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The Climate Limbo: un documentario per rompere il silenzio sui migranti climatici

Quello di rifugiato climatico è uno status ancora completamente ignorato dalla legge, ma si tratta di un problema che interesserà un numero di persone sempre crescente. Abbiamo parlato con Elena Brunello, di Dueotto Film, per farci raccontare the Climate Limbo, che sarà proiettato il prossimo 20 ottobre a BASE.

Quello di rifugiato climatico è uno status ancora completamente ignorato dalla legge, ma si tratta di un problema che interesserà un numero di persone sempre crescente. Abbiamo parlato con Elena Brunello, di Dueotto Film, per farci raccontare the Climate Limbo, che sarà proiettato il prossimo 20 ottobre a BASE.

Che il cambiamento climatico costringerà tantissime persone a lasciare la propria casa è una cosa nota, ma particolarmente dibattuta e poco riconosciuta dalla politica europea. Lo status di rifugiato climatico non è assolutamente facile da ottenere e spesso chi è costretto a spostarsi per via delle conseguenze del riscaldamento globale vive in un vero e proprio limbo di silenzio. Il titolo del documentario The Climate Limbo, nasce proprio da qui e dalla volontà di raccontare le storie di chi vive in paesi, come il Bangladesh, che sperimentano più di altri l’emergenza climatica. Il documentario è stato scritto e realizzato da Elena Brunello, Francesco Ferri e Paolo Caselli di Dueotto Film, e prodotto dall’Ong piemontese Cambalache, che promuove un modello alternativo di accoglienza, finanziato dall’Unione Europea. La prima proiezione pubblica a Milano sarà il 20 ottobre a BASE, in occasione di Sustainable Outdoor Days e Milano Montagna. Abbiamo parlato con l’autrice Elena Brunello.

Ciao Elena, mi racconti il tuo percorso?

Dopo la laurea in Letteratura americana ho lavorato un po’ di anni come giornalista, e mi sono occupata di reportage di viaggi, prima in Francia poi qui a Milano. Poi, per una serie casuale di eventi, mi sono ritrovata a lavorare nel campo dell’audiovisuale come autrice e ho conosciuto i ragazzi di Dueotto film a Vienna sul set di un documentario che trattava di migrazione: ero andata per dare una mano, senza essere mai stata su un set prima di quel momento. Da lì sono finita a Leros, in un campo profughi al confine con la Turchia, dove ho lavorato per alcuni mesi. Tornata in Italia ho iniziato a scrivere di migrazioni ed è casualmente arrivata la richiesta di un documentario, il primo realizzato con Dueotto, riguardo a un rifugiato politico senegalese che lavorava come apicoltore: era incentrato sulle api, sul rischio reale di estinzione e la loro importanza per la biodiversità. Il titolo è Bee My Job, dal nome omonimo del progetto, messo in piedi dalla Ong Cambalache, che ha prodotto anche il documentario di cui parliamo oggi. Per trovare i finanziamenti per the Climate Limbo abbiamo partecipato a un bando europeo, ed eccoci qui. 

Perché questo titolo? Cos’è il limbo?

La scelta di utilizzare la parola “limbo” è legata ai migranti climatici, a cui ci si riferisce come rifugiati climatici anche se di fatto non lo sono ancora: non sono riconosciuti né come rifugiati né come migranti economici. Volevamo dare una voce a una piccolissima parte delle migliaia di persone, tra cui un giorno potremmo rientrare anche noi. Questo angolo narrativo non è ancora stato molto trattato.

Che tempi di realizzazione ha richiesto il documentario?

Da quando abbiamo scritto il soggetto, nel maggio 2018, all’inizio delle riprese sono passati quattro mesi, in cui ci siamo immersi nello studio di come il cambiamento climatico influisce  sulla migrazione. Abbiamo scaricato studi su studi, tampinato ricercatori e professori. Avevamo un’idea che necessitava di letteratura a supporto e abbiamo quindi cercato esperti. Da qui poi ci siamo mossi alla ricerca di migranti. Fino a dicembre abbiamo girato, e da dicembre ad aprile ci siamo occupati del montaggio.

È un tema di cui non si parlerà mai abbastanza. La paura è che una forte energia come quella convogliata nel movimento FridaysForFuture si affievolisca, come già successe con Occupy, solo che ora la posta in gioco è cruciale. Come la vedi? Cosa mantiene sveglie le coscienze e può portare ad una reale pressione nei confronti del potere?

Questi fenomeni di massa sono spesso anche mode e esiste il rischio che tutto si sgonfi, rimanendo solo un’etichetta. La differenza la deve fare chi sta nei centri nevralgici del potere. Non parlo da esperta, ma da persona. Alla luce di un anno di lavoro e di studio sul tema posso dire che da una parte, ok, è una moda, meglio questa che altre e se smuove qualcosa o qualcuno ben venga. D’altro canto, per quanto riguarda il mio lavoro, per quello che abbiamo fatto con the Climate Limbo e che cerchiamo di portare anche in futuri lavori, è importante raccontare una bella storia alle persone. Documentari sul cambiamento climatico ce ne sono tanti, anche più belli del nostro, e credo sia importante attirare lo spettatore attraverso l’utilizzo di una buona attrezzatura che crei delle belle immagini. Abbiamo investito molto su questo. È importante parlare a chi è distante da questi temi e si incuriosisce vedendo un prodotto ben congeniato che poi rivela anche una densità di contenuti. Bisogna riuscire ad avvicinare le persone al metodo scientifico, rendere comprensibili i vari passaggi, in modo che quante più persone possibili sentano che la cosa riguarda anche loro. In un bar puoi sentire discorsi di cinema, cultura in generale, sport, politica, ma raramente senti due che parlano dello stato dell’arte degli studi sull’intelligenza artificiale o della situazione climatica. Dilaga l’idea che gli scienziati si occupino di qualcosa di astruso e incomprensibile, da mettere in dubbio in quanto oscuro. Se invece si trasmette il messaggio con parole semplici, si crea un interesse maggiore, le persone partecipano e sono più consapevoli. All’allarmismo bisogna unire una spiegazione chiara che spinga tutti a fare richieste precise e attivarsi.

Giustizia climatica e migrazione climatica: non è facile ottenere lo status di rifugiato climatico e dimostrare la persecuzione di natura climatica, l’avvocatessa Brambilla ne parla del documentario. La base è sempre la Convenzione di Ginevra, ma la realtà vive nuove complessità, e la migrazione non è un vezzo, men che meno quella climatica. 

La gente comincia ad avvertire questo sulla propria pelle. Parlo di gente del Primo mondo, chi come i bengalesi vive in mezzo al petrolio, se n’è accorto da un pezzo del cambiamento. Piano piano anche qui si inizia a capire la concatenazione delle cose. Alcune reazioni al nostro documentario erano della serie: “Sì va beh, prima c’era il migrante economico, ora quello climatico, anche io starei meglio alle Bahamas.” Il punto è far capire che il migrante economico è anche un migrante climatico. L’uomo si è sempre spostato in funzione dei cambiamenti ambientali, non è un problema, il problema sussiste quando l’uomo è costretto a spostarsi molto velocemente e il tempo che ha per adattarsi non è sufficiente. L’avvocatessa Anna Brambilla, ad un certo punto del documentario, dice una cosa molto giusta, che spesso il migrante climatico lo è inconsapevolmente. Magari migra a causa di guerre o economia, ma il motivo di base è quello climatico. La predazione, l’azione antropica crea povertà e, in paesi già svantaggiati, crea stress sociale, politico, economico, competizione per accaparrarsi risorse e situazioni già fragili o che non lo sono ma lo diventano, ed esplodono. Com’è accaduto in Nigeria o in Siria, fragilità presenti che vengono accese. Ti sposti per la guerra, ma il problema è a monte, è ciò che ha causato quella guerra: ecco il trait d’union tra la giustizia sociale e quella climatica. In paesi del terzo mondo si vive di agricoltura, quindi l’impatto del cambiamento climatico è davvero forte. Qui viviamo perlopiù di servizi, OK, si desertifica il sud della Sardegna, ma ne vedremo le conseguenze tra decenni, e quindi tendiamo a vederlo come un problema lontano. Questo cambiamento non immediato, ma già ben visibile e galoppante, deve smuovere tutti verso la ricerca di una reale giustizia sociale. 

Noti una differenza generazionale nell’approccio al tema data dalla generale rimozione del problema da parte di alcune fasce avanzate di età? Nel tuo documentario si vede questo agricoltore che lancia strali contro l’ambientalismo di facciata presente nelle città dove, secondo lui, “non sappiamo nemmeno prenderci cura delle aree verdi, piccole o grandi che siano.”

Sicuramente la generazione prima di noi e prima dei ragazzini in piazza di oggi, non ha mai vissuto questo problema sulla propria pelle. Ora un ragazzo tra i 15 e 30 anni, dovrà disporre di molti più soldi per stare bene in un futuro molto vicino. Pensa solo alla bolletta elettrica: queste ondate che superano i quaranta gradi ogni tre settimane prima non c’erano. Una volta senza aria condizionata in ufficio resistevi, ora no. Questo vuol dire che tutte le fasce più deboli, anziani, bambini, malati, ne soffrono molto di più e i giovanissimi si rendono conto che la cosa non impatterà solo il narvalo a migliaia di chilometri da loro, ma la loro salute e le loro tasche. Complice questo movimento globale, si sentono molto più partecipativi, mentre magari la fascia dai 40 ai 60 non inquadra bene l’emergenza e pensa solo “non posso farci niente.” Il problema è iniziato con la rivoluzione industriale, ma si comincia a parlarne in periodo post-atomica, negli anni Cinquanta, quando comunque non era ancora percepito come un vero problema e se ne occupavano principalmente gli scienziati.

Cosa pensi della rabbia verso Greta Thunberg, che ha sollevato il velo dell’ipocrisia, mettendo i potenti davanti ai loro errori colossali e per questo viene aggredita, spesso da uomini di mezza età.

Secondo me lei non va strumentalizzata in nessun senso: non è quella che può risolvere tutti i problemi e certamente non li ha creati con la denuncia e la sua azione, anzi. Lei è un simbolo fondamentale, le piazze sono piene di persone grazie alle sue parole, è l’ispiratrice del climate strike. Come tutti i simboli, rischia di essere relegata unicamente a quello, senza che nulla cambi, ma lei ha i “cosiddetti” e viene criticata principalmente da chi non li ha, da chi non vuole essere svegliato dal proprio sonno. Sembra che a parte l’indifferenza, ci sia un forte disfattismo mirato al non-cambiamento. Il fatto che sia così giovane è ancora più d’impatto, non ha paura di dire la verità chiaramente davanti a un adulto, ma sembra che il potere le permetta di parlare per poi proseguire indisturbato. Mettici inoltre che è una donna e ha la sindrome di Asperger, tutti appigli per critiche sterili e mediocri, solo perché privi di altri argomenti con cui criticarla. Capita anche a me di sentire il solito “chi c’è dietro,” ripetuto da molti — è un po’ uno sport nazionale. Il fatto è che a prescindere da lei il problema c’è e le dobbiamo tutti riconoscere il coraggio che ha nello smuovere le nostre coscienze. Se fosse stata bella e adulta avrebbero detto che il suo successo derivava solo dalle sue caratteristiche fisiche. Quando dai fastidio è così. Io penso: fermiamoci un attimo. Dice cose sacrosante. Alcuni dicono che non centra sempre il punto? Ha sedici anni, io alla sua età fumavo e bevevo birrette di nascosto da mia madre, diamoci tutti quanti una calmata. Vorrei vedere un adulto al suo posto. I mediocri cercano sempre il loro personale capro espiatorio.

tutte le foto cortesia di Dueotto Film

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