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Ripensare la sanità pubblica per le prossime pandemie: una conversazione con Vittorio Agnoletto

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in copertina, elaborazione di foto via Facebook

La pandemia non è ancora finita, anzi — ma questo anno e mezzo ci ha mostrato tutti i limiti del nostro sistema sanitario e tutte le contraddizioni del rapporto tra salute ed economia. Torniamo su questi temi domani pomeriggio, alle 18, di nuovo con Vittorio Agnoletto e altri ospiti, al circolo IAM sul naviglio della Martesana

La pandemia ci ha costretti con la forza a ripensare il nostro modo di stare insieme. Un anno e mezzo di emergenza sanitaria ha dimostrato sia quanto fosse fragile il nostro modello di convivenza sociale, sia quanto le persone siano in grado di inventare nuove forme di associazione, incontro e condivisione. Un’emergenza che ha avuto un effetto dirompente sui lavoratori e sui rapporti di lavoro. Un lavoro che per molti, nel settore dello spettacolo e nel settore culturale, non c’è più stato, e che ha dovuto essere reinventato. E un lavoro che per molti altri ha significato un profondo cambiamento delle proprie abitudini, con lo “smart working” che ha modificato la fisionomia delle città.
Vittorio Agnoletto è medico. Insegna Globalizzazione e politiche della salute nella facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano. Fa parte del direttivo di Medicina Democratica e conduce la trasmissione 37e2 su Radio Popolare. Sabato 23 ottobre alle 18 parleremo con lui ad APNEA, un evento al circolo IAM sul naviglio della Martesana in cui ripercorriamo la trasformazione della socialità durante la pandemia, da marzo 2020 al futuro. Lo facciamo con alcuni ospiti che hanno inquadrato momenti che difficilmente dimenticheremo, con i loro obiettivi o con la loro attività medica, di ricerca o lavorativa.

Durante la pandemia si è creato un conflitto tra salute ed economia: l’abbiamo visto per i vaccini, per le chiusure. Quando sarà davvero sicuro tornare a condividere gli spazi come prima senza mettere a rischio né la salute né l’economia?

Se vuole una risposta secca, vera e non provocatoria: quando sarà vaccinato almeno il 70% dell’umanità. Fino a quel momento vivremo col timore che da qualche parte nel mondo si sia sviluppata un’altra variante del Covid-19 maggiormente aggressiva. Può anche capitare che da noi si dica “possiamo rinunciare alle mascherine” — ma magari dopo due, tre mesi parte un’altra variante e ricomincia tutto daccapo. La variante delta si è modificata in Uk: per ora sembra che su questa i nostri vaccini rispondono ancora, ma se arrivasse con forza la variante K in occidente? I nostri vaccini ce la farebbero? Meno di due settimane fa uno dei due dirigenti di Biontech ha dichiarato che stanno già lavorando per modificare il vaccino attuale e che potrà essere necessario utilizzare una nuova formulazione prima del giugno 2022. Ci rendiamo conto di cosa vuol dire? E aggiungo: che senso ha per le persone non fragili fare la terza dose adesso, se tra qualche mese ci sarà un problema di quarta dose modificata? In questo momento poi non disponiamo di una cura, se disponessimo di una cura la situazione sarebbe diversa. Ma abbiamo solo i vaccini.

Che però sono coperti da brevetti privati.

Siamo ancora in una situazione pandemica, determinata dal fatto che oltre metà dell’umanità non ha potuto ancora accedere a una vaccinazione. La responsabilità di questa situazione è delle aziende farmaceutiche, che hanno prodotto i vaccini, ne detengono i brevetti e in base al regolamento del Wto ne hanno la proprietà esclusiva per 20 anni — e quindi possono produrlo dove e come e quanto vogliono, stabilendo il prezzo che vogliono, visto che agiscono in termini di monopolio.

C’è qualcosa si può fare contro questa situazione?

Sì. Ci sono delle clausole di salvaguardia nei regolamenti del Wto, proprio per possibilità come quelle della pandemia. E India e Sudafrica, insieme ad altri 100 paesi, hanno chiesto al Wto di utilizzare una possibilità esistente: sospendere i brevetti per tre anni, in modo da permettere a tutti i laboratori, aziende farmaceutiche e paesi che hanno una capacità produttiva di produrre il prima possibile i vaccini. Per poter utilizzare questa opportunità però ci vuole l’unanimità di tutti i paesi: ora c’è la disponibilità di Usa, Cina e Russia, ma c’è opposizione di Ue, Regno Unito e Svizzera, che sono diventate ormai le maggiori difensori degli interessi di “Big Pharma.” La situazione è bloccata. La decisione definitiva verrà presa tra il 30 novembre e il 3 dicembre dalla riunione annuale del Wto.
Nell’immediato, noi — circa 1000 associazioni in tutta l’Ue — stiamo raccogliendo un milione di firme per un’iniziativa dei cittadini europei: se 1 milione di cittadini firmano una richiesta istituzionale, la Commissione europea è obbligata a mettere questa proposta in discussione alla Commissione, al Parlamento europeo e al Consiglio europeo, che devono tener conto delle nostre proposte e poi votare. Si può firmare online e serve solo la carta di identità. L’obiettivo è far cambiare posizione alla Commissione e appoggiare la disposizione di India e Sudafrica. Teniamo presente che si è già perso un anno, perché era metà ottobre 2020 quando abbiamo avanzato questa proposta, e molti decessi si sarebbero potuti evitare.
Questa cosa impone un ragionamento successivo: ma allora è proprio vero che tutti quanti facciamo il possibile per eradicare completamente questa infezione? No, non è così. Le aziende farmaceutiche produttrici dei vaccini hanno un altro interesse: che questa situazione diventi endemica, cioè che il virus continua a circolare ma con meno allarme e velocità, perché quando diventa endemica loro dovranno produrre ogni tot mesi un nuovo vaccino, modificato, per far fronte alle varianti maggiormente aggressive. In quel modo due terzi dell’umanità saranno abbandonati a sé stessi, mentre il mondo più ricco sarà costretto ogni anno ad acquistare nuovi vaccini.
Il non rendere disponibili i vaccini a tutto il mondo in tempi brevi non porta un danno solo ai paesi poveri del sud del mondo ma porta un danno anche a noi. Se in Amazzonia o Sudafrica non ci sono i vaccini il virus si diffonde, si sviluppano varianti più aggressive. E noi non sappiamo se i vaccini riusciranno ad affrontare la nuova variante, e in che misura — ed ecco che saremo costretti ad acquistare un nuovo vaccino. Per queste aziende farmaceutiche è un business incredibile.

Vittorio Agnoletto. Foto via Facebook

Un business reso ancora più ricco dal fatto che sono stati usati molti fondi statali, peraltro.

Sì. La situazione è ancora più incredibile perché gran parte delle risorse utilizzate per produrre questi vaccini sono state risorse pubbliche, e non si capisce perché il brevetto debba rimanere in mano unicamente al privato. Alcune università hanno documentato — come riportato dal Guardian — che ad esempio per AZ il 97,2% dei fondi necessari derivano da fondi di stato pubblici o da finanziamenti di fondazioni caritatevoli. L’azienda ha speso davvero molto poco, quindi mi sembra assurdo che si tenga tutto. Questo mi sembra un passaggio importante. Secondo quanto scritto e dichiarato da Credit Suisse o Bloomberg, le aziende i produttori stanno già adesso guadagnando dieci miliardi all’anno solo sui vaccini. Cercare un po’ più di equilibrio tra profitti e diminuzione di morti dovrebbe essere un interesse di tutti.

E sul lungo termine cosa è possibile fare, anche a livello politico?

In prospettiva dobbiamo porci noi europei un altro problema: è evidente come questa questione dimostri la necessità di avere una grande azienda farmaceutica pubblica di dimensione sovranazionale. Perché altrimenti tutta la ricerca farmaceutica è nelle mani del privato, e chi investe vuole profitti e fa il massimo per i profitti più alti. È necessaria un’industria che faccia ricerca senza essere finalizzata al profitto, ma semplicemente al bene comune. Anche qui non è nulla di straordinario, perché fino a 20 anni fa in Europa e in Italia esisteva l’industria farmaceutica pubblica.

Sarebbe interessante pensare a come potrebbe essere finanziata — visti i guadagni del settore farmaceutico…

Sì, l’industria farmaceutica è il secondo settore produttivo dopo quello delle armi come distribuzione di dividendi ai propri azionisti — una cosa che se ci pensiamo è incredibile: guadagna di più chi produce poi uccidere, ma poi subito dopo chi produce per curare ma rendendo difficile farlo perché tengono i prezzi alti.

Sempre parlando di questioni relative all’Europa: arriveranno notevoli quantità di denaro per la sanità con il Recovery Fund. Ieri un editoriale uscito su QS un edit del consigliere lombardo M5S Marco Fumagalli metteva in guardia sul fatto che i fondi vadano a ingrassare ancora la sanità privata a scapito di quella pubblica.
Sì, sabato 23 mattina faremo un’iniziativa: con il Coordinamento per il diritto alla salute lombardo Dico32 abbiamo indetto una mobilitazione in Duomo alle 10:30. Siamo più di 100 associazioni e sindacati, proprio per impedire che i fondi del Pnrr siano destinati ancora una volta al privato, e perché siamo molto preoccupati della proposta di riforma della sanità regionale che la Lombardia discuterà a novembre, perché questa legge nei fatti favorisce ancora il privato. Basti pensare che uno dei problemi principali che abbiamo è quello delle liste di attesa: in Lombardia per fissare una visita ci si può sentire rispondere col pubblico che bisogna aspettare 4,5 mesi, un anno, e i fondi in arrivo col Pnrr per abbattere le liste d’attesa la regione Lombardia li distribuirà in gran parte per strutture private accreditate.
Non solo: le case della salute e gli ospedali di comunità — che in Lombardia dovranno essere costruiti, perché la medicina preventiva è stata ridotta ai minimi termini — la regione ha stabilito che queste due cose potranno essere affidate a strutture private. Ma chiunque si può rendere conto che il privato non ha nessun interesse nella prevenzione e nel primo approccio sanitario: il privato che investe nella sanità fa soldi sulla malattia e sui malati. Mentre il pubblico fa soldi — ovvero risparmia — quanto più investe nella prevenzione.

Anche per quanto riguarda la medicina territoriale, uno dei campi che hanno più ceduto, non sembra si sia imparato granché.

No, è stata quella che paga il prezzo più alto. La medicina territoriale appunto non produce profitti, e quindi il privato è disinteressato; la sanità pubblica lombarda poi è gestita con la logica del privato pur essendo pubblica, andando contro i suoi stessi interessi, e l’intervento territoriale è ridotto ai minimi termini: non abbiamo avuto il piano pandemico, non ha funzionato il sistema di allerta davanti al virus, abbiamo abbandonato a sé stessi i medici di base, non abbiamo le case della salute, non abbiamo i distretti sanitari, non abbiamo applicato il contact tracing. Tutti passaggi e strumenti della medicina territoriale. Tutto questo o non è stato fatto o è stato ridotto. Le conseguenze sono quelle che abbiamo vissuto, soprattutto nella prima fase della pandemia.

In Italia è aumentato moltissimo il numero dei tamponi, a causa dell’effetto Green pass. Ma nei primi giorni della pandemia, ad esempio, quello dei tamponi e del tracciamento è stato uno degli ambiti più problematici e che più hanno ceduto.

Sì. I nostri vertici della sanità regionale sapevano cos’era un tampone? Come dev’essere utilizzato? Ai miei studenti, a cui insegno globalizzazione e politiche della salute, lo insegno perché sono uno strumento fondamentale per individuare un agente infettivo. Ma in realtà in Lombardia si è mostrato che non si sapeva come usarlo. Se hai — mettiamo — 10 tamponi e li usi solo per quelli che arrivano con i sintomi in ospedale non hai capito come devono essere utilizzati: il tampone deve servire per andare a cercare i contatti dei positivi, devi percorrere a ritroso la vita degli ultimi giorni delle persone infettate e se fosse una struttura epidemiologica a dirigere questa ricerca, si potrebbe risalire per scoprire dove si potrebbe essere infettato colui che abbiamo individuato per primo come positivo e andare a fare il tampone a quelli che erano intorno a lui in quell’occasione
Chi si occupa di sanità pubblica deve spiegare come funziona il contact tracing, i tamponi. Dalla pandemia ci viene anche un altro insegnamento: è necessario organizzare in modo diverso il corso universitario di medicina, e la stessa organizzazione del Servizio Sanitario Nazionale. Pensiamo al caso di Corea del Sud e Vietnam, due sistemi con popolazione simili a quella italiana, ma con economie tra loro diverse. Sono tra i paesi che hanno affrontato meglio la situazione: hanno compreso gli insegnamenti dalle pandemie del passato e hanno modificato i loro sistemi sanitari che ora godono della fiducia della popolazione. E le conseguenze si sono viste.

In generale si può fare questo discorso anche in caso di una pandemia radicalmente diversa.

È un punto fondamentale, il più importante di tutti. Questa pandemia ha dimostrato che dobbiamo cambiare il paradigma della medicina. Non sto dicendo che finora è stato sbagliato: ma siamo entrati in una fase diversa dell’esistenza umana e ci serve una medicina con altre priorità. Siamo andati avanti con una medicina finalizzata alla tecnologia più avanzata e ai farmaci più avanzati, e abbiamo brindato ogni volta che è uscito un farmaco che magari costava come ciclo 100 mila euro e aumentava di due mesi la vita di un malato oncologico: abbiamo sempre detto — ed era vero — che anche questi interventi contribuivano ad aumentare l’attesa di vita nel nostro paese.
Questi ragionamenti però passano in serie B davanti a una pandemia che in un anno ha diminuito di oltre un anno la vita media in Italia. Contro una pandemia serve la prevenzione. Abbiamo bisogno di una medicina che al primo posto abbia la capacità di individuare un agente infettivo senza perdere dei mesi, che abbia l’obiettivo di capire come si trasmette e attivare tutti i percorsi necessari per arrivare a tutti i cittadini e isolare le persone infettate. Questo significa la rete territoriale: il futuro della nostra medicina deve avere al primo posto la medicina territoriale, e non è una questione ideologica. Abbiamo avuto circa 35 mila morti in Lombardia. Quanti interventi di trapianto ci vogliono per salvare 35 mila vite?
Questo vuol dire che non dobbiamo andare avanti con la ricerca scientifica? Certo che dobbiamo andare avanti, ma dobbiamo mettere al primo posto la medicina territoriale e preventiva, anche perché tutto ci fa pensare che nei prossimi anni dovremo fare i conti con nuovi pandemie. C’è anche scritto in Spillover: dagli anni ‘60 ad oggi man mano che arriviamo ad oggi è sempre diminuito il tempo tra una pandemia e l’altra. E se arriva una pandemia del super ospedale per fare la super operazione che abbiamo solo noi ce ne facciamo ben poco.

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