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La storia del fiume “sacro” di Taranto inquinato dall’ex Ilva

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Il fiume Tara scorre nella periferia industriale della città, a un passo dalla fabbrica. Nonostante l’inquinamento, sopravvive un culto locale che attribuisce alle sue acque dei poteri curativi

A poche centinaia di metri dagli stabilimenti dell’ex Ilva di Taranto, oggi Acciaierie d’Italia, scorre un piccolo fiume che porta lo stesso nome della città, Tara, dal greco Taras, il nome dell’eroe mitico che i Greci consideravano fondatore della colonia. Non è un fiume qualsiasi: di origine carsica, le sue acque vengono considerate benefiche per il corpo, o addirittura miracolose. Attorno a questo piccolo corso d’acqua è nato un vero e proprio culto locale: ogni primo settembre si svolge la processione della Madonna del Tara, che termina con un bagno collettivo nel fiume.

È un costume che sopravvive dal passato pre-industriale della città, quando le acque del Tara erano abitualmente frequentate dai bagnanti. Oggi, però, l’acqua del fiume è pesantemente inquinata dall’attività degli impianti siderurgici, come tutta l’area circostante. Nonostante ciò, il culto basato sui poteri taumaturgici del Tara sopravvive e continua ad essere tramandato.

Lo raccontano i registi Francesca Bertin e Volker Sattel nel documentario Tara, in programma oggi – giovedì 24 novembre alle 19.00 – alla Cineteca Milano Arlecchino, per la prima italiana nel corso del festival Filmmaker. Il film dà voce al contrasto tra natura e sviluppo industriale, tra gli antichi rituali agricoli e il sogno ormai in frantumi della modernità, rappresentato dal colosso siderurgico dell’ex Ilva. 

“Io e Sattel avevamo già lavorato insieme su un altro film, La Cupola, e il nostro comune interesse per l’architettura industriale ci ha portati a voler girare un documentario sulla zona di Taranto. Non volevamo affrontare però un tema così complesso e mediamente già molto sfruttato, come quello della presenza della fabbrica. Il fiume Tara ci permette invece di circumnavigare l’ex Ilva, realizzando un viaggio all’interno del territorio di Taranto e raccontando i cambiamenti subiti da tutta la città,” spiega Francesca Bertin.

Il risultato non è un documentario di inchiesta, ma quasi un’indagine etnografica.

“Abbiamo subito messo in chiaro che eravamo interessati non alla presenza dell’ex Ilva ma alla quotidianità degli abitanti della zona. Ci siamo posti in maniera molto aperta e siamo rimasti colpiti dalla collaborazione e dalla disponibilità delle persone, che si sono aperte nei nostri confronti anche davanti alla telecamera.”

I temi toccati da Tara non riguardano soltanto Taranto: il rapporto complesso tra la natura e la tutela dell’ambiente, da un lato, e lo sviluppo industriale ed economico, dall’altro, caratterizza gran parte delle aree industrializzate d’Italia. A Taranto — città che da decenni si trova esposta al “ricatto” della scelta tra salute e lavoro — questi conflitti risultano semplicemente più evidenti.

“Il documentario lascia allo spettatore la possibilità di fare le proprie valutazioni, sulla base della descrizione del paesaggio e delle persone che vengono descritte. Non vogliamo formulare domande o risposte: le testimonianze di ogni singolo protagonista servono come fonte di riflessione, per interrogarci sulla nostra percezione del mondo,” conclude Bertin.


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