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Le città vanno al centrosinistra, ma le periferie non votano

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Il Pd esulta per la vittoria a Roma e Torino, ma sbaglia a sottovalutare il record dell’astensionismo: c’è un vuoto politico che nessun partito è ancora in grado di riempire

Ai ballottaggi delle elezioni amministrative il centrosinistra ha vinto in tutte le città più importanti: non solo a Milano e Torino, ma anche in 6 capoluoghi di provincia su 7, tra cui Varese, dove è stato riconfermato il sindaco uscente Davide Galimberti, e Latina. L’unica vittoria di peso per il centrodestra è avvenuta a Trieste, dove Roberto Dipiazza è stato riconfermato per il quarto mandato con il 52,63%. Tra i capoluoghi di provincia, il centrosinistra non è riuscito a vincere soltanto a Benevento, dove ha vinto l’inossidabile Mastella — che con grande modestia si è paragonato a “Mario contro Silla.”

La vittoria più rilevante è ovviamente quella nella capitale: Michetti partiva in vantaggio al primo turno, ma era chiaro dai sondaggi che non avrebbe potuto reggere il confronto al ballottaggio. L’ex ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è stato eletto sindaco con oltre il 60% delle preferenze, e la coalizione di centrosinistra ha conquistato tutti i municipi della città, tranne il VI. Dopo l’arrivo dei risultati definitivi, i sostenitori di Gualtieri si sono radunati in piazza Santi Apostoli per festeggiare. “Sarò il sindaco di tutti, di tutta la città,” ha detto Gualtieri, definendosi “fiducioso e onorato” per l’incarico: “So che i prossimi anni saranno molto intensi e faticosi, ma sarà bellissimo.” Tra i suoi primi obiettivi dichiarati, quello di “ripulire e far ripartire la città.” Secondo il suo sfidante Enrico Michetti — qualsiasi cosa volesse dire — l’esito del voto “è laconico.”

Foto via Twitter

Meno noto a livello nazionale, il nuovo sindaco di Torino Stefano Lo Russo è un professore di Geologia al Politecnico, considerato allievo politico di Chiamparino, consigliere comunale dal 2006 e assessore all’Urbanistica durante il mandato di Fassino. “Sarò il sindaco di chi mi ha votato ma mi candido a esserlo per quanti hanno scelto Damilano,” ha commentato a caldo, esprimendo la volontà di essere “inclusivo” soprattutto nei confronti di chi non è andato a votare. La giunta sarà presentata il 25 ottobre. Obiettivo per i primi cento giorni? “La pacificazione della città.”

Per i partiti di destra è il momento di completare l’analisi della sconfitta iniziata dopo il primo turno, ma a prevalere è un sentimento di negazione: Salvini minimizza, dicendo che il centrodestra ha più sindaci rispetto a 15 giorni fa, mentre Meloni, pur riconoscendo le divisioni interne, si rifiuta di parlare di débacle e attacca la sinistra per una campagna elettorale che ha “criminalizzato l’avversario” allontanando gli elettori. Dietro le quinte, però, si avvicina il momento della resa dei conti tra gli alleati: la leader di FdI ha chiesto un vertice in settimana per “chiarire la linea politica,” e sfida la Lega a lasciare il governo Draghi per tornare al voto dopo l’elezione del presidente della Repubblica.

La destra sembra aver pagato soprattutto la propria competizione interna, che ha spinto Salvini e Meloni a preoccuparsi quasi più di non far vincere troppo l’altro, invece di prepararsi davvero alle elezioni nelle singole città — forse dando troppa fiducia ai sondaggi che li vogliono sempre in testa in caso di elezioni politiche. Ma la debolezza dei candidati di questa tornata elettorale rivela anche un vizio di fondo dei meccanismi dei partiti di destra nell’ultimo decennio: la Lega e FdI hanno un consenso completamente costruito sulla figura pop dei loro capi, che però non hanno avuto l’interesse o la capacità di costruire sotto di sé una comunità di persone in grado di proporsi come classe dirigente — con la parziale eccezione della Lega nei territori in cui è più forte, sotto di loro c’è il nulla.

Ma probabilmente la destra ha pagato anche la propria posizione ammiccante verso no vax, no green pass ed estremisti fascistoidi più o meno impresentabili. È un dato di fatto: le posizioni scettiche sui vaccini o critiche verso la certificazione verde nel paese sono una minoranza molto rumorosa ma anche molto contenuta. Almeno due italiani su tre, secondo vari sondaggi, sono favorevoli all’obbligo della certificazione sul luogo di lavoro. Tenere i piedi in due scarpe stavolta non ha funzionato: la destra cosiddetta populista non ha capito che la maggior parte della popolazione vuole soprattutto lasciarsi alle spalle un anno e mezzo di pandemia — da questo punto di vista ha perso, insomma, la propria sedicente connessione con il paese.

Dall’altra parte, il segretario del Pd Letta ha parlato di “vittoria trionfale,” dicendosi convinto della possibilità, per il Pd, di fare da “guida e federatore.” Il modello, come sempre dopo qualsiasi vittoria, è quello sempreverde del “nuovo Ulivo,” che punta sulla “saldatura” tra gli elettori di centrosinistra, inclusi quelli del M5S. L’elefante nella stanza, però, è sempre l’astensione: a Roma l’affluenza è stata la più bassa di sempre — è andato a votare solo il 40,68% degli aventi diritto, 8 punti in meno rispetto al primo turno e 10 in meno rispetto al ballottaggio di 5 anni fa. Complessivamente, i ballottaggi sono stati disertati dal 56,06% dei cittadini, soprattutto nelle periferie cittadine.

Ieri Letta è apparso così estatico da sembrare a un passo dalla perdita del contatto con la realtà, spingendosi addirittura a dire che “potremmo avere interesse ad andare rapidamente al voto, a cogliere questa onda. Ma a Draghi diciamo di andare avanti per tutta la legislatura.” Letta e l’intero centrosinistra non si mostrano preoccupati dal fatto che il Pd non è riuscito sostanzialmente a mobilitare nuovi elettori, e il risultato positivo sembra essere arrivato grazie proprio alla crescita dell’astensionismo — con molti elettori tentati dalla destra che sono rimasti a casa. A Torino, ad esempio, il centrosinistra ha raccolto circa 169 mila voti, lo stesso numero del 2016: ma mentre ieri sono bastati a vincere, cinque anni fa Fassino era stato sconfitto da Chiara Appendino. Il fatto che più di metà degli aventi diritto al voto abbia disertato le urne costituisce un rischio esistenziale per la democrazia rappresentativa. Cosa cercano questi elettori? Molti di loro non si riconoscono nel governo Draghi, e alcuni di loro in questa tornata elettorale sono rimasti orfani della destra: ma il vuoto politico più grande del paese è ancora quello che reclama una forza di sinistra che difenda davvero gli interessi dei lavoratori, senza strizzare l’occhio al razzismo e ai governi con gli amici degli squadristi che assaltano la Cgil.

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in copertina, foto di Stefano Lo Russo, via Facebook

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