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L’ultimo romanzo di Enrico Sibilla affronta il dramma della solitudine e dell’identità

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in copertina, foto: Marta Clinco

L’autore torna con un secondo romanzo in cui attraversa il territorio inesplorato tra le difficoltà dell’infanzia, della vita adulta e della genitorialità, e del dramma della vita del protagonista, artista diviso tra pianobar e karaoke

“Tutti i suoni sono stati uditi […] solo un nuovo ascolto ci può salvare,” sono le parole di Manlio Sgalambro, tratte da “Contro la musica,” con cui Enrico Sibilla decide di aprire il suo secondo romanzo: Aurora Liminalis. Edito da Il Saggiatore e da oggi in libreria, segue Il libro dei bambini soli, di cui avevamo scritto qui, nel 2016. 

L’affermazione sepolcrale di Sgalambro e la scelta di Sibilla di incastonarla all’inizio del libro ci hanno incuriosito: l’abbiamo letto in anteprima e ne abbiamo parlato con l’autore.

* * *

A Milano, Principe, ex virtuoso del canto armonico, incontra il destino comune a molti cantanti e musicisti che non ce la fanno: sopravvive malamente facendo serate di pianobar e karaoke. Ha una moglie tedesca, Petra, e un figlio di 8 anni, Enrico.

Quando perde il suo unico ingaggio fisso, un tragico pre-discoteca, inizia ad accettare ogni tipo di squallido ingaggio sottopagato. Uno  di questi  è una devastante serata presso una finta baita bergamasca all’interno di un centro commerciale della Brianza, durante il quale conosce Iride, una giovane cantante. Per la prima volta dopo anni Principe riscopre l’emozione della musica cantando con lei.

L’incontro sarà l’inizio della sua discesa all’inferno.

* * *

Ciao Enrico. Cominciamo dal titolo: Aurora Liminalis. Cosa significa, e perché questa scelta?  

Aurora Liminalis, letteralmente “aurora della soglia,” è un’espressione usata da William Basinski e Richard Chartier come titolo per un disco ambient del 2013, un album che ho ascoltato tantissimo negli ultimi anni. Ho concepito l’intera vicenda semplicemente sulla suggestione che mi dava quell’espressione. Il romanzo tuttavia non ha niente a che vedere con il disco. Ciononostante Basinski e Chartier sono stati così gentili da approvare e sostenere l’uso di Aurora Liminalis come titolo del mio libro.

Nella tua vita (e nel tuo lavoro) è sempre stato molto forte il legame con la musica. Ma in questo libro prende la forma di un’ossessione.

È l’ossessione per la sua inafferrabilità. Che cos’è la musica? Sarebbe bello riuscire a dirlo. È davvero solo una questione di suono? Quali sensi coinvolge davvero? E dove si trova, esattamente? Esiste quando non la sto ascoltando? Quando il vinile è infilato nella copertina sullo scaffale, la musica permane nei solchi in qualche forma immobile ma viva, come un principio attivo in una provetta, oppure è nebulizzata in sospensione nell’aria, nella mia memoria, nella coscienza collettiva? E quando la riproduco, come la afferro, come la fisso?

Ti direi: nell’ascolto.

Sì, ma l’ascolto è un’esperienza necessariamente dinamica. Per guardare un quadro o una statua posso allontanarmi e ricavarne una vista d’insieme; certo, è rozza e sfocata ma è lì. Di un film posso isolare un fermo immagine; con un libro posso stare su una pagina o una parola, persino su un singolo carattere tipografico. Con la musica questo non è possibile: se premo il tasto Pausa, ottengo il silenzio. In questo, la cosa che più le si avvicina è la luce. On e off, non esistono stadi intermedi: o c’è o non c’è. E quando c’è, è cangiante.

Stando a quanto dici, allora l’esperienza della musica è possibile solo nel qui e ora.

Io credo che ogni cosa esista solo nel qui e ora; è che con la musica risulta particolarmente evidente. Forse solo certi generi atonali radicali come i droni o la loop ambient permettono di dilatare l’esperienza, anche se impercettibilmente.

È per questo che il riferimento principale del libro, a partire dal titolo, è la musica di William Basinski?

Sì, la musica di Basinski, basata su loop e manipolazione delle frequenze, crea quella che lui stesso in un’intervista ha definito “a bubble of eternity,” una bolla di eternità, un luogo amniotico in cui è possibile “stare”. È il luogo a cui Principe anela per tutta la sua vita.

Nel libro sono tanti i riferimenti musicali: citi i Kiss, Kanye West, Lou Reed, la techno, i Carmina Burana, persino Claudio Chieffo…

Sì, ma sono tutti presenti in chiave funzionale. Ciascuno di essi, così come tutti quelli che cito in modo occulto, è lì per dire altro, per rappresentare un tema, un’opposizione, un’incongruenza.

Il libro è dedicato a Mirko Bertuccioli, musicista fondatore de I Camillas, scomparso nel 2020 a 46 anni a causa del Covid-19.

Mirko è stato uno dei più grandi artisti che l’Italia abbia mai avuto. Ed è, uso il presente di proposito, una creatura stupefacente, vibrante di luce. Mi manca moltissimo, ma quella emissione luminosa non si è affatto spenta. Chiedilo a chiunque lo abbia conosciuto, ti risponderà la stessa cosa: Mirko non smette di vibrare. Nel libro questo tema è centrale.

E poi c’è Prince, che penso abbia ispirato almeno nel nome il protagonista, Principe.

A dire il vero, soffro abbastanza questa cosa dei nomi, perché in generale sono proprio resistente all’idea. I personaggi sono solo funzioni. Battezzarli significa dar loro una vita indipendente, sfilare la mano dal burattino. Farlo mi è costato molta fatica.

Foto: Marta Clinco

Per questo, quindi, il bambino si chiama Enrico, come te?

Sì, e per questo tutti i personaggi sono identificati solo dal nome – Petra, Enrico, Iride – mentre il protagonista solo dal cognome. Insisto di continuo sul suo nome di battesimo, ma non lo nomino mai. Però quel nome esiste.

Immagino non me lo dirai.

No, però posso dirti perché ho scelto quel cognome. Un po’ perché appunto è una funzione – Principe è un principe, al punto di diventarlo letteralmente nell’ultima parte del libro – e un po’ perché come hai giustamente osservato c’entra Prince, che ha incarnato la mia, per così dire, “seconda rivoluzione musicale.”

Prince and the Revolution, non a caso.

Non ci avevo pensato. Ma sì. E ti dirò di più: Prince aveva un cognome, ma si faceva chiamare per nome. Con Principe accade esattamente l’opposto. È un omaggio un po’ obliquo. Chiamare il protagonista per cognome, però, mi serviva anche per enfatizzare il fatto che quest’uomo non è solo un musicista e un padre fallito, ma è anche una creatura condannata all’anonimato.

Lo definisci “come il plancton sfuso nel mare.” In effetti, il cognome ci identifica con precisione solo quando è associato al nome proprio.

Esattamente: da solo non basta. Quanti Sibilla esistono? Quanti Clinco? E quanti Principe ci sono nel libro? Almeno tre. Già questa non-singolarità lo rende prossimo all’oblio. Non è un caso che  a scuola o sul lavoro ci si chiami soprattutto per cognome. Spesso è precisamente un gesto di spersonalizzazione e depotenziamento dell’altro.

Torniamo alla musica. E a “Tutti i suoni sono stati uditi […] solo un nuovo ascolto ci può salvare,” le parole di Manlio Sgalambro, tratte da “Contro la musica”, con cui decidi di aprire il romanzo.

Quella citazione l’avevo messa provocatoriamente in esergo ancora prima di iniziare a scrivere. Poi è diventata la chiave di lettura, anzi di scrittura, di tutto il libro. 

Sembra di fatto il paradigma che percorre molte delle situazioni che racconti, insieme a una certa nostalgia. È questo l’atteggiamento che hai oggi, che possiamo avere, in definitiva, nei confronti della musica, di questa “monumentale idiozia” — in particolare, di quella contemporanea?

Il bersaglio non è la musica contemporanea, che per me racchiude tutto, dai canti alpini al death metal, da Messiaen ai Milli Vanilli, ma il concetto di musica in sé.  All’inizio del suo pamphlet, che per un’incredibile coincidenza è stato appena ristampato dopo vent’anni, Sgalambro scrive infatti: “Nel crepuscolo dell’umanità la musica suonerà da sola. Forse già si fa musica per nessuno.”

Il crepuscolo dell’umanità e la musica fatta per nessuno: sono le due immagini che aprono e chiudono Aurora Liminalis…

Già. Ma Sgalambro dice una cosa ancora più profonda e feroce per rivendicare la natura metafisica della musica. Per lui ciò che udiamo è “un suono che non cessa”: se quel suono è diventato una “monumentale idiozia,” cioè la musica, è perché siamo diventati ascoltatori, cioè strumenti di riproduzione, non solo sonora ma anche culturale. In altre parole, a un certo punto il sedimento primordiale di tutti i suoni nel tempo, un’entità metafisica spaventosa, è stato violato. Ciò è accaduto quando, per difenderci da esso, lo abbiamo trasformato prima in “musica,” cioè codice, quindi in “ascolto,” cioè piacere, e infine in “linguaggio,” cioè fatto sociale. In questo senso, quando parlo di “una luce che non è guardata da nessuno” non descrivo un momento di disperata solitudine, ma parlo sostanzialmente di quell’origine: una luce che prescinde dall’occhio, un suono che prescinde dall’orecchio.

 “Questo è l’inizio, ricordalo bene” come dice poi il vero incipit del romanzo.

Sì, e anche “Questo è l’inizio, nessuno può ricordarlo” come scrivo alla fine. Il concetto di “inizio” torna continuamente. Del resto, “principio” e “principe” hanno la stessa radice etimologica e ogni situazione che questo protagonista vive è sempre un ritorno al principio.

Come in un loop di Basinski.

Sì, o come la ripetizione infinita al termine di Metal Machine Music di Lou Reed, che è infatti il luogo fuori dallo spazio e dal tempo in cui Principe si rifugia ogni volta che il dolore lo aggredisce. Non un anestetico sonoro, ma una consapevolezza meditativa. 

Foto: Marta Clinco

Tornano a tratti alcuni temi del tuo libro d’esordio, Il libro dei bambini soli, sempre per Il Saggiatore: l’infanzia, l’arcadia intatta e immutabile e semplice nel tempo e nello spazio, ma irripetibile. Come li sviluppi in questo nuovo lavoro? 

Il libro dei bambini soli era un libro sull’essere figli, Aurora Liminalis parla dell’essere padri. Per questo il bambino, Enrico, è una figura rarefatta, volutamente passiva. Questo romanzo è l’esplorazione di quell’ambito inconoscibile di un genitore a cui un figlio quasi mai accede.

Il passato prima che arrivassero i figli e il presente privato.

Sì, che non è solo e banalmente la sfera sessuale, ma tutto ciò che non viene detto, spiegato, mostrato nel corso di una vita vissuta insieme e a stretto contatto. Quindi sì la sofferenza, la fatica e il sacrificio, ma anche la gioia, la commozione, quell’entusiasmo vissuto senza filtri che un adulto spesso vive come una manifestazione di vulnerabilità.

È quello che fai dire a Principe alla fine del libro: l’inconoscibilità e l’intraducibilità di un padre è qualcosa a cui un figlio deve necessariamente rassegnarsi.

Ci sono domande che ognuno di noi si pone e che non possono avere risposta: “Chi sono davvero mio padre e mia madre? Cosa provano davvero quando ascoltano una canzone o guardano un film? Cosa significa per loro amare, amarsi, odiare, tradire, sentirsi traditi?” E soprattutto: “Che forma assume davvero dentro di loro la consapevolezza della morte?” Questi interrogativi ho voluto renderli ancora più struggenti scegliendo come protagonista un uomo separato e anche piuttosto irrisolto come padre.

Il tema della separazione è centrale nel romanzo.

Sì, è di fatto l’evento che, con la perdita del lavoro, dà inizio alla spirale discendente di Principe. Quando poi arriverà anche la diagnosi di malattia, tutto crollerà definitivamente. La sua solitudine diventerà irreversibile, ma anche universale. 

Dunque è questo il legame tra i bambini soli e Principe, il protagonista di Aurora Liminalis?

Così come nessuno si accorge della solitudine per così dire “ordinaria” di ogni bambino, così ogni padre ha dentro di sé uno spazio cieco e immobile in cui è solo e non si sente visto da nessuno. Con l’aggravante che Principe è anche un musicista che nessuno ascolta. 

Scrivi “…prima di ogni cosa amabile e amata, quando era lui il figlio, bambino scimmia col petto di uccello, Principe aveva amato il cielo […] La musica è stata il mio secondo amore: si scende dal cielo solo dilatandolo ai bordi, facendone una membrana che vibra.” Io vedo: distacco dall’infanzia, addio al bambino.

Sì, ma quel momento di crescita è raccontato come un’esplosione di possibilità. Nel libro mi soffermo sui tanti momenti di epifania di Principe, il più illuminante dei quali è sicuramente la scoperta della stereofonia. Sono tutti episodi che ho vissuto anch’io e che consolano quelli come me, come Principe, con l’idea che esista una dimensione parallela, costantemente accesa ed eternamente disponibile. 

La musica, appunto.

Nel libro prima la chiamo “canzone,” poi “musica,” quindi “suono” e infine “frequenza”. Oltre quest’ultimo nome c’è forse solo quello, impronunciabile, di Dio. Ma io, che a Principe faccio fare un viaggio di ritorno a quell’origine sonora teorizzata da Sgalambro, mi fermo all’attimo immediatamente precedente la morte, all’istante prima di Dio. Il resto appartiene alla fede.

Parliamo dello stile. Il piano narrativo si sposta continuamente dal narratore esterno, che sembra dialogare con il protagonista e guidarlo e accompagnarlo, a un narratore interno, Principe stesso, che si confessa e si mostra fragile, umano, bambino e adolescente e adulto e disilluso e forte allo stesso tempo. La prosa poetica lascia spazio, anzi, permette tutti gli artifici letterari e l’intreccio dei registri. Ma qual è lo scopo?

Tutto parte dall’esigenza di dare alla narrazione un senso musicale. Nel libro precedente avevo lavorato sul ritmo, piegando le frasi alla metrica onestamente soffocante del novenario, qui ho piuttosto lavorato su melodia e armonia. Per questo i narratori sono di fatto tre, e simultanei. C’è la voce in prima persona del protagonista, che come dici è fragile, incoerente, umanissima, e poi c’è quella esterna, che svolge sicuramente il ruolo più neutrale, ma che non è esattamente la stessa che si rivolge direttamente a Principe dandogli del tu. Quello è un terzo punto di vista.

Io ci vedo: musica e teatro, come delle quinte dalle quali proviene una voce, che non ha volto…

Sì, ma è anche altro: è una voce interna a Principe, una specie di protagonista allo specchio, che è poi la miglior versione possibile di narratore onnisciente, poiché conosce il passato e mette in guardia sul futuro come se lo avesse già visitato. È l’autore che si manifesta nel testo.

È comunque un metodo narrativo inusuale, l’approccio non è immediato ma poi subito immersivo.

Ti dicevo: melodia e armonia. Questa struttura narrativa si ispira alle alterazioni in chiave della notazione musicale. Se hai una melodia e sul pentagramma aggiungi o togli un diesis o un bemolle, l’altezza di quella melodia cambia. Ecco, ciascuna delle tre voci narranti rappresenta una variazione della stessa melodia. Ora, come accade con una partitura, se sei un bravo compositore e metti le alterazioni sul rigo giusto e con il giusto intervallo, suonando insieme le tre melodie otterrai un’armonia, cioè la storia nella sua complessità. Quello che ho cercato di ottenere con le tre voci che nel libro si intrecciano continuamente è un’armonizzazione di questo tipo. Non so se ci sono riuscito, ma l’intento era questo.

In altre parole, un coro.

Sì, paradossalmente proprio quello che Principe detesta più di ogni altra cosa.

* * *

Il secondo romanzo di Enrico Sibilla arriva in un momento in cui l’incontro e il confronto con la morte non solo sono diventati estremamente necessari, ma quotidiani. 

Il racconto dell’inafferrabile momento afasico che la precede occupa tutta l’ultima parte della narrazione, e si muove lungo un’altra linea temporale rispetto a quella della vita: è il realizzarsi della fine, l’atto conclusivo in cui si spiega l’Aurora Liminalis, che vibra di una luce che dura per un tempo non definibile, e che l’autore dilata fino al suo estremo: il cuore della storia. Un confronto inevitabile che aiuta a crescere nella percezione di sé, dei propri fallimenti, del ruolo di figli e genitori, e che mira a una consapevolezza oltre il livello della terra. 

Sibilla non rivela tutto, non afferma ciò che non è possibile conoscere finché non avviene. Ma dichiara con forza ciò che siamo: passioni, desideri brucianti, aspettative sconfitte, intimi drammi e relazioni imperfette. Tra queste, esplora le più complesse — gli amori della vita: quello coniugale, quello tra padre e figlio, ma anche quello per la musica — con una sincerità e una dolcezza disarmanti, in un secondo capitolo che fa del Libro dei bambini soli il postulato iniziale fondamentale per comprendere la visione e la sensibilità dell’autore.

Aurora Liminalis, edito da Il Saggiatore, è da oggi in libreria. È anche possibile acquistarlo qui.

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