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Nei prossimi mesi lo scontro istituzionale a cui stiamo assistendo dovrà essere risolto, in un senso o nell’altro. Si potrà ridurre il potere delle regioni per tornare a una gestione più centralizzata di materie sensibili, come la sanità, o fare altri passi avanti verso una maggiore autonomia

Quella che si è aperta negli ultimi due mesi non è soltanto una crisi sanitaria: è una crisi amministrativa, e ancora di più istituzionale. Lo scoppio dell’emergenza Covid-19 ha messo in luce il malfunzionamento della suddivisione dei poteri tra governo centrale e regioni, creando — anche a causa di un governo molto debole, soprattutto nei primi giorni della crisi — tensioni tra enti pubblici mai viste nel nostro paese.

In queste ore sta andando in scena l’ennesima puntata dello scontro, a cui siamo ormai abituati. Ieri, in una videoconferenza con i governatori, il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie Boccia ha detto che a partire dal 18 maggio le regioni potranno prendere “scelte differenziate” sulla riapertura delle attività. Fino a quella data le singole ordinanze dovranno essere coerenti con l’ultimo Dpcm, pena l’invio di una “diffida.”

Alle regioni governate dal centrodestra, che dall’inizio della crisi si sono messe in luce per la loro linea di collisione con il governo, questa obbedienza va un po’ stretta: alcune, come il Veneto e la Liguria, hanno varato già nei giorni scorsi ordinanze che anticipano il Dpcm con provvedimenti meno restrittivi. Altre si sono spinte ancora più in là: la governatrice calabrese Jole Santelli ha autorizzato da oggi l’apertura di bar, ristoranti, pasticcerie, pizzerie e agriturismi con tavoli all’aperto.

I tredici governatori regionali del centrodestra hanno anche scritto una lettera al presidente Mattarella, mettendo in copia Conte, Casellati, Fico e lo stesso Boccia, per chiedere il “rispetto dell’assetto costituzionale e del riparto di competenze tra lo stato e le regioni” e, in sostanza, la possibilità di concedere la riapertura a tutte le attività che rispettino le misure di sicurezza previste dall’ultimo Dpcm. All’HuffPost, il governatore siciliano Musumeci ha detto ad esempio di essere disponibile al dialogo, ma esprimendo dure critiche al Dpcm (“va modificato. Punto”) e sostenendo la necessità di “ripartire il prima possibile.”

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Per certi aspetti opposto, ma comunque indicativo del senso di potere politico e comunicativo di cui si sentono rivestiti i governatori, è il comportamento del governatore campano, De Luca, che nonostante i toni da capetto del quartiere è espresso dal Partito democratico. Dopo aver minacciato di mandare “i carabinieri con il lanciafiamme” a chi avesse voluto organizzare una festa di laurea nei primi giorni della pandemia, negli scorsi giorni è tornato a ribadire di essere disposto a “chiudere i confini” della Campania.

Un comportamento che paga, visto che De Luca sembra avere il gradimento incondizionato dei propri cittadini. In effetti, i governatori che sono stati più energici o visibili nella gestione della pandemia stanno ricevendo consensi quasi plebiscitari presso i propri cittadini, come le percentuali di gradimento di Luca Zaia, che finora ha affrontato la pandemia nel modo più efficace rispetto ai propri colleghi, in volo oltre l’85%. Grazie all’incertezza e all’inefficacia dell’azione del governo durante la crisi, i governatori sono inoltre nella felice posizione di poter dare a Roma la responsabilità di molte storture e decisioni discutibili durante la pandemia — nonostante la sanità sia largamente di loro competenza. In questa crisi, è ormai evidente, i consigli regionali sono riusciti con molta facilità a dipingersi presso i propri cittadini come “quelli che hanno ragione” nella gestione della pandemia e nel contenimento dei danni.

Dopo un’iniziale luna di miele impostata su questa base retorica, oggi i cittadini sembrano invece aver voltato almeno parzialmente le spalle alla giunta regionale della Lombardia — dove il livello di cialtronaggine è ben esemplificato dalla proposta di fare causa per danni alla Cina, avanzata dal segretario della Lega in Lombardia Paolo Grimoldi. La gestione della crisi lombarda, di cui ci siamo occupati spesso, è stata disastrosa a un livello impossibile da nascondere, dalla scellerata decisione di aprire le case di riposo ai pazienti Covid-positivi alla farsa dell’ospedale in Fiera, costato 21 milioni di euro e rimasto sostanzialmente inutilizzato. Con l’inaugurazione dell’ospedale in Fiera, ad esempio, Fontana ha fatto un passo di troppo sulla strada dell’esibizionismo mediatico, con una cerimonia pubblica assurda e in pompa magna che alla fine gli si è ritorta contro.

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Anche in Lombardia però la giunta si è mossa per tutta la durata della pandemia comportandosi come un piccolo governo dispotico, cercando costantemente lo scontro frontale con il governo tramite ordinanze clamorose e con mosse mediatiche come la nomina di Bertolaso a “consigliere personale” di Fontana per la costruzione del già citato ospedale-farsa alla Fiera. Particolarmente gravi, e ancora poco chiari, è il sospetto di aver lasciato trapelare alla stampa italiana e internazionale alcune bozze del decreto di chiusura di tutta Italia poche ore prima che entrasse effettivamente in vigore, che grava sul Consiglio regionale.

La giunta leghista è stata favorita anche dalla sostanziale mancanza di opposizione in una regione governata da decenni dagli stessi partiti — e dalle stesse consorterie di potere. Il Pd lombardo si è finalmente deciso a prendere una posizione pubblica coerente contro l’assessore al Welfare Gallera, con una mozione che chiede al Consiglio regionale di impegnare il presidente Fontana a “rivedere radicalmente l’assetto, politico e tecnico, dell’assessorato al Welfare e dei vertici della sua Direzione Generale.” Secondo il capogruppo democratico Fabio Pizzul, le dimissioni di Gallera “non bastano”: “È giunto il momento che il Consiglio regionale tutto prenda atto della gestione disastrosa dell’emergenza sanitaria.” Nonostante ciò, non sono arrivate da membri Pd del consiglio regionale parole sulla proposta di commissariare la sanità lombarda promossa da alcune sigle della sinistra milanese e regionale.

Nei prossimi mesi lo scontro istituzionale a cui stiamo assistendo dovrà essere risolto, in un senso o nell’altro. Si può notare già ora come esistano due strade possibili: ridurre il potere delle regioni per tornare a una gestione più centralizzata di materie che si sono dimostrate estremamente sensibili, come la sanità, o fare altri passi avanti verso una maggiore autonomia delle giunte regionali. Uno scenario in cui sperano soprattutto le regioni leghiste del Nord, desiderose di mettere in atto quella che può essere definita una vera e propria secessione dei ricchi.

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