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Il calcio femminile in Italia è ancora trattato come uno sport di serie B

A un anno dai mondiali di Francia 2019 le calciatrici aspettano ancora di vedersi riconoscere lo status di professioniste, mentre la Figc ha deciso di sospendere il campionato di quest’anno

in copertina, foto via Twitter

A un anno dai mondiali di Francia 2019 le calciatrici aspettano ancora di vedersi riconoscere lo status di professioniste, mentre la Figc ha deciso di sospendere il campionato di quest’anno

Le calciatrici di serie A sono arrabbiate. Anzi, confuse, come scrivono nella lettera di protesta indirizzata alla Figc e pubblicata da Assocalciatori. La Figc ha deciso di sospendere il campionato 19/20, con scudetto non assegnato e retrocessioni affidate a un algoritmo. “Sarebbe stato uno spot bellissimo per tutto il movimento dare pari dignità alle ragazze per quanto riguarda la conclusione almeno del campionato più importante,” ha detto il presidente federale Gabriele Gravina. La seria A maschile infatti riprenderà il weekend tra il 20 e il 21 giugno, con il campionato che si concluderà nel corso del mese di luglio: un momento inusuale, ma dettato dalle necessità sanitarie.

Sarebbe stato bello, appunto. Ma sembra che non sia mai l’ora di un salto di qualità per l’altra metà del pallone. Le calciatrici denunciano “criticità di carattere sanitario ed organizzativo quasi a ridosso della nuova stagione” e disparità di mezzi per le 12 società che partecipano al campionato di serie A. La Juventus Women, che si regge su una società solida che investirà anche in infrastrutture nuove, ha ripreso gli allenamenti il 26 maggio. Altre calciatrici di società minori, invece, non sono state ancora convocate.

Secondo il rapporto Figc sul calcio, nel 2018 le tesserate erano 25.896, con un incremento dei tesseramenti dell’8,4% rispetto all’anno precedente. Le Under 18 erano 12.908, il 54% del totale. In totale in Italia ci sono 677 società registrate, delle quali 24 per i campionati di serie A e serie B gestiti direttamente dalla FIGC. Le competizioni inferiori, interregionali come serie C e D, sono invece dipendenti dalla Lega dilettanti.

La decisione di sospendere il campionato di serie A femminile danneggia la visibilità e il progresso del movimento del calcio femminile. Un anno fa, ai mondiali di Francia 2019, l’attenzione sulla nazionale italiana femminile era massima. Le azzurre erano tornate a competere ad alti livelli dopo 20 anni di assenza. Il mondiale del 2019 ha spezzato anche le resistenze di chi credeva che il calcio femminile fosse “troppo lento” o figlio di un dio minore: la partita Italia-Brasile del 18 giugno 2019 è stata trasmessa da Rai e Sky e seguita da 7,3 milioni di persone, con il 29% di share. Francia-Norvegia, invece, ha ottenuto il record di 11 milioni di telespettatori. Il sogno mondiale delle azzurre di Milena Bertolini è finito con la sconfitta del 25 giugno contro l’Olanda, ma la squadra ha riscosso simpatie e successi, tanto da diventare il simbolo della rinascita del movimento. L’11 marzo 2020 la nazionale aveva ottenuto anche l’accesso alla finale dell’Algarve Cup, torneo a invito che si svolge in Portogallo — ma la pandemia ha fermato le azzurre a un passo dalla sfida contro la Germania.

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Le calciatrici di serie A sono confuse dalla gestione della sospensione e dalla mancanza di chiarezza della federazione, ma hanno le idee ben chiare sul futuro. “Quello che appare in sintesi ai nostri occhi è che il nostro sistema va riformato. È tempo di decidere quale direzione dobbiamo prendere perché situazioni simili non sussistano più. Siamo le calciatrici della serie A Femminile, si parla di noi e delle imprese della Nazionale di cui alcune di noi fanno parte e che sentiamo nostra. Ma è ora di garantire le giuste tutele a tutte quante, uno status da professioniste e condizioni reali di professionismo,” affermano nella lettera pubblicata da Assocalciatori. 

La Figc aveva promesso il passaggio al professionismo per il 2021/2022, ma la sospensione del campionato non fa pensare a un lieto fine in tempi brevi. Diventare professioniste è una priorità assoluta per le calciatrici: questo status garantisce più diritti, con i contributi assistenziali e previdenziali, e una struttura più stabile al campionato. Almeno a livello politico, le premesse sono positive: un emendamento alla legge di Stabilità del 2019, presentato da Pd e M5S, prevede un esonero contributivo al 100% per tre anni — fino a un tetto di 8 mila euro — per le società sportive che stipuleranno contratti di lavoro sportivo con le proprie atlete. La Figc ha riconosciuto il professionismo, ma solo per gli uomini. Non è un problema solo del calcio, ma in generale riguarda tutto lo sport italiano — altre federazioni non prevedono il professionismo, come la Federvolley. Per porre fine alla discriminazione in atto tra competizioni maschili e femminili, la Figc dovrebbe prevedere il nuovo status giuridico estendendo di fatto la legge 91/1981 sul professionismo anche alle calciatrici.  

“È ora di garantire le giuste tutele a tutte quante, uno status da professioniste e condizioni reali di professionismo”

Per il periodo 2019-2023 la Fifa ha confermato investimenti nel calcio femminile per un miliardo di euro per “promuovere competizioni, programmi di sviluppo, governance e leadership, professionalizzazione e crescita dell’area tecnica.” Nel 2020 la Uefa ha aumentato il finanziamento del 50% per lo sviluppo del calcio. I dati Uefa danno una fotografia impietosa degli investimenti italiani per il calcio femminile: la Figc ha riservato al settore solo 4,2 milioni di euro nel 2017, mentre la Francia 9,9 milioni e il Regno Unito 12 milioni. In Francia le calciatrici della massima serie sono dipendenti della squadra, in un regime semi professionistico.

La Figc ha promosso e portato a termine una riforma interna, per sviluppare il settore giovanile femminile. A partire dalla stagione 15/16 fino al 17/18, le squadre professionistiche maschili di serie A e B erano obbligate a tesserare 20 giovanissime giocatrici under 12 all’anno. Da due anni, invece, le squadre di serie A non sono obbligate ad avere una quota femminile per ottenere la licenza nazionale che permette di partecipare al campionato. Sulla scia di questo cambiamento, i club maschili possono rilevare i titoli di altri club femminili o affiliarli al proprio brand. Così hanno fatto le big negli ultimi tre anni: Juventus, Milan e Inter, seguendo Fiorentina e Roma. Altre società di calcio femminile non sono state acquistate ma sono affilate, cioè si appoggiano alle squadre maschili.

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Qualcosa è dunque cambiato ma la strada è lunga, continuano a ripetere calciatrici, allenatori e preparatori atletici del mondo del calcio femminile. Cosa manca? I soldi, tanto per cominciare. Anche l’allenatrice della nazionale Milena Bertolini ha chiesto alla Figc di investire di più: “Servono aiuti economici importanti. Il nostro campionato è formato da società che hanno una base professionistica ma ci sono anche società che non sono appoggiate dal maschile. Per completare il campionato in estrema sicurezza, occorre che la Federazione le aiuti e le sostenga per far fronte a delle spese non previste e che non sarebbero in grado di sostenere da sé,” ha detto la ct azzurra in un’intervista a Calciomercato24. Le squadre di serie B e serie C disputano campionati fuori regione e non riescono a coprire tutte le trasferte di tasca propria. E poi i contratti, le cure mediche continuative, il personale specializzato. In serie A si inizia a parlare di contratti stabili, sponsor, tutele per le atlete donne. Ma il professionismo, in Italia, non è ancora cosa fatta.

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