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Contro il cottimo, per i diritti: le ragioni del No Delivery Day

Lo sciopero di oggi è l’ultimo atto di una lunga mobilitazione per riaprire il tavolo della contrattazione collettiva e chiedere più tutele, per i rider e non solo

Lo sciopero di oggi è l’ultimo atto di una lunga mobilitazione per riaprire il tavolo della contrattazione collettiva e chiedere più tutele, per i rider e non solo

È una settimana dura per le multinazionali tech del delivery. Dopo lo sciopero dei lavoratori di Amazon di lunedì, tornano a incrociare le braccia anche i rider di tutta Italia, nel No Delivery Day previsto per oggi venerdì 26 marzo. In oltre 25 città italiane, si radunano unions e sindacati di base, sotto la sigla #RiderXIDiritti, chiedendo ai consumatori di non ordinare sulle app di Glovo, Deliveroo, Just Eat e UberEats. Continua così la lotta dei rider contro i colossi della gig economy, mentre arrivano segnali di riapertura di dialogo sulla contrattazione collettiva tra le parti sociali, con la firma di un primo protocollo d’intesa, per la legalità, contro lo sfruttamento lavorativo.

Mercoledì 24 marzo si è mosso il Ministero del Lavoro del neo-ministro Orlando: le sigle sindacali Cgil, Cisl, Uil e Ugl hanno siglato con Assodelivery (l’associazione che riunisce Deliveroo, Glovo, Uber Eats e Social Food) un protocollo d’intesa che impegna le aziende a porre fine a pratiche illegali che ledono i diritti fondamentali dei lavoratori coinvolti, nel caso particolare dello sfruttamento e caporalato digitale. La firma è avvenuta alla presenza della rete “Rider per i Diritti,” che aderisce all’accordo. Il riferimento corre allo scorso maggio 2020, quando UberEats è stata implicata in un’inchiesta a riguardo – insieme a due società di intermediazione – e commissariata: per questi fatti, a inizio marzo, è stata chiesta la revoca dell’amministrazione giudiziaria all’azienda, che si è dimostrata “sensibile ed efficiente.”

Un passo avanti, ma non basta

Il protocollo nazionale stabilisce tre punti chiave: l’impegno delle aziende di Assodelivery a dotarsi di un codice etico e di un modello tale da prevenire i comportamenti scorretti, a non ricorrere a società terze (prima almeno della creazione di un albo per le stesse), e la costituzione di un Organismo di Garanzia con il compito di vigilare e riportare segnalazioni alla Procura. Si attende ora la firma di altri due protocolli d’impegno, quello di prevenzione anti-Covid su salute e sicurezza e quello decisivo sulla contrattazione di diritti e tutele per i lavoratori. 

“Il testo del protocollo su salute e sicurezza è stato già consegnato un mese fa alle istituzioni, ora aspettiamo risposte, non c’è tempo da perdere,” dice Angelo Avelli di Deliverance Milano. “Il protocollo firmato ha un valore politico importante, ma va aperto il prima possibile un nuovo tavolo per ricominciare la negoziazione sui contratti. Per questo incrociamo le braccia in questa giornata nazionale, è la risposta più forte che possiamo dare, nello stesso giorno tutti insieme.” 

“Da solo il protocollo serve a poco, ma è un risultato utile, intanto, che definisce un perimetro di relazioni industriali per i prossimi tavoli di negoziazione,” aggiunge Tommaso Falchi, di Rider Union Bologna, che ha ricordato la natura dello sciopero: “Tutela e diritti pieni per tutte e tutti: come annunciato, sarà una piazza aperta, che cerca convergenze con i lavoratori precari dei diversi settori colpiti dalla pandemia, come quelli dello spettacolo, della logistica e della scuola e formazione.”

“Il protocollo firmato ha un valore politico importante, ma va aperto il prima possibile un nuovo tavolo per ricominciare la negoziazione sui contratti”

Coinvolte nella giornata di sciopero le città di Milano e Bologna (dove la mobilitazione nella città sarà sostenuta anche dal Consiglio Comunale cittadino), così come Napoli, Trieste, Firenze, Genova, Carpi, Messina, fino a Reggio Emilia e Brindisi. In tutta Italia saranno presenti nelle giornate di venerdì e sabato anche le organizzazioni dei lavoratori della cultura e dello spettacolo, lontani ancora dal tornare in scena (la data indicata per la riapertura di teatri e musei dal ministro Franceschini, prevista proprio per il prossimo weekend, è stata disattesa), e della scuola. Per oggi è convocato anche lo sciopero nazionale nella logistica, da Adl Cobas e Sial Cobas, in ballo è il rinnovo del contratto nazionale dei trasporti. Le rivendicazioni dei rider rimangono stabili: nuova negoziazione per un accordo che preveda i diritti della subordinazione — con le tutele previste, come la paga fissa oraria, le ferie, i permessi di malattia, i congedi — rifiuto del cottimo e del contratto nazionale “truffa” ancora in vigore.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona, in piedi e il seguente testo "CONSEGNE DIRITTII 26 MARZO 2021 NO DELIVERY DAY #RIDERPERIDIRITTI #STRIKE #NONPERNOIMAPERTUTTI"

Il primo sciopero generale della filiera di Amazon di lunedì 22 marzo ha di nuovo acceso i riflettori sui ritmi e la condizione dei lavoratori della logistica, posti sotto controllo dei propri turni tramite piattaforme, specie per quanto riguarda i cosiddetti driver dell’ultimo miglio. Le mobilitazioni e il coinvolgimento di numerosi lavoratori sono passi importanti, a fronte di un numero sempre maggiore di inchieste e casi giudiziari, pesanti anche per l’immagine delle compagnie di delivery. C’è chi le ha raccolte e analizzate: sarebbero almeno 40 in oltre 20 Paesi in tutto il mondo, come attesta il report dell’International Lawyers Assisting Workers Network, un team di più di 600 avvocati indipendenti provenienti da oltre 70 Paesi. 

— Leggi anche: La lotta dei rider non si ferma all’inchiesta della procura di Milano

Alcune di queste indagini hanno portato a svolte concrete. Dal Regno Unito, Uber ha dichiarato che garantirà ai suoi driver (ben 70 mila) diritti come salario minimo, ferie pagate e contributi pensionistici – dopo esser stata sollecitata dalla Corte Suprema. Il fondo britannico Aviva Investors, invece, ha fatto sapere che si rifiuterà di investire in Deliveroo – che si prepara a sbarcare in borsa a inizio aprile, con una quotazione che si prevede da record – anche a causa dei suoi problemi con il rispetto dei diritti dei propri lavoratori. In Spagna, dopo cinque mesi di lunghe negoziazioni, i sindacati hanno ottenuto di aver accesso all’algoritmo che regola l’attività giornaliera dei rider, che saranno considerati lavoratori retribuiti a tutti gli effetti. 

E in Italia? 

“Come risaputo, la legge 128 del 2019 include i rider nel lavoro etero-organizzato, che quindi, anche se non con tutte le caratteristiche della subordinazione, devono essere tutelati come subordinati. L’ultima decisione del Tribunale di Milano non è che l’applicazione di queste norme”. A parlare sono Valerio De Stefano e Antonio Aloisi, giuslavoristi e autori di Il tuo capo è un algoritmo (Laterza 2020), un saggio che indaga le falle del lavoro su piattaforma: “Nei paesi europei comparabili – come Francia, Germania, Spagna e Olanda – ci sono state sentenze che hanno equiparato i rider come subordinati. Nei paesi nordici la regolamentazione del lavoro avviene sempre tramite contrattazioni collettive, è un modello di regolamentazione funzionante e rispettato dal resto delle imprese: è più facile così regolarizzare anche il lavoro su piattaforma.” 

Il tuo capo è un algoritmo“La contrattazione collettiva è la pratica del diritto del lavoro più flessibile che esista, per le istanze delle parti sociali coinvolte, ma deve avvenire con sindacati che siano rappresentativi e che abbiano davvero a cuore la tutela dei lavoratori che vanno a rappresentare.” Eppure, ciò nonostante, dopo gli ultimi mesi è necessario tornare al tavolo di negoziazione per superare il cottimo: “Il punto è che il cottimo non ci ha mai abbandonato in realtà. Il problema dei rider è più generale, nelle economie industrializzate e in Italia in particolar modo: si crea una zona grigia tra lavoro subordinato e autonomo, dove questo è sempre meno vero, poiché non si ha tanta autonomia, o la piena possibilità di accettare o rifiutare un lavoro. Da trent’anni a questa parte, non si è voluto porre rimedio alla proliferazione del finto lavoro autonomo, né a tutelare significativamente il lavoro nella zona grigia.”

Infatti, il cottimo non riguarda solo i rider, ma anche molti freelance, nel lavoro creativo e culturale, come in quello domestico delle pulizie e delle riparazioni – in una sempre più crescente uberizzazione del lavoro. “Alcune piattaforme in giro per l’Europa usano già la paga oraria, quindi il cottimo è una scelta, che finisce per addossare rischi sulle sicurezza, derivante dagli incessanti tempi di consegna, solo sul lavoratore.” 

Non a caso, i rider durante la giornata di sciopero chiedono a consumatori e ristoratori uno stop alle consegne, di sloggarsi anche dalla piattaforma, per creare un vuoto di servizio e far pesare la propria presenza. Intervenire sull’app è fondamentale: “I sindacati dovranno avere accesso ai dati e al funzionamento dell’algoritmo: è qui il futuro della contrattazione collettiva, perché le piattaforme utilizzano le app per gestire e controllare il lavoro di tutti i giorni. Le tutele del lavoratore, per far sì che possa svolgere dignitosamente il proprio lavoro, passano anche tramite la gestione del proprio tempo,” concludono i due accademici. 

Dal boicottaggio al delivery “etico”

La scelta di boicottare le aziende che sfruttano i propri lavoratori è un modo efficiente di condurre uno sciopero e lo hanno sperimentato negli ultimi anni di lotte proprio i rider (tanto che Glovo, a Bologna, ha iniziato ad avvisare gli esercenti del possibile disservizio), ed è più che valido oggi, in tempi di pandemia e limitazioni di piazza. Inoltre, nell’ultimo anno le aziende del delivery hanno ottenuto grandi profitti (si parla di oltre 100 milioni di euro di fatturazione in crescita, in totale, per Deliveroo, Glovo e Uber, a cui hanno corrisposto finora poco più di 300 mila euro al fisco, nel 2019). Ai guadagni non sono seguite diverse regolamentazioni del servizio: non solo i rider sono insoddisfatti, ma anche alcuni tra gli esercenti, i clienti ristoratori, indispettiti per aver visto le commissioni dovute alle aziende salire anche al 50% dei ricavi.

— Leggi anche: La strana storia del rider “commercialista” dalla parte delle aziende

Si moltiplicano così esperienze alternative di delivery, che sebbene impieghino meno utenti e siano a volte circoscritte ai contesti locali, puntano a una proposta chiara e determinata per i fattorini, spesso assunti con regolare contratto di logistica. Parliamo a Milano di SoDe – il social delivery del locale Rob de Matt – di Starbox o de L’alveare che dice sì, per quanto riguarda la spesa alimentare. A Bologna è nata Consegne Etiche, cooperativa promossa anche dal Comune (la cui genesi è raccontata in un documentario visibile su OpenDDB). Ancora,  c’è Alfonsino, il servizio delivery nato a Caserta e attivo in Campania, Abruzzo, Lazio, Toscana, Umbria e Puglia, e Giusta, nata da un gruppo di giovani aziende a Roma. Da simili principi origina anche il portale Bookdealer, che riunisce le librerie indipendenti, slegando le consegne di libri dall’unica scelta di Amazon. 


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In copertina, foto da una manifestazione di Riders Union Bologna dello scorso maggio, via Facebook.

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