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Molti lavoratori del settore stanno criticando in queste ore la decisione del governo, mentre la Lombardia ha annunciato che nella regione anche le librerie dovranno rimanere chiuse

Il nuovo Dpcm firmato dal Presidente del Consiglio Conte il 10 aprile 2020, e valido a partire da martedì 14 aprile, segna un inizio almeno parziale della famosa “fase 2”: accanto alla proroga fino al 3 maggio delle attuali restrizioni, infatti, il provvedimento consente la riapertura di alcune attività produttive e commerciali, tra cui le librerie.

La decisione di includere anche le librerie è arrivata dopo una campagna d’opinione sostenuta da diversi politici e intellettuali. Per esempio, Matteo Renzi già lo scorso 26 marzo in Senato aveva invocato la riapertura delle librerie come “gesto simbolico” perché “bisogna nutrire anche l’anima.” Prima ancora, la scrittrice Lidia Ravera aveva lanciato un appello, raccolto anche dall’Associazione Librai Italiani, per chiedere di includere le librerie tra le attività commerciali considerate essenziali, come supermercati e tabaccai. Nei giorni successivi, la questione è stata al centro del dibattito giornalistico, con molte analisi sui pro e sui contro di una simile decisione.

Ma cosa ne pensano i lavoratori del settore e, in particolare, i librai indipendenti, che sono i più esposti ai contraccolpi economici della crisi su un settore già in difficoltà? I pareri sono contrastanti, ma c’è un ampio fronte di librai e editori contrari alla decisione del governo. Una contrarietà, a dire il vero, già espressa nei giorni scorsi, per esempio con l’appello pubblicato dall’Associazione degli Editori Indipendenti Italiani il primo aprile sul manifesto, in cui si chiedeva di aspettare le “condizioni di sicurezza” per chi lavora in libreria e per chi le frequenta. 

Il problema, infatti, è che spesso le librerie indipendenti sono molto piccole, ed è impossibile organizzarsi per far rispettare le distanze di sicurezza e le altre misure anti-contagio. In più, se già in tempi normali le librerie non sono proprio uno dei luoghi più frequentati dai cittadini, è difficile immaginare che, dopo la riapertura, molti decidano di andarci solo per sostenere il settore — contando che non è affatto chiaro se “andare in libreria” sia una giustificazione valida da inserire nell’autocertificazione per gli spostamenti. Di conseguenza, il rischio per molte librerie è che riaprire si riveli più costoso che tenere chiuso.

La Libreria del Mondo Offeso, una libreria indipendente di Milano, ha messo nero su bianco su Facebook molte di queste criticità, annunciando la decisione di non riaprire nonostante la facoltà di farlo, di fronte a quella che viene definita come “un’operazione puramente propagandistica.” “Dal punto di vista economico la Libreria non starebbe in piedi perdendo anche i benefici del credito d’imposta relativo ai canoni d’affitto e l’opportunità di aderire alla cassa integrazione. Rimarremmo aperti solo per dare un po’ ossigeno agli editori e, come al solito, noi lavoreremmo solamente per la gloria (di altri e non la nostra).” 

https://www.facebook.com/libreriadelmondooffeso/posts/3620375921370188

In molti la pensano allo stesso modo. “Non so ancora se andrò a lavorare, non mi hanno detto nulla ma abbiamo una call dopo Pasqua,” ci ha raccontato Paola, che lavora in una piccola libreria di Milano. “È gravissimo che come sempre la filiera del libro sia considerata come esclusa da qualsiasi logica di mercato e vista in chiave romantica, come se chi ci lavora non stesse davvero lavorando ma seguendo una propria passione. Ho avuto la stessa sensazione di quando mi dicono ‘che invidia, dev’essere un lavoro meraviglioso tutto il giorno tra i libri a leggere.’ Non faccio questo — magari… Soprattutto non voglio rischiare la mia salute perché Carofiglio possa farsi un giro in libreria quando può benissimo prendersi un ebook.” Inoltre, anche secondo Paola, “Aprire significa perdere un sacco di soldi, è molto semplice.”

In Lombardia la questione non si porrà: poche ore dopo l’annuncio del governo, la regione ha annunciato che non tutte le indicazioni del nuovo Dpcm saranno recepite dal governo, e che quindi le librerie resteranno chiuse. Che sia un modo per accogliere le richieste dei librai ed evitare un allentamento delle misure che hanno permesso di appiattire finora la curva dei contagi, o solo un’occasione per andare di nuovo contro il governo, molti lavoratori del settore stanno tirando un sospiro di sollievo. Ma il problema resta valido in tutte le altre regioni.  

In una lettera aperta pubblicata su Minima & Moralia e firmata da più di 150 librai ed editori indipendenti di tutta Italia — riuniti nel gruppo LED — viene fatto notare come tra i firmatari dei vari appelli per la riapertura delle librerie siano evidentemente carenti proprio i nomi dei librai. Oltre a chiedersi se “andare a comprare un libro sarà una giustificazione valida per uscire, esattamente come andare al supermercato,” gli autori dell’appello formulano sei domande al governo. 

In particolare, i librai sono preoccupati per ragioni sanitarie — “il lavoro del libraio prevede un tempo lungo della comunicazione verbale faccia a faccia, una pratica che, se non precisamente regolata, comporta in questo momento degli evidenti rischi di sicurezza sanitaria. Inoltre è buona abitudine di chi frequenta le librerie prendere, toccare, manipolare una gran quantità dei libri presenti sui nostri scaffali. Sono state previste delle indicazioni precise per la sicurezza del nostro lavoro, come l’adozione di specifici dispositivi? E nel caso: quali?” — ma anche per gli aspetti economici: “In questo momento sono attive delle misure di welfare pensate per contribuire alla sostenibilità economica degli esercizi commerciali. Quali certezze abbiamo che queste misure verranno mantenute anche dopo la riapertura ‘simbolica’? Riaprire le librerie non può essere considerato un puro gesto simbolico, ma deve essere un’azione strutturata e gestita nella sua complessità, così come dovrebbe avvenire per tutte le altre attività necessarie alla vita sociale.” Molti librai si riservano dunque di non riaprire anche dopo l’entrata in vigore del decreto, “finché non sarà possibile esercitare il nostro lavoro nelle condizioni e con le tutele adeguate.”

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La decisione del governo è stata presa probabilmente accogliendo le richieste delle associazioni degli editori, preoccupati per il tracollo della produzione e delle vendite tra marzo e aprile, con più di 20 mila titoli in meno previsti nell’arco di tutto il 2020. E anche della grande distribuzione libraria, preoccupata per il regime di sostanziale monopolio commerciale assunto da Amazon in questo mese e mezzo di lockdown. Ma la riapertura, decretata frettolosamente in un momento di quarantena ancora generalizzata, rischia di non cambiare granché la situazione e, anzi, di rivelarsi un boomerang: se da martedì si dovesse registrare un boom di presenze nelle librerie — eventualità davvero poco probabile — sarebbe un problema dal punto di vista sanitario; se invece, com’è prevedibile, in libreria non dovesse andarci nessuno o quasi, sarà un disastro economico per le librerie stesse, specialmente per quelle più piccole, che non potranno più contare sugli ammortizzatori sociali messi in campo dal governo e dovranno cavarsela da sole con incassi ridotti all’osso. 

In queste settimane le librerie indipendenti non erano comunque rimaste con le mani in mano e, in tutta Italia, si erano attrezzate per organizzare servizi di consegna di libri a domicilio, presentazioni in diretta su Zoom, e anche iniziative di solidarietà basate sull’e-commerce come “Adotta una libreria.” Per molti, la riapertura non sarà “una boccata di ossigeno,” ma anzi renderà ancora più incerto il futuro del settore. 


In copertina, l’interno della libreria Colibrì di Milano, via Facebook

Ha contribuito all’articolo Stefano Colombo. Segui Sebastian e Stefano su Twitter