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“Un’operazione di maquillage, non sostanziale”: abbiamo parlato della riforma di facciata promossa da Letizia Moratti con il consigliere regionale Michele Usuelli

La sanità lombarda non funziona. Nonostante la fama di essere la più efficiente d’Italia, il servizio sanitario regionale si è liquefatto durante la prima ondata della pandemia. E anche dopo ha continuato a subire pesanti strascichi: liste d’attesa infinite, carenza di medici di base, sovraccarico generale. Questi effetti non sono stati solo una conseguenza della pandemia: sono stati anche amplificati dalla struttura del sistema sanitario lombardo, molto sbilanciato verso le aziende private e incentrato su pochi grandi ospedali.

È chiaro a tutti che il sistema abbia bisogno di una riforma. Anche a chi l’ha pensato, creato e gestito finora: la destra lombarda, in tutte le sue varie forme. Dal 10 al 26 novembre questa riforma è arrivata in Consiglio regionale, portata avanti dall’assessora al Welfare Letizia Moratti. L’assessora però non sembra avere in mente un’inversione di rotta rispetto all’approccio sanitario lombardo degli ultimi decenni, anzi. 

Utilizzando i fondi del Pnrr, la riforma si baserà su tre “pilastri:” il cosiddetto approccio one health, la libertà di scelta del cittadino — che comprende la facoltà di pagare per essere curato — e per finire, almeno a parole, “l’equivalenza ed integrazione all’interno del sistema sanitario regionale dell’offerta sanitaria e sociosanitaria delle strutture pubbliche e delle private accreditate.” Visto che di fatto la giunta ha posto una specie di fiducia sulla legge, le opposizioni si preparano a dare battaglia tramite la tattica dell’ostruzionismo: la discussione sarà molto lunga e sono già pronti più di 1.900 emendamenti e 4.500 ordini del giorno per cercare di bloccarla. Finora, le opposizioni non sono mai riuscite a far sentire la propria voce in modo efficace in regione, e la giunta — forte anche di una maggioranza schiacciante — ha sempre trattato la sanità come un proprio territorio.

Cosa prevede questa riforma? 

Il testo, licenziato solo il 27 ottobre, prevede un’armonizzazione delle regole per le tariffe e l’erogazione delle prestazioni tra pubblico e privato per il “governo dei tempi d’attesa” — l’allungarsi delle tempistiche necessarie per farsi visitare dalla sanità pubblica è un vero e proprio dramma artificiale, causato dalla conformazione del sistema sanitario lombardo e amplificato dal Covid. Viene riconosciuta la necessità di un consolidamento dei rapporti con gli ordini professionali, con le farmacie, con il mondo del volontariato e l’università — ma “non in forma sostitutiva dei servizi,” sia chiaro. Viene istituito un Centro regionale per la prevenzione e il controllo per le malattie infettive e viene inoltre dichiarata la necessità di potenziare la medicina territoriale. Su quest’ultimo punto si sono concentrate le attenzioni maggiori: in ossequio alle direttive nazionali, verranno costruite Case della comunità, Ospedali di comunità e Centrali operative territoriali.

Abbiamo parlato della riforma con Michele Usuelli, consigliere regionale di +Europa che ha lavorato come pediatra neonatale in Lombardia — ma anche in Afghanistan e Sierra Leone. “Questa riforma era obbligata dato lo scempio che è emerso nella gestione sanitaria del Covid. Quella di Maroni, invece, era una legge che si allontanava talmente tanto dalle leggi nazionali per il servizio sanitario regionale che il governo Renzi, nel 2015, la accettò solo come legge sperimentale”.

Una riforma obbligata

Alla giunta e alla sua gestione del sistema sanitario regionale sono arrivate infatti delle critiche molto circostanziate da parte di Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), che ha analizzato la legge Maroni del 2015. Per capire la riforma della sanità in cantiere in questi giorni, infatti, è capire la legge Maroni, e il fatto che a sua volta è stata un’operazione molto controversa. Con quella legge, la giunta aveva preso un sistema già sbilanciato a favore del privato e l’aveva spinto ancora oltre, equiparando nella sostanza le  strutture sanitarie private e quelle pubbliche e prevedendo l’abolizione delle Asl, in favore della creazione di distretti sanitari troppo grandi e senza strutture specifiche per la medicina territoriale.

Agenas ha fatto diverse osservazioni tecniche e una lunga serie di proposte. Secondo Usuelli, le principali sono due: la riorganizzazione territoriale della sanità e il controllo del funzionamento del sistema. “Non ha senso che ci siano 8 Ats in regione Lombardia. Sostanzialmente così come sono fatte le Ats sono delle scatole vuote che non servono a nulla. Otto Ats che hanno un’autonomia decisionale vuol dire che ci sono 8 diverse sanità in Lombardia, ed è spiazzante per il cittadino e il professionista che ci deve lavorare.”

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“L’altra cosa importante detta da Agenas è che sostanzialmente non esiste un’autorità di controllo sull’organizzazione della sanità in Lombardia che sia un vero ente terzo. Un altro aspetto controverso, secondo Agenas, è lo statuto dell’autorità di controllo sull’organizzazione della sanità in Lombardia. L’ente previsto non sarebbe pienamente “terzo” e indipendente”: “Abbiamo l’Agenzia di Controllo del Sistema Sociosanitario,  che ha debolissimi poteri — e invece dovrebbe essere importante. La nomina è di natura politica, quindi il controllore e il controllato di fatto sono lo stesso. Agenas propone di eliminare e riorganizzare il sistema di controllo, perché che non è possibile subordinare un’agenzia, che dovrebbe essere indipendente dalla politica.”

Viste tutte queste osservazioni, il governo lo scorso febbraio ha dunque dato ordine alla regione di presentare entro 120 giorni una proposta di riforma della legge del 2015. “Hanno fatto un’azione di maquillage, non sostanziale, che la rende non emendabile. È proprio una legge figlia di un’altra cultura, non si può neanche provare a migliorarla.”, spiega Usuelli. I principali punti messi in luce da Agenas, infatti, sono stati affrontati in modo molto superficiale dai progetti della giunta. Per quanto riguarda il rafforzamento della medicina territoriale, però, sembra che Moratti abbia capito che bisogna fare qualcosa.

Un potenziamento della sanità territoriale?

La riforma della sanità prevede la creazione di nuove realtà territoriali: le case della comunità, le centrali operative territoriali e gli ospedali di comunità. Come riportato da Quotidiano sanità, le case della comunità saranno il punto di riferimento dei malati cronici, che ora per avere accesso a prestazioni necessarie devono fare un eccessivo affidamento sui poli ospedalieri sempre più affollati. Le centrali operative avranno la funzione di coordinare i servizi sanitari con i servizi domiciliari e faranno un largo uso della telemedicina. L’ospedale di comunità si occuperà di ricoveri brevi e pazienti che necessitano di cure a bassa o media intensità clinica, potendo ospitare fino a 40 posti letto con una gestione prevalentemente infermieristica. Tutte misure, quindi, che sembrano andare nella direzione di tamponare le voragini causate dalla progressiva chiusura degli ospedali sul territorio decisi dalla giunta negli ultimi decenni — o meglio: per evitare “un accesso inappropriato ed eccessivo” agli ospedali lombardi, secondo le parole usate dal governatore Fontana durante la presentazione della riforma lo scorso agosto.

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“Sono innamorati dell’edilizia sanitaria e dell’acquisto di macchinari, gli piace fare quello. Ma la parte più delicata dell’avviamento delle case della salute, dell’assistenza domiciliare e degli ospedali di comunità, non è tanto quella che riguarda questo “hardware” dell’edificio e dei macchinari, ma quella che riguarda per così dire i “software:” ogni quanti abitanti facciamo una casa? Quali e quanti professionisti ci mandiamo dentro — il fisioterapista, l’assistente sociale, ci devono stare? Quanti infermieri ci devono essere per il bacino d’utenza? Come convincono i medici di medicina generale a smetterla di stare nella solitudine del loro piccolo studio personale, dove regnano sovrani, e metterli a lavorare in equipe nella casa della salute?” 

Il Pnrr prevede lo stanziamento di 20 miliardi per potenziare le sanità regionali, ma la previsione di finanziamento al Ssn calcolato sul Pil si ridurrà. L’incidenza passerà dal 7,3% nel 2021, al 6,7% nel 2022, al 6,6% nel 2023 fino al 6,3% nel 2024. Anaao Assomed, il sindacato dei medici italiani, ha chiesto che le risorse supplementari previste per la sanità siano utilizzate per nuove assunzioni e stabilizzazioni dei contratti di lavoro negli ospedali. “Un caos – denuncia l’associazione – frutto dell’organizzazione creativa delle Regioni nel tentativo affannoso di nascondere il fallimento politico, condiviso con i passati Governi, nella programmazione del fabbisogno di specialisti.” La gestione del personale dovrebbe essere centrale in qualsiasi riforma sanitaria, a maggior ragione in Lombardia, come fatto notare da Aiop. Usuelli sostiene che “se nascono le case della salute, gli ospedali devono tornare ad essere un luogo solo per pazienti acuti. Bisogna anche pianificare una quota di staff ospedaliero che si stacca dagli ospedali e va a lavorare sul territorio. Tutto questo livello di dettaglio, che va pianificato ora, non c’è, non interessa, nella giunta non si pongono il problema.” 

Problemi di pianificazione

Un problema rilevante della sanità lombarda ignorato dalla nuova riforma è quello della semplice pianificazione e dell’organizzazione dei servizi.  La pura disorganizzazione è stata evidente con la prenotazione delle prime dosi dei vaccini, quando il sistema informatico di Aria spa — l’azienda regionale che avrebbe dovuto erogarlo — è andato completamente nel pallone, venendo criticato e poi sostituito dalla giunta stessa. Alla lunga, la disorganizzazione e l’inefficienza del pubblico permettono al privato di avere ancora più potere sulla sanità regionale. 

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In Lombardia non è tanto la regione che chiede in base alle proprie necessità, sono i privati che offrono in base alle proprie prospettive di guadagno. Per costruire un sistema sanitario regionale efficiente sarebbe opportuno ragionare al contrario. “Bisognerebbe partire dagli studi epidemiologici, dai bisogni dei cittadini”, afferma Usuelli. ”Di quanti letti ospedalieri di cardiologia servono? Qual è il minimo di letti che deve avere un reparto? In base alle risposte si dovrebbe decidere dove farli e con chi, a seconda della distribuzione geografica e della viabilità. Se uno vuole scegliere che li fa anche col privato, va dal privato e negozia l’accreditamento. Questa regione delega la trattativa ai direttori delle Ats, che non hanno le spalle abbastanza grosse,” secondo Usuelli. “Inoltre se quei letti di cardiologia valgono tantissimi soldi si possono anche concederli al privato, ma negoziando ad esempio che tu, privato, apra nelle tue strutture anche 7 ambulatori di ginnastica del pavimento pelvico, che valgono pochissimo e non vuole fare nessuno.” In Lombardia non funziona così: “Formigoni ha fatto scegliere a loro quanti reparti aprire, quali letti fare. Maroni non ha cambiato, Fontana nemmeno: i bisogni dei cittadini non sono mai la priorità. La pianificazione, l’accreditamento e la contrattazione rimangono funzioni spezzettate. Questo spezzettamento permette al privato convenzionato di scegliersi di fare quello che più piace.”

In sostanza, si può dire che questa riforma dunque non tocca il cuore del malfunzionamento del sistema sanitario lombardo, derivante soprattutto da un assunto di fondo: è fatto per favorire il guadagno dei privati rispetto alla salute dei cittadini, con un settore pubblico lasciato nell’inefficienza. Una realtà che i cittadini conoscono bene e che si vede da molte piccole cose, senza bisogno di passare da grandi riforme. “Un dettaglio che cambierebbe sostanzialmente come funziona la sanità in Lombardia: se i medici di medicina generale avessero come in altre personale amministrativo, si potrebbe fare in modo che il medico di medicina generale sia in grado di prescrivere la “ricetta rossa”, ma anche prenotare la visita ospedaliera dal tuo medico di medicina generale non con la ricetta rossa per prenotare la visita ma con già la visita prenotata. Non passi più due ore al telefono e poi alla fine metti giù esausto e poi alla fine vai a pagare la prestazione privatamente…”

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In copertina, foto via Facebook / Regione Lombardia