte drasticamente diverse ogni paio d’ore negli ultimi due giorni.

Questa mattina era attesa la risposta definitiva di Salvini (la terza consecutiva, sperando non sia smentita anche questa) alla proposta di Di Maio di formare un governo politico con Savona in squadra, ma non all’Economia. Il mercato resta aperto e sembra ci si stia muovendo in questo senso, ma l’ingresso repentino in maggioranza di FdI avrebbe scosso questa volta il Movimento 5 Stelle.

Questa incertezza si fa particolarmente pesante per il centrosinistra, diviso tra chi vorrebbe tornare al voto più in là possibile e chi vuole tornare al voto al più presto, per evitare che le bilance del potere interno si inclinino magari in direzioni inaspettate.

Ma lo spettro delle elezioni anticipate, siano esse a settembre, a dicembre, o all’inevitabile caduta del governo gialloverde la prossima primavera sembra inevitabile — e per il Partito democratico, al minimo storico di elettori da quando è stato fondato la situazione è da incubo.

Sia l’inarrestabile (non è un complimento) ex segretario Renzi che la twitstar Calenda hanno profilato la proposta di una larga coalizione “repubblicana.” L’ispirazione è ereditata dalla quinta Repubblica francese, quando tutti i partiti di destra e sinistra si coalizzarono per fermare il Fronte Nazionale. La cronaca recente ha visto l’ora presidente Macron guidare una sorta di fronte repubblicano alla vittoria durante il secondo turno delle elezioni presidenziali francesi, riuscendo a fermare la scalata al potere di Le Pen.

È una trovata elettorale abbastanza semplice: tutti gli elettorati sono naturalmente paurosi, e rigirare la temerarietà dei partiti populisti contro di loro è una tattica comunicativa fin troppo collaudata.

La proposta di Renzi e Calenda cade presto a pezzi, però. Ammettiamo che Berlusconi sia fuori da questa alleanza repubblicana — una scelta logica, sia per i “repubblicani” che per Berlusconi, che è ancora tutto da provare se alle prossime elezioni avrà voti, soprattutto se separato dalla coalizione di centrodestra.

Chi resta?

Liberi e Uguali, una lista europea e il Partito democratico. Ma anche ammesso che Liberi e Uguali accetti di partecipare — cosa non del tutto scontata: Nicola Fratoianni parrebbe essere contrario — quale sarebbe la differenza tra questa alleanza e quella con cui il Partito democratico si è presentato alle scorse elezioni? Il 2 percento in più?

È vero, Liberi e Uguali può in questo momento vantare un’altissima percentuale delle “personalità” di sinistra della politica degli ultimi anni, personalità che è indubbio abbiano molto più valore all’interno di una lista che possa ambire a risultati con un zero in più rispetto al loro partito isolato, ma per numero di voti si tratta di una non differenza.

Insomma: se si torna al voto e questa deve essere l’alleanza con cui la sinistra si presenta, come si può pretendere di avere un risultato marcatamente diverso? Si tratterebbe, tra l’altro, dell’ennesimo caso di revolving door nel centrosinistra italiano: un problema che è impossibile non alieni l’elettorato e che espone il fianco alle accuse di essere establishment.

Il “fronte repubblicano” di Renzi e Calenda così come si è preannunciato continua ad avere lo stesso problema che ha avuto il centrosinistra alle scorse elezioni: non dice agli elettori perché votarlo. È stato dimostrato in tutta Europa che, sulla lunga distanza, i populismi di destra non possono più essere arginati semplicemente dicendo che sono cattivi. Il problema è nei temi, e in come li si propone agli elettori: in particolare, rimangono punti fermi su cui nella coalizione il Partito democratico deve smarcarsi, arrivando ad una sua sintesi critica di Fornero e Jobs act, e non solo una difesa sempre più affannata.

Se si vuole essere un fronte repubblicano, o “antifascista,” questi aggettivi bisogna meritarseli — bisogna presentarsi non solo come una forza di governo ma come una forza di governo progressista, una forza, in mancanza di una parola migliore, positiva. Al contrario, l’idea di costruire un fronte — un’espressione infelice per un progetto progressista moderno, quasi dubbia — sembra essere la naturale evoluzione della retorica della polarizzazione a cui Renzi negli ultimi due anni non ha saputo resistere, quella che ha portato alla antagonizzazione dell’elettorato degli altri partiti da parte del Pd stesso.

La retorica della costruzione di un “ultimo baluardo della Repubblica,” in piena e violenta opposizione ai partiti populisti, rivela di aver fondamentalmente frainteso perché forze malleabili e post–ideologiche come il Movimento 5 Stelle hanno oggi successo.  

Nel contesto iper pubblico contemporaneo, in cui tutto è politicizzato, tutti hanno la propria serie tv su Instagram e delle “dichiarazioni” su Facebook, giocarsi la carta dell’antagonismo non solo come collante ma come ragione espansiva di una coalizione politica è una battaglia persa: perché chi si è apertamente schierato con i propri conoscenti, in pubblico, per queste forze contro cui si vuole combattere non potrà mai cambiare posizione a 180°: si sentirebbe compromesso, soffocato da meccanismi tossici di peer pressure e senso di esposizione. Il fascismo del ventunesimo secolo si combatte esattamente come quello del secolo scorso — superandolo con politiche più avanzate. (oppure nell’altro modo)

Parlare di Fronte Repubblicano, quando si tratterà di una coalizione di un solo partito di centrosinistra insieme a due piccoli alleati, è privo di significato — paradossalmente potrebbe avere senso se proprio dovesse estendersi, con uno sforzo disperato, anche a Silvio Berlusconi. Nella situazione attuale, con Forza Italia schiacciata dalla prepotenza di Matteo Salvini ma senza futuro fuori dalla coalizione di destra, leggere di partiti di centrosinistra che ambiscono soltanto a rappresentare la repubblica e non una repubblica socialdemocratica e progressista fa solo aggrottare la fronte. Il rischio concreto è un ulteriore slittamento verso un centro — se non politiche apertamente conservatrici: e lo dimostrano i risultati elettorali, in questo momento non rappresenta nessun elettore, ed è qualcosa di cui il paese ha tutto tranne che bisogno.


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