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Senza luce, senza padre, senza casa: storia di un’occupazione a Dergano

R. vive in un palazzo occupato alla periferia Nord di Milano da tre anni, con i suoi figli. La sua storia, tragica, è simile a quella di molti altri che abitano a Dergano senza possibilità di andare altrove — e dove ora manca anche la corrente

R. vive in un palazzo occupato alla periferia Nord di Milano da tre anni, con i suoi figli. La sua storia, tragica, è simile a quella di molti altri che abitano a Dergano senza possibilità di andare altrove — e dove ora manca anche la corrente

Un venerdì mattina ricevo una segnalazione da parte di Francesco Floris, che scrive per Affari Italiani. Francesco è una vecchia conoscenza: si occupa come me di vicende milanesi — anzi, più spesso di me — e ha appena scritto un articolo sull’occupazione di un edificio nel quartiere di Dergano. Secondo il suo articolo, nello stabile risiedono diverse decine di famiglie di origine straniera, a cui è stata recentemente anche staccata la luce. “Stanno messi parecchio male,” mi conferma. Decido di andare a osservare la situazione con i miei occhi.

Per farlo contatto Cesare Mariani, un volontario del Naga, un’associazione milanese che come molte altre, in città, prova a portare solidarietà dove il comune non riesce ad arrivare, e che so essere attivo in zona. Lo stabile occupato è in via De Stael, lungo la cintura ferroviaria di Milano: ci si passa davanti per andare al birrificio La Ribalta, a pochissima distanza da lì. Incontro Mariani fuori dalla fermata della metro di Dergano, e mentre ci avviciniamo allo stabile mi racconta la storia della palazzina.

“È un vecchio palazzo di uffici, dismessi da una decina d’anni,” dice. “L’occupazione – almeno, questa — risale a circa 3 anni fa. Inizialmente era organizzata e sostenuta da collettivo Ci siamo, ma a un certo punto credo che non riuscissero a gestire più la situazione. Ogni tanto, però, qualche singolo membro del collettivo gli dà ancora un supporto.”

Come tutte le realtà più svantaggiate di Milano e del paese, le famiglie occupanti sono state colpite in modo particolarmente grave dal disagio sociale causato dalla fase acuta della pandemia. “I pacchi alimentari li portava il Comune, tramite gli hub alimentari che fornivano pacchi a chiunque ne avesse bisogno. L’assistente sociale quindi ha avuto l’opportunità assolutamente di capire quante e quali persone ci sono.”

Arriviamo al palazzo. È un edificio molto ordinario, come a Milano ne sono sorti tantissimi tra gli anni Novanta e Duemila, con un aspetto che è una via di mezzo tra un istituto scolastico e un prefabbricato di uffici. Lo stabile è un residuato del fallimento della ditta Sdp spa di Peschiera Borromeo, una vecchia azienda di telecomunicazioni che non esiste più da dieci anni. Nel 2011 è stata messa in liquidazione, e il suo patrimonio immobiliare è finito all’asta giudiziaria. Secondo i documenti del procedimento, l’edificio presenta cattive condizioni di manutenzione e consistenti infiltrazioni in tutta la struttura. Lo capisco bene entrandoci — come spesso succede a questi edifici, basta poco perché sembrino vecchi o cadenti. La palazzina però non è abbandonata: è abitata da un centinaio di persone che non hanno un altro posto dove andare.

Al piano terra abitano soprattutto uomini e famiglie di diverse nazionalità, mentre al piano superiore si trovano praticamente solo famiglie marocchine. Saliamo le scale. Il signor Mariani mi presenta R., una signora sulla quarantina che abita al primo piano del palazzo. R. accoglie Mariani chiedendogli subito se ha qualche novità per la luce: “Nemmeno la sera ormai si riesce ad attaccarsi. Qualche tempo fa hanno fatto un buco nella terra e poi hanno tolto tutto.”

R. ci racconta che la situazione, nel corso dei tre anni in cui ha vissuto lì, è cambiata. “C’è molta più gente ora. Tanti bambini. Io ne ho tre, due del 2016 e del 2018, che vanno all’asilo. Ho appena partorito.” Il suo terzogenito, infatti, mentre parliamo è lì che dorme in una carrozzina. “Sono andata a partorire all’ospedale, poi sono tornata qui e la corrente non c’era più.” Al ritorno, hanno raccontato a R. che un ragazzo ha provato ad andare a riallacciare i cavi, ma dai palazzi vicini una signora se n’è accorta e ha chiamato la polizia.

Quando si leggono articoli su vicende come questa o sull’atteggiamento del governo verso i migranti, è facile farsi prendere da quella che potrebbe essere definita come una specie di anestesia, di sospensione dell’incredulità. Quante volte abbiamo sentito storie simili? Parlando con gli interessati è più facile rendersi conto di come le politiche migratorie del governo italiano siano una fonte di dolore e problemi del tutto gratuiti — e terribili.

R., ad esempio, mi racconta che con lei non c’è il marito. In genere i familiari non vengono separati, ma loro sì: suo marito è stato espulso verso il Marocco, mentre moglie e figli sono rimasti in Italia. Mariani mi dà qualche spiegazione in più: “Hanno avuto la disgrazia… quando uno prende l’espulsione, questa dev’essere convalidata dal giudice di pace. I giudici di pace non sono professionisti in realtà. Sarà incappato in un giudice di pace che non conosce molto bene la normativa, perché stranieri con figli qua con un inserimento sociale possono ottenere un permesso di soggiorno — esiste un articolo del testo unico migrazioni, il 31. Gli è stato assegnato un avvocato d’ufficio pure non molto esperto…”

Risultato: per inettitudine o per malevolenza, tre figli sono in Italia senza un padre.

R. ha fatto domanda per la casa popolare, ma finora è rimasta lettera morta. “Eh, magari. Ho fatto domanda, mi han dato il foglio e mi han detto di aspettare… Ho fatto la domanda tre volte, l’ultima quasi sei mesi fa. F. invece, che stava qua di fianco, ha chiamato, ed è riuscita ad avere la casa popolare anche se ha una sola figlia, grande, di quasi 10 anni. Lei è sposata, siamo stati tutti contenti. Lei è andata e non è mai tornata, poi.”

F., che sia R. che il signor Mariani sembrano ricordare con affetto, è un caso particolare: la maggior parte delle persone su questo piano sono giovani famiglie o ragazze madri, qui senza il marito. R. ci indica diverse porte: “C’è una ragazza madre, una che ha il marito in carcere, una ha tre figli, una ha il permesso, l’altra non ha il permesso…” R. mi indica una serie di porte che si affacciano sul corridoio centrale del piano: in ogni stanza, che probabilmente una volta era un ufficio, ci abita almeno una persona, o una famiglia. 

Com’è vivere così? “Adesso c’è l’acqua, ma senza corrente è difficile. Adesso quattro uomini al piano di sotto hanno comprato un piccolo generatore. Prova a tornare la sera per vedere come si fa senza la luce.” Secondo R., al secondo piano “Noi siamo come una famiglia, siamo tutti paesani marocchini. C’è anche un pakistano e una signora senegalese, ma siamo una famiglia tutti quanti.”

Durante questo breve giro dello stabile c’è anche M., un ragazzo che è “come un figlio” per la signora R. e che mi accompagna insieme a lei mentre Mariani parla con altri residenti. M. è a Milano da tre anni e non parla benissimo l’italiano. Prima di arrivare qui è stato per un po’ in Spagna e in Francia. Cerca lavoro, ma dopo la pandemia è tutto più difficile: “Prima andavo al mercato, a lavorare mezza giornata alla bancarella di un altro marocchino. Adesso dopo il Covid…” 

M. avrebbe voluto registrarsi per la sanatoria promossa dalla ministra Bellanova, che avrebbe dovuto regolarizzare, secondo le intenzioni iniziali, mezzo milione di migranti — soprattutto braccianti — ed è finita per metterne in regola meno di 150 mila. “Non ho documenti e non avevo soldi per la sanatoria. Il capo ha detto: dammi 6000 euro per fare i documenti. E io non ce li avevo neanche per mangiare…”

R. mi ha accompagna fino al suo appartamentino per fare qualche foto, ma io devo ammettere che quando sono stato lì, con un atteggiamento molto poco professionale, ho preferito evitare. Anche perché ho potuto fare conoscenza con il figlio più grande di R., che va all’asilo ed è un piccolo terremoto. “Eh, i marocchini fanno sempre casino,” scherza M. L’appartamento in cui sta la famiglia di R., forse perché sono in quattro, è leggermente più grande, e probabilmente è ricavato da quello che una volta era il cucinino dell’azienda. R. e i suoi figli dormono su tre divani letto.

“Il Comune non è mai venuto, hanno consegnato solo per pacchi spesa durante la pandemia,” sostiene M. “Adesso non si vede nessuno, ma servirebbe proprio un po’ di aiuto, proprio come cibo.” Ma il Comune sa di questa situazione? Ho chiesto all’assessore alla Casa, Gabriele Rabaiotti, cosa l’autorità pubblica può fare per queste persone. Mi sarebbe piaciuto parlarci per telefono, ma l’ufficio stampa mi ha detto che l’assessore “ha un’agenda molto fitta” — dunque mi sono risolto a mandare una mail.

“Premesso che gli sgomberi, a maggior ragione se si tratta di stabili privati come in questo caso, non sono decisi dal Comune di Milano, l’Amministrazione ha già portato all’attenzione del Comitato ordine e sicurezza Pubblica della Prefettura il caso specifico,” mi scrive l’assessore. “Quello che fa il Comune, in caso di sgomberi, è intervenire con i servizi sociali per aiutare i nuclei con minori e in stato di fragilità: lo facevamo prima del Covid, e lo continueremo a fare adesso.” Secondo quanto mi hanno tutte le persone che ho contattato per questa vicenda, però, l’aiuto del Comune si è limitato proprio alla consegna dei pacchi durante la pandemia — e basta.

Allo stato attuale sembra molto difficile che le persone possano venire tutte ricollocate in tempi brevi in strutture di assistenza o di edilizia pubblica.

Non si potrebbe almeno fare qualcosa per rendere più vivibile questa stabile, nel frattempo? “Allo stesso modo, poiché si tratta di uno stabile privato, non possiamo intervenire per riallacciare la corrente, come suggerisci tu,” conclude Rabaiotti.

Mi congedo da R. e M. dicendo che scriverò un articolo, e che speriamo possa smuovere qualcuno all’azione. Infatti, appena usciti, scrivo subito a una persona che so essere molto attiva a Ri-Make, un centro sociale della zona che si occupa anche di assistere persone e famiglie in difficoltà. Mi risponde che sono al corrente della situazione nell’edificio, e che si muoveranno per capire se è possibile fare qualcosa. Mentre andiamo via, chiedo a Mariani quali potrebbero essere le soluzioni per queste persone — quale potrebbe essere il destino migliore che li potrebbe aspettare. “La situazione qui sta peggiorando. Non era perfetto neanche all’inizio, però riuscivano a tenersi insieme. Certo la luce è una mancanza grave.” 

Leggi anche: Milano deve fare di più per difendere i propri spazi sociali. Come Ri-Make

Ma com’è possibile che tutte queste famiglie con bambini non vengano ricollocate? “Il punto secondo me è che il Comune ha risorse scarse per la necessità, e quindi costruisce delle procedure burocratiche e di paletti all’ingresso per ridurre la pressione. Questo non è il primo caso di occupazione con bambini che non vengono accolti in nessuna maniera dai servizi sociali, anche messi peggio di loro. Ricordo circa un anno fa una donna con tre figli, che aveva partorito, cacciata dall’ex caserma di Baggio, e nonostante la nostra segnalazione all’area emergenze dei servizi sociali non s’è fatto nulla.”

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