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Nella gestione dell’emergenza la Lombardia continua a sbagliare tutto

Dalla poca trasparenza sui dati alle indicazioni confuse sulle mascherine, la regione si sta mostrando completamente inadeguata di fronte alla crisi.

in copertina, foto via Facebook

Dalla poca trasparenza sui dati alle indicazioni confuse sulle mascherine, la regione si sta mostrando completamente inadeguata di fronte alla crisi.

Dalla volontà di non fornire i dati sull’epidemia di coronavirus alle informazioni confuse sull’impiego delle mascherine e l’apertura delle attività commerciali. La gestione della crisi in Lombardia, nonostante la tracotanza della giunta, è stata improvvisata e maldestra. Si è passati dallo scontro tra regione e governo alla travagliata vicenda dell’ospedale in fiera — che ancora oggi ospita solo tre pazienti e di cui non sono noti i costi totali — alle accuse di malagestione di questa settimana. 

Solo negli ultimi sette giorni, infatti, una serie di fatti hanno gettato ulteriori dubbi sulla competenza mostrata dalla giunta lombarda nella gestione dell’emergenza coronavirus.

Le ATS e le ASST non danno i dati sulla crisi

L’ultimo episodio grave riguarda il rifiuto dell’autorità regionale di fornire dati certi sui numeri e sull’entità della crisi. Secondo Altreconomia, che li ha richiesti, la regione sostiene di non avere “aggregato” i dati, giustificandosi “con la scusa della gestione dell’emergenza.” I dati si riferiscono ai decessi, sia negli ospedali che nelle RSA, al numero di mascherine distribuite nelle residenze per anziani, ma anche ai contagi tra il personale sanitario e i medici di base e ai flussi di pazienti tra ospedali e RSA. 

Altreconomia sostiene inoltre che le ASST (Aziende Socio Sanitarie Territoriali) e le ATS (Agenzie di Tutela della Salute) abbiano risposto con un messaggio copincollato, condiviso dall’assessorato al Welfare guidato da Giulio Gallera, secondo cui per “aziende già così provate dall’eccezionalità” fornire i dati richiesti “non sarebbe compatibile con la necessità di assicurare il buon andamento” della gestione della crisi. Una tesi che però è stata smentita dal medico — e conduttore per Radio popolare — Vittorio Agnoletto, secondo cui non solo i dati dovrebbero essere già a disposizione delle aziende sanitarie, ma questa risposta getterebbe ulteriori dubbi sulla capacità e la strutturazione del sistema sanitario lombardo.

In Lombardia la cronica mancanza di dati certi è stato uno dei fattori più critici della gestione della crisi, fin da quando il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, aveva dichiarato che i pazienti “vengono lasciati morire.” Ad oggi non è in alcun modo possibile stabilire un numero totale dei contagiati in Lombardia dall’inizio dell’epidemia, anche e soprattutto tra il personale sanitario. Lunedì 6 aprile la FNOMCeO — l’associazione di ordini dei medici della Lombardia — ha scritto una durissima lettera aperta alla regione con indicate 7 rimostranze sulla gestione della crisi, e il primo punto riguardava appunto l’assenza di una certezza sul numero di casi e sulla procedura per raccoglierli.

Le morti nelle RSA

Nel corso dell’ultima settimana è emerso anche come le politiche della regione Lombardia potrebbero avere incrementato la diffusione del contagio nelle strutture di residenza per anziani sul territorio. Ce ne siamo occupati anche noi da vicino. Tra le situazioni più critiche emerge il caso del Pio albergo Trivulzio, a Milano, la più grande residenza per anziani italiana con 1300 ospiti. Nel corso dell’ultimo mese la residenza ha registrato un aumento straordinario del numero di morti tra i pazienti, oltre 100 solo a marzo. Un’operatrice della struttura ha anche raccontato di essere stata cacciata dopo che si era rifiutata di togliere la mascherina che indossava, perché secondo una dirigente questa avrebbe allarmato gli ospiti. 

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Molti operatori del reparto sanitario, in particolare quelli impegnati nella cura degli anziani, hanno puntato il dito su una precisa ordinanza regionale come potenziale fonte di moltissimi contagi. L’ordinanza in questione è la numero XI / 2906 dell’8 marzo 2020, con cui si disponeva di individuare “strutture della rete sociosanitaria (ad esempio Rsa) da dedicare all’assistenza a bassa intensità dei pazienti COVID positivi,” con l’obiettivo di “liberare rapidamente posti letto di terapia intensiva e sub intensiva negli ospedali.” Molte Rsa hanno dovuto sottomettersi all’ordinanza sostanzialmente per paura di vedersi tagliare i fondi — ma gli effetti sui residenti potrebbero essere stati devastanti: secondo Luca Degani, presidente di Uneba — un’associazione di categoria che raggruppa circa 400 case di riposo lombarde — la delibera ha voluto dire “accendere un cerino in un pagliaio.”

La mancata creazione della zona rossa di Alzano-Nembro

Nel frattempo l’assessore al Welfare regionale, Giulio Gallera, è stato protagonista di uno scontro col governo. Secondo il premier Conte infatti la Lombardia avrebbe potuto creare la zona rossa Alzano-Nembro, nella bergamasca, nelle prime settimane della pandemia, quando ancora sembrava che il fenomeno fosse limitato ad alcuni comuni della pianura lodigiana. Il presidente della regione Attilio Fontana ha però rimpallato la responsabilità replicando che “si sarebbe potuto fare qualcosa di più rigoroso ma dopo che era stata istituita una zona rossa noi non avevamo neanche da un punto di vista giuridico modo di intervenire.”

Anche le reazioni di Gallera sono state altalenanti. Dopo settimane passate a rimbalzarsi la responsabilità con il governo, l’assessore ha finalmente ammesso che la regione poteva muoversi autonomamente per applicare la zona rossa nei comuni della bergamasca più colpiti dal virus. “Ho approfondito ed effettivamente la legge c’è,” ha dichiarato martedì. Ma allora perché non è stato fatto? Secondo Gallera, il 5 marzo erano già arrivate le camionette dell’esercito, quindi “eravamo convinti che la zona rossa sarebbe arrivata” e per questo “non avrebbe avuto senso, per noi, fare un’ordinanza.” Ma allora sapeva anche prima che la legge c’era? 

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La mancata creazione di una zona rossa in quella che in seguito si è rivelata l’area più colpita del Paese ha avuto effetti devastanti sulla popolazione del luogo e sulla tenuta complessiva del sistema sanitario lombardo. Questa mancanza è anche dovuta al pressing di Confindustria, che secondo molte testimonianze ha spinto per tenere aperta la produzione fino all’ultimo, nonostante il parere contrario di alcuni amministratori locali come il sindaco di Brescia Emilio Del Bono secondo cui “le fabbriche andavano chiuse prima.” 

In un’intervista rivelatrice a TPI, il presidente di Confindustria lombarda ha dichiarato quanto segue riguardo alle dinamiche decisionali relative alle eventuali zone rosse:

D: Lei mi conferma che i primi di marzo ci sia stata in Regione una riunione con i rappresentanti delle industrie lombarde, il presidente Fontana e alcuni tra i principali imprenditori della bergamasca per parlare proprio della zona rossa?

R: Ci siamo confrontati, ma non si potevano fare zone rosse. Non si poteva fermare la produzione.

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Mercati coperti, aperti o chiusi?

Tra il 5 e il 6 aprile l’ennesimo episodio di confusione aveva riguardato i mercati coperti. Dopo essere passati indenni attraverso tutti i provvedimenti incrociati di governo e regione, l’ordinanza lombarda del 4 aprile ne aveva decretato la chiusura nella cornice del contrasto alla diffusione del contagio. La mossa aveva suscitato una prevedibile levata di scudi da parte dei proprietari e dei lavoratori delle strutture, che non capivano la discriminazione decisa dalla regione tra loro e i supermercati della grande distribuzione, rimasti aperti. Risultato: la chiusura dei mercati coperti è stata cancellata con un tratto di penna dalla regione nel giro di una notte. In ogni comune però il sindaco ha l’obbligo adottare e far rispettare “un piano specifico per ogni mercato.” La confusione è indicativa della generale frenesia che interessa il settore della distribuzione di generi alimentari, in cui — soprattutto all’inizio della pandemia — si sono registrate proteste da parte dei lavoratori riguardo alle misure di sicurezza nella categoria, ovviamente vitale per il paese.

Il problema delle mascherine

A partire dalla scorsa domenica, in tutta la regione è obbligatorio coprirsi naso e bocca se si esce di casa, per “proteggere se stessi e gli altri.” Come? La logica vorrebbe che durante una pandemia si debbano utilizzare dei dispositivi medici, ma non sembra essere questo il caso. Secondo la regione, infatti, l’ordinanza dev’essere rispettata

“coprendosi naso e bocca con mascherine o anche attraverso semplici foulard e sciarpe.” Questa confusa ordinanza segnala la disperata carenza sul territorio regionale e nazionale di dispositivi di protezione individuale, gravissima fin dall’inizio della pandemia — anche e soprattutto nelle strutture sanitarie. La regione ha deciso di emanare un’ordinanza simbolica come questa durante una fase particolarmente acuta di conflitto col governo, preoccupandosi solo dopo di fornire alla popolazione i dispositivi medici necessari per rispettarla. La regione infatti ha annunciato che avrebbe distribuito il prima possibile 3 milioni e 300 mila mascherine ai cittadini. Queste mascherine sono arrivate solo ieri, e non è affatto chiaro con quale criterio debbano essere distribuite: la regione ha stabilito che la distribuzione dovesse essere gestita dai comuni con un occhio di riguardo per le famiglie meno abbienti — ma la confusione è massima. Secondo AGI:

“C’è chi ha organizzato un gazebo per il ritiro, come il comune di Rho; c’è chi ha deciso di consegnare una confezione per famiglia, come a Cormano; chi le ha già designate a tutti gli over 65 come Settimo Milanese; a Cinisello si è partiti con la distribuzione tramite i negozi aperti. A Bernareggio, in provincia di Monza e Brianza arriveranno soltanto alle famiglie che hanno almeno un over 65 all’interno del nucleo. Il sindaco di Trezzano sul Naviglio, Fabio Bottero, ne ha ricevute 8mila e ha deciso di consegnarne “2 a testa solo agli over 65 e agli immunodepressi”. A Buccinasco si è pensato invece che fosse sbagliato aprire le confezioni da 10 dentro le quali le mascherine sono arrivate, per questioni igieniche.”

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Marco Minoggio ha collaborato alla stesura di questo articolo

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