Gaza ceasefire resolution
L’ambasciatrice statunitense Thomas-Greenfield annuncia l’astensione di Washington. Foto: UN Photo

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha finalmente adottato una risoluzione che chiede il cessate il fuoco sulla Striscia di Gaza per il mese del Ramadan e “l’urgente necessità di espandere il flusso” dell’ingresso di aiuti umanitari. La battaglia dei veti incrociati si conclude così con la resa degli Stati Uniti: il voto è passato con 14 voti a favori e una astensione, quella di Washington, anche se l’ambasciatrice statunitense ha dichiarato che la delegazione “supporta pienamente” gli obiettivi della bozza. Il testo non contiene una condanna esplicita ad Hamas — cosa che ha portato l’ambasciatore israeliano Erdan a dichiarare che il Consiglio stava “discriminando” tra il sangue israeliano e quello palestinese — anche se chiede la liberazione di tutti i prigionieri.

Leader e rappresentanti di tutto il mondo hanno commentato la notizia sottolineando la necessità di una implementazione rapida della risoluzione. L’ambasciatore cinese Zhang Jun ha commentato: “Per le vite di chi è già morto, la risoluzione del Consiglio di oggi arriva troppo tardi, ma per i milioni di persone a Gaza che sono rimaste intrappolate in una catastrofe umanitaria senza precedenti, questa risoluzione, se sarà implementata in modo completo ed efficace, potrebbe ancora portare speranza.” L’ambasciatore russo Vasilij Nebenzja ha rilanciato, dicendo che Mosca avrebbe preferito una risoluzione per un cessate il fuoco permanente, e non limitato al mese del Ramadan. L’ambasciatore francese Nicolas de Riviere ha espresso ancora una volta la frustrazione con i ripetuti veti: “Il silenzio del Consiglio di sicurezza su Gaza stava diventando assordante. È giunto il momento ora che il Consiglio finalmente contribuisca a trovare una soluzione.” Il rappresentante del Senegal, Amar Bendjama, una delle voci più attive per fermare l’aggressione di Gaza, ha commentato in modo analogo, dicendo che il Consiglio di sicurezza si era “finalmente assunto le proprie responsabilità, in quando principale organo responsabile di mantenere la pace e la sicurezza internazionali.”

L’astensione degli Stati Uniti ha aperto un piccola crisi diplomatica con Israele: il governo Netanyahu VI ha deciso di non inviare i propri rappresentanti a Washington per coordinarsi con gli Stati Uniti sull’attacco di terra a Rafah — la Casa bianca voleva usare l’incontro per discutere di possibili alternative al continuare la strage. La crisi diplomatica non ha fermato invece il ministro della Difesa Gallant, che oggi sarà al Pentagono per incontrare il segretario alla Difesa Lloyd Austin, per chiedere più armi e equipaggiamenti statunitensi da usare per l’aggressione di Gaza. Lunedì, mentre si votava per il cessate il fuoco a New York, a Washington Gallant stava parlando di vendita di armi con il consigliere alla sicurezza nazionale Jake Sullivan e con il segretario di Stato Blinken.

La relatrice speciale delle Nazioni Unite Frnacesca Albanese ha pubblicato un nuovo report in cui scrive esplicitamente che ci sono “motivi fondati per credere che Israele abbia raggiunto il livello di commissione di genocidio.” Nel report Albanese descrive l’“anatomia di un genocidio,” compilando la lista degli atti svolti dalle IDF che ricadono nella definizione di genocidio, sottolineando che ci sono “prove dirette della presenza di intento genocida” da parte della politica israeliana, e che in ogni caso “intento indiretto può configurarsi in una condotta o in uno schema evidente. La sistematicità con cui sono compiuti atti genocidi implica l’esistenza di un qualche piano prestabilito.” Albanese elenca anche le numerose infrazioni della legge umanitaria internazionale e raccomanda un embargo sulle armi a Israele, sanzioni e riparazioni di guerra, e l’attivazione del comitato sull’apartheid delle Nazioni Unite.”


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