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Le contestazioni contro Matteo Salvini a Mondragone

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Le proteste che ieri hanno interrotto il comizio di Salvini a Mondragone arrivano a pochi giorni di distanza da un doppio segnale del progressivo declino del leader leghista

Ieri pomeriggio Salvini è andato a fare campagna elettorale a Mondragone, per soffiare sul fuoco delle tensioni scoppiate tra italiani e stranieri attorno alla zona rossa dei palazzi ex Cirio. Ha trovato una degna accoglienza: il suo comizio è stato duramente contestato da un folto gruppo di manifestanti, che l’hanno costretto a smettere di parlare quasi subito — anche se la motivazione ufficiale per l’interruzione del comizio è che “complici della camorra” avrebbero “tagliato i cavi elettrici.” Qualcuno gli ha anche lanciato dell’acqua e delle uova. I manifestanti hanno continuato a scandire urla e slogan anche dopo la fuga la partenza del leader leghista, quando sono stati caricati con violenza dalla polizia.

Già dal mattino si capiva chiaramente quale fosse l’atmosfera: in giro per la città sono apparsi numerosi striscioni contro Salvini, definito “sciacallo” e invitato ad andarsene per occuparsi dei problemi del nord.

 

Salvini, come sempre, ha reagito sportivamente alle contestazioni, dicentro che i manifestanti erano “4 sfigati figli di papà violenti e intolleranti dei centri sociali,” che “il loro posto è la galera” e che addirittura i “centri sociali” sono al servizio della camorra e hanno “sfasciato tutto.” Se volete vedere una dimostrazione chiarissima di che cosa significhi “rosicare,” guardate la diretta Facebook che ha registrato subito dopo.

Scomodare citazioni apocrife di Voltaire per difendere astrattamente il diritto di Salvini a parlare è fuori luogo, come spiega in un thread il giornalista di Fanpage Adriano Biondi: “La questione centrale non è il diritto di Salvini di tenere un comizio, ma la volontà del leader leghista di speculare su una delicata questione sanitaria, alimentando paure e contrapposizioni. In tal senso, contestare alla radice il comizio significava impedire un profluvio di parole di odio, la demonizzazione di un’intera fascia di popolazione che vive ai margini della società e la colpevolizzazione di quelli che sono pur sempre dei malati.” Nel poco che è riuscito a dire, infatti, Salvini non si è fatto mancare gli ammiccamenti alla pulizia etnica, dicendo che “la Lega darà le case a chi le merita e il lavoro a chi lo merita e libererà Mondragone dai rom.”

Non è la prima volta che Salvini viene contestato in questo modo durante un comizio, ma la figuraccia di Mondragone arriva a pochi giorni da un doppio segnale del progressivo declino del leader leghista: il primo, politico, è la scelta dei candidati del centrodestra alle prossime elezioni regionali, che ha visto l’unico nome leghista relegato alla Toscana (dove la vittoria è praticamente impossibile). Il secondo è il sondaggio Ipsos che certifica la crisi della sua leadership. Quanto in crisi? Non solo è sopravanzato da Giorgia Meloni, ma perfino da Roberto Speranza.

A Mondragone, intanto, sono stati individuati 23 nuovi casi positivi, tutti riconducibili al focolaio dei palazzi ex Cirio. Il numero dei casi totali — al momento 70 — fa temere per l’avvicinarsi della soglia critica (100) che porterebbe alla messa in quarantena dell’intera cittadina.

Il caso, come abbiamo scritto pochi giorni fa, porta nuovamente l’attenzione sullo sfruttamento sistematico dei braccianti stagionali nelle campagne e sulla nascita di “ghetti” urbani nati dalle ceneri della speculazione edilizia degli anni Settanta. “Dal quartiere Gad di Ferrara all’Hotel house di Porto Recanati, la storia sembra essere sempre la stessa: una speculazione edilizia rivolta al ceto medio-alto negli anni settanta in pochi anni si è tramutata in un fallimento immobiliare. Gli appartamenti si sono svalutati e sono stati affittati a partire dagli anni ottanta e novanta dai vecchi proprietari ai lavoratori sottopagati di origine straniera. Queste zone sono diventate dei ghetti all’interno del tessuto cittadino e nella città hanno cominciato a essere il simbolo di tutto quello che non funziona,” scrive Annalisa Camilli su Internazionale.


In copertina, foto via Twitter

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