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Sarebbe bello abbandonare Facebook, ma non servirebbe a niente

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Il recente blackout delle piattaforme di Mark Zuckerberg ha riportato al centro del dibattito l’idea di “cancellare” Facebook. Ma è un discorso limitato che non affronta il discorso alla radice. Ne abbiamo parlato con tre esperti

Lunedì 4 ottobre tutti i servizi di Facebook Inc., l’impresa che controlla Facebook, Instagram, WhatsApp e Oculus Rift, hanno smesso di funzionare. Il blackout è durato sette ore a causa di un errore di procedura del sistema, e si è verificato poche settimane dopo la pubblicazione di alcuni documenti interni dell’azienda da parte del Wall Street Journal. Questi documenti descrivono alcuni difetti delle piattaforme di Facebook Inc., legati soprattutto a effetti collaterali con conseguenze gravi sulla salute mentale degli utenti — che però Facebook di solito nega davanti al grande pubblico. 

Questi episodi hanno riacceso l’annoso dibattito su queste piattaforme, già avviato dal caso Cambridge Analytica nel 2018. Sui giornali statunitensi gli op-ed di persone che hanno deciso di cancellarsi dai servizi di Mark Zuckerberg sono riapparsi ancora più insistenti di tre anni fa. Il Guardian sta somministrando un questionario per sondare quanti suoi lettori sarebbero effettivamente intenzionati a cancellare i loro profili. Ma cancellarsi dai social è davvero una soluzione? O è solo un palliativo? 

Secondo Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro, internet viene spesso ricondotto alla natura di oggetto, quando costituisce in realtà un ambiente, composto da dinamiche che vengono assorbite dalla realtà esterna e amplificate. Cessare l’uso dei social o agire con delle modalità di “detox” non mette al riparo dai rischi che proliferano in questi ambienti, ma che non prendono vita al loro interno. 

Lancini lavora per lo più con adolescenti affetti da dipendenze da internet: “Oggi si dice che Instagram fa male alle ragazze, ma non è Instagram a far male alle ragazze o ai giovani, il problema è la società. Il sistema in cui viviamo ha costruito un ambiente individualista, competitivo, spietato: o hai successo o non hai valore. Questo aspetto non può essere attribuito esclusivamente ai social.”

Un nuovo rapporto Unicef parla del suicidio come seconda causa di morte in Europa per i giovani tra i 10 e i 19 anni. Secondo Lancini, i giovani tendono a essere portati più spesso alla depressione che alla rabbia. La capacità di instaurare una dialettica conflittuale è andata persa quando, anziché attaccare il sistema, le sue vittime hanno iniziato a colpevolizzarsi. Il problema non riguarda soltanto i giovani, secondo Lancini: “Trovo preoccupante il fatto che spesso mi venga chiesto a che età i ragazzi sono sufficientemente maturi per avere accesso alla rete. Mi domando se tutti gli adulti pensano di avere a loro volta la maturità per farlo, ma nella maggior parte dei casi non credo sia così, anche loro hanno difficoltà nella gestione di molti aspetti che riguardano internet e i suoi mezzi.”

Si parla, in merito a questo, anche della famosa triade FOMO, NOMO, JOMO in relazione al distacco più o meno volontario dai social network, che può portare a varie ripercussioni sulla salute mentale, tanto quanto l’iperconnessione. Soprattutto per alcune modalità di disconnessione, che prevedono il supporto di appositi strumenti pensati per disintossicarsi da queste app — mediante l’utilizzo di un’ulteriore app. 

La scelta di allontanarsi da queste piattaforme è complessa proprio perché travalica l’azione individuale. O meglio: chi compie questa scelta va contro un mondo del lavoro e una società che vanno nella direzione di mettere sempre più al centro i social. Tagliarsi fuori significa accettare l’esclusione da tutta una serie di ambiti che trovano in quegli spazi la loro principale fonte di sviluppo e diffusione. Questo costituisce, inoltre, un ennesimo paradosso nello squilibrio dei rapporti di forza mondiali: nei paesi più ricchi si parla di diritto alla disconnessione, mentre per quelli più poveri si parla di diritto alla connessione

Andrea Cerroni, professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università degli Studi di Milano-Bicocca, afferma in proposito che “Chi è nato nell’epoca del web non necessariamente è un nativo digitale, questo assunto va smontato. Essere nati in un periodo storico in cui questi mezzi erano già largamente in uso non significa saperli usare meglio o averne maggior consapevolezza.” Il problema della consapevolezza non riguarda soltanto i nativi digitali, e andrebbe alimentata la capacità di analisi critica dell’innovazione proprio in chi ne è tra gli artefici: “Molti scienziati hanno scarsissima capacità di riflettere sul significato delle loro innovazioni, i loro curriculum universitari non comprendono nessun corso che stimoli questa capacità, nemmeno una storia della loro disciplina. Non ci sono profili di ricercatori del settore che hanno sufficiente consapevolezza degli sviluppi delle discipline in cui operano. Questo può condurre a sfiorare delle prassi da apprendisti stregoni, nel senso che si agisce in un certo modo ma non si ha completa capacità di analizzare criticamente gli sviluppi e le ripercussioni alle quali queste innovazioni condurranno.”

Va tenuto conto della rapidità con cui queste innovazioni sono entrate in campo, rendendone molto complesso il controllo e l’attenzione a processi educativi adeguati. Alessandro Gandini, professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università degli Studi di Milano-Statale, si concentra sul ruolo che l’educazione gioca all’interno di questo sistema: “È fondamentale agire sui processi educativi relativi allo strumento, portando l’educazione digitale dentro l’educazione civica.” Gli interessi economici intorno a questi mezzi e le nuove innovazioni, però, non sono d’aiuto nell’immaginare che un processo strutturato ed efficace di educazione da mettere in campo a breve. 

Un tema sempre al centro del dibattito sui social è quello sulle diverse modalità d’uso — come se esistessero delle maniere più o meno virtuose di sapersi muovere su Facebook o su Instagram. Gandini afferma: “Piuttosto che parlare di ‘dipende da come li usi’ bisognerebbe parlare di ‘dipende da come ti usano’, perchè parlare di un uso buono e di un uso cattivo non basta più, questi media si sono innervati completamente nelle nostre pratiche quotidiane. Distinguere ancora in reale e virtuale è un paradosso. Dire che dipende da come li usi può soltanto voler dire che va acquisita una consapevolezza maggiore rispetto alla complessità degli strumenti di cui facciamo uso e nel cui contesto siamo inseriti.”

L’azione individuale perde rilevanza all’interno di questi mezzi. Scegliere quali utenti ammettere all’interno della propria bolla virtuale non mette al riparo dai possibili effetti collaterali dei social network. Scegliere di seguire influencer che pubblicano foto modificate e sono in vacanza tutto l’anno può causare un senso di fallimento e complessi sul proprio aspetto fisico, ma anche una filter bubble di discussioni accese e costanti su tutto ciò che succede nel mondo può causare rabbia e sfiducia ogni volta che si riprende lo scrolling. Gandini afferma: “Con Instagram si è creata una nuova normatizzazione dell’estetica. Il problema delle insicurezze e del cercare di emulare i propri idoli, però, è congenito alla natura sociale dell’essere adolescente. Poi il fatto che Facebook Inc. tratti il problema con superficialità è certamente un tema che va considerato.”

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in copertina, foto William FortunatoPexels

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