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Perché la teoria che il Covid-19 si sia diffuso da un laboratorio non sta in piedi

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foto: Ureem2805

Al momento non c’è nessuna prova che dimostri che il SARS-CoV-2 provenga dall’Istituto di Virologia di Wuhan, ma la teoria torna ciclicamente al centro dell’attenzione

Ieri la stampa italiana e internazionale è stata di nuovo inondata dalla teoria secondo cui il virus SARS‑CoV‑2 si sia diffuso a partire da un incidente di laboratorio nell’Istituto di Virologia di Wuhan. La teoria, di cui abbiamo già scritto diffusamente, resta ancora completamente infondata, ma sta lentamente erodendo le pareti di quello che è considerato reale. Da ipotesi stramba diffusa da stampa e politici di estrema destra, si è infiltrata anche in media considerati bastioni del giornalismo affidabile, della verità.

Questa volta tutto comincia da un  “retroscena” pubblicato dal Wall Street Journal, che parte da una premessa piuttosto debole: nel novembre 2019 tre ricercatori dell’Istituto di Virologia della città avrebbero consultato il proprio medico per curare “sintomi compatibili con quelli del Covid–19” e quindi, per stessa ammissione degli autori del report dell’intelligence — che i giornalisti del Wall Street Journal citano come fonte — della normale influenza stagionale. La questione, tuttavia, è più complessa. Andiamo per gradi.

1. Partiamo dalla solidità delle accuse avanzate dal Wall Street Journal. Il quotidiano ha presentato la notizia con un titolo importante: “Dati dell’intelligence sui dipendenti malati in un laboratorio a Wuhan agitano il dibattito sulle origini del Covid–19.” Questi dati dell’intelligence però, non si vedono da nessuna parte: il giornale non pubblica nessun documento, e non cita nemmeno stralci. Non solo, in un residuo di affidabilità giornalistica, gli autori stessi del pezzo, al suo interno, ammettono che “funzionari ed ex funzionari familiari con le informazioni sui ricercatori del laboratorio hanno espresso opinioni diverse sulla forza delle prove in supporto alla valutazione” del documento. 

2. Valutiamo la solidità del documento stesso, ammesso che esista. Senza mettere in dubbio le buone intenzioni dei giornalisti del Wall Street Journal, per loro stessa ammissione, il report che hanno visionato sarebbe stato redatto nelle ultime settimane dell’amministrazione Trump, in seguito a dati corroborati da alleati degli Stati Uniti. Riassumendo, quindi: si tratta di un documento che potrebbe essere stato scritto con un intento politico preciso — collocandosi nelle ultime battute di un’amministrazione che è finita nel modo spasmodico che conosciamo — e si avvale di informazioni dichiaratamente di seconda mano. 

3. Ma da dove vengono queste informazioni? È certamente possibile che il report steso da alleati degli Stati Uniti non abbia mai raggiunto la stampa prima d’ora — certamente l’intelligence ha migliaia di pagine sulla pandemia di cui non sappiamo nulla, è il loro lavoro — ma, in realtà, un documento firmato da uno stato appartenente ai Five Eyes è filtrato ai media l’anno scorso, ed è già stato dimostrato come fasullo. (Fatevi un appunto mentale su questo presunto documento, ne riparliamo tra poco.)

Insomma, abbiamo un retroscena piuttosto fragile, gonfiato da titolisti avventurosi. Ma non solo: si tratta di una notizia che è già stata data. Lo scorso 22 marzo, una settimana prima che uscisse il famigerato report dell’OMS sulle origini del virus. Lo scoop, se così vogliamo dire, è di Sharri Markson, pubblicato sull’Australian, e la notizia è esattamente la stessa, ovvero che tra i ricercatori dell’Istituto di Virologia di Wuhan qualcuno aveva avuto sintomi influenzali nel novembre 2019. 

Vale la pena soffermarsi brevemente sull’autrice dello scoop originale, perché il suo profilo ci aiuta a inquadrare lo spessore delle rivelazioni. Markson è una giornalista australiana pluripremiata, che in questo momento è indaffarata nella promozione del suo libro What really happened in Wuhan, fuori il prossimo 29 settembre per i tipi di HarperCollins. Markson sta dettando l’agenda e i cicli dell’informazione para-complottisti attorno alle origini del virus. 

In due report separati, Markson ha rilanciato la notizia che il virus provenisse dal laboratorio di Wuhan. Nel primo ha citato il report Five Eyes che, come abbiamo detto, è già stato dimostrato come fasullo — o meglio, realizzato dal dipartimento di Stato trumpiano, e non dall’intelligence: con ogni probabilità, lo stesso documento visionato dai giornalisti del Wall Street Journal. In un altro “retroscena,” sempre di inizio maggio, Markson ha avanzato una versione ancora più estremista della teoria del laboratorio, adombrando la possibilità che il virus abbia origini artificiali: “Gli scienziati militari cinesi hanno discusso come trasformare i coronavirus in armi,” secondo il titolo di un suo pezzo per l’Australian. 

Quest’ultima è una vera e propria notizia falsa, basata su un libro edito nel 2015 e ampiamente screditato. Questo libro, L’origine innaturale della Sars e le nuove specie di virus artificiali, usati come bio–armi genetiche, di Xu Dezhong, ipotizza tra l’altro l’esatto opposto — che il virus fosse stato prodotto da militari statunitensi. Si tratta, come dicevamo, di una teoria screditata: nel 2017 è stato provato in modo sostanzialmente definitivo che la SARS avesse origini naturali. Anche ignorando questo ultimo passaggio, come sottolinea anche Vicky Xu si Twitter, passare da un libro complottista che accusa gli Stati Uniti a dire che esiste un documento segreto che trattava l’argomento richiede diversi salti logici.

Insomma: è sufficiente un’analisi sommaria per dimostrare che il pezzo del Wall Street Journal è, nella migliore delle ipotesi, sensazionalista. Tuttavia ha dato origine a un dibattito infuocato sull’argomento, che è poi esploso quando anche il direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases Anthony Fauci si è sbilanciato a dire che vuole che si indaghi ancora sulla Cina perché “non è convinto” che il virus si sia sviluppato naturalmente. Ovviamente la dichiarazione ha risvegliato dal letargo l’ex segretario di Stato Mike Pompeo, secondo il quale sarebbe “un oltraggio” che Fauci e altri funzionari abbiano ignorato la sua teoria del complotto preferita.

Fauci non è l’unico ad essersi sbilanciato in modo vistoso: anche Nate Silver ha pensato di dover twittare che secondo lui ora era più probabile che il virus fosse partito da un laboratorio.

Nelle puntate precedenti: da dove viene la teoria dell’incidente di laboratorio

La teoria dell’incidente di laboratorio viene inventata dall’ex agente del servizio segreto israeliano Dany Shoham sulle pagine del quotidiano conservatore Washington Times, secondo cui il virus sarebbe legato ai programmi di guerra batteriologica del governo cinese. Una “notizia” ripresa immediatamente dai quotidiani di tutto il mondo. Il passaggio da arma batteriologica a incidente accade invece lo scorso febbraio, quando il senatore repubblicano Tom Cotton prova a correggere il tiro in una serie di tweet, dopo essersi messo pubblicamente in imbarazzo sostenendo l’ipotesi originale, ovviamente senza alcuna prova. Nei giorni successivi sul Lancet e su Nature Medicine vengono pubblicate dichiarazioni che archiviano la teoria, argomentate in modo specifico, e la questione sembra chiusa definitivamente.

Un mese dopo, un retroscena di CNN e Fox News rivela che dei funzionari dell’amministrazione Trump starebbero “investigando” sulla teoria, a cui viene poi data solidità da Trump stesso durante una conferenza stampa alla Casa bianca. È fatta: grazie all’endorsement dell’allora presidente, per i repubblicani l’incidente di laboratorio è ormai una verità incontestabile, e anche Cotton torna sui suoi passi dicendo che “anche se il governo cinese dice il contrario, le sue azioni raccontano un’altra storia.”

Passa un altro mese e a maggio le prove per la fuga di materiali sono diventate “enormi” secondo Mike Pompeo. A questo punto inizia un lento lavoro di erosione della realtà: la stessa tesi che prima era ridicolizzata come una teoria del complotto di estrema destra inizia a diventare un divertissement sui magazine progressisti, e poi diventa apertamente abbracciata anche dal New York Times, che arriva a pubblicare dichiarazioni così incendiarie da essere redarguito da Peter Daszak, tra i membri della squadra che l’OMS ha inviato a Wuhan, su Twitter. 

Nel frattempo, il pubblico non ha ancora visto una sola prova a sostegno dell’ipotesi.

Lo scorso marzo si è tornato a parlare con insistenza della teoria del lab leak perché menzionata come l’ipotesi meno probabile tra quelle investigate dal team dell’OMS che si è recato Wuhan per studiare le origini del virus. Presentando i risultati delle proprie indagini, Daszak, aveva spiegato di essere fiducioso della solidità delle proprie conclusioni, in una conversazione con Nature: “Ci è stato permesso di fare tutte le domande che volevamo, e abbiamo ottenuto le nostre risposte,” ha detto alla rivista britannica. Daszak è adamantino che non ci sia motivo per pensare che il virus sia sfuggito dall’istituto di virologia della città: “L’unica prova che la gente ha per la teoria dell’incidente di laboratorio è che c’è un laboratorio a Wuhan.”

Una teoria del complotto impossibile da smentire, perfetta per la pandemia

Ora che la teoria del complotto della provenienza del laboratorio ha bucato ogni soglia del reale ed è diventata completamente bipartisan — da Glenn Greenwald a Nate Silver, da Fauci a Pompeo (!) — non riusciremo mai più a superarla: si potrà metterla all’angolo con il passare dei mesi, speriamo, ma resterà strisciante, un’opinione infondata ma accettata come possibile da tutte le parti. Era prevedibile: si tratta, dopotutto, della teoria del complotto perfetta per la pandemia, rafforzata da un retroterra razzista e giustificata da potenti interessi economici.

Come sottolinea Daszak stesso, la teoria a favore dell’origine di laboratorio si fonda sostanzialmente su una sensazione statistica di pancia: “Come fa a essere una coincidenza?” Tuttavia, se il metodo scientifico impedisce di archiviare qualsiasi ipotesi in modo definitivo, in questi mesi sono tantissimi i documenti che sono arrivati dalla città cinese, e a differenza della teoria del laboratorio, le prove per l’origine in natura del virus ormai sono molte, e molto convincenti:

  1. Innanzitutto, all’Istituto di Virologia di Wuhan si stavano studiando CoV nei pipistrelli, questa è cosa risaputa, ma tutti i virus presenti nel laboratorio hanno spike molto diversi dal SARS-CoV-2, rendendo la teoria che il virus sia passato direttamente dai pipistrelli agli umani altamente improbabile;
  2. Inoltre, al netto della narrativa semplicistica che vuole che il virus si sia esteso dai tre ricercatori dell’Istituto di Virologia, nelle prime settimane di pandemia a Wuhan erano già presenti due lignaggi virali, cosa che rende estremamente improbabile che il virus avesse un singolo punto d’origine precedente di poche settimane;
  3. Ancora, ormai numerosissimi studi sono arrivati alla conclusione che il SARS-CoV-2 sia derivato dal proprio adattamento al sistema immunitario, lasciando concludere che il virus non può venire da un laboratorio. Vi linkiamo 1, 2, 3, 4 pubblicazioni che arrivano alla stessa conclusione.

È importante inoltre sottolineare che si tratta in ogni caso al massimo di un rapporto di correlazione, e non di causa — anche perché sappiamo che il SARS-CoV-2 ha circolato per mesi, probabilmente anche in Italia, prima di esplodere a Wuhan. Anche ammettendo che quei tre ricercatori avessero il Covid–19, il fatto che il virus fosse già presente perfino all’estero dovrebbe da solo rimuovere ogni possibilità di sospetto sul laboratorio.

Purtroppo, però, nessun dato sarà sufficiente per smontare l’ipotesi, che è pienamente strutturata come una teoria del complotto — Nsikan Akpan in un thread su Twitter di ieri tracciava un paragone molto interessante con il negazionismo climatico. Come tutte le teorie del complotto, si basa su una serie potenzialmente infinita di considerazioni ipotetiche: Come fa a essere una coincidenza che sia successo a Wuhan? Come facciamo a sapere che le prove non siano state distrutte? Come fa un virus così peculiare ad essersi sviluppato in natura? Ad ogni risposta fattuale a queste domande c’è una seconda domanda altrettanto infondata, che porta il dibattito inevitabilmente allo stallo. Dibattito per il quale ci sarà sempre meno spazio, ora che voci sempre più autorevoli abbracciano l’ipotesi, ignorando che non ci siano prove in suo favore.

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