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Perché in Italia è ancora così diffuso l’odio contro chi va in bici

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Da Rolling Stone alla Lega, in Italia chi va in bicicletta ha tutte le colpe: è un pirata della strada, mette ansia ai rispettabili cittadini in SUV e magari spaccia pure.

Siamo il primo paese europeo per numero di auto, le nostre strade sono dominate da camion, tir, SUV e furgoni” e ancora, nel 2019, il problema che ci viene posto non è se sia il caso di ripensare a come spostiamo noi stessi e le merci che consumiamo quotidianamente ma se siamo abbastanza educati nei confronti degli automobilisti quando circoliamo in bicicletta. 

La settimana scorsa su Rolling Stone è uscito un editoriale che se la prende con i ciclisti: l’incipit è chiaro: “Ma cos’hanno i ciclisti che non va? Odiano la vita oppure solo gli automobilisti? Come fanno a ostinarsi a intasare le strade e il mondo, mettendo in pericolo loro stessi e noi che guidiamo, con il loro girovagare?” Le argomentazioni invece sono deboli. Lo scopo dell’articolo infatti non era alimentare un dibattito costruttivo attorno all’uso della bicicletta ma generare l’ennesima shitstorm con la scusa del sarcasmo e del politicamente scorretto. Nel silenzio generale che ha accompagnato la pubblicazione del pezzo qualche critica è arrivata dalle riviste di settore mentre è emersa, solitaria, la risposta di Davide Cassani, il ct della nazionale di ciclismo, pubblicata qualche giorno dopo sul sito della Gazzetta dello Sport

“Mi fai sorridere signor Rolling Stone quando scrivi che ci ostiniamo a intasare le strade e il mondo mettendo in pericolo noi stessi e gli automobilisti. Cosa? Tu, automobilista dici a noi che intasiamo le strade? Che mettiamo in pericolo voi? Ma dove vivi?”

La retorica anticiclista, che tra i suoi alleati vanta anche nomi che apparentemente sembrano c’entrare poco con le due ruote come Assoedilizia, non l’ha di certo inventata Rolling Stone. La sentiamo ripetere da sempre — chiunque di noi conosce una persona irruente che ama sfogare le proprie frustrazioni sul ciclista di turno — e oggi, come ogni altra forma di hating, può essere gridata a pieni polmoni sui social, dove trova terreno fertile e audience dedicate sempre a caccia del meme di cattivo gusto su cui piazzare un like. 

Qualche mese fa Alberto Magnani su il Sole 24 ore aveva raccolto una serie di frasi fatte e luoghi comuni che affliggono i ciclisti, dalla diceria secondo cui la bici costituisca il mezzo più pericoloso con il quale spostarsi alla presunta invasione delle due ruote, che secondo l’automobilista medio sarebbero tantissime e occuperebbero le strade impedendo alle auto di circolare tranquillamente. Tra le invettive a caso contro chi usa la bicicletta va sicuramente citata quella di Filippo Facci pubblicata un paio di anni fa sul settimanale Tempi: “Vi credete la soluzione. Qualche donnetta pedala perché non ha mai imparato a usare uno scooter, che ‘è pericoloso’ anche se lo è infinitamente meno di certe biciclette che danzano tra pavè e rotaie, tra incroci e precedenze, e mettono ansia solo a guardarle.” Il presunto reato di procurata ansia, sfruttato anche da Rolling Stone per ribaltare la questione sicurezza in favore di chi guida un mezzo a motore e che verrebbe turbato — poveretto — dalla vista di un ciclista alle prese con le strade italiane, è una prova dell’ostilità diffusa che accompagna da sempre i ciclisti. Ogni tanto però capita anche che un luogo comune si impasti di retorica sovranista. Un’altra colpa delle biciclette secondo Gianluca Vinci, deputato della Lega e segretario del partito in Emilia, sarebbe infatti quella di essere utilizzata per lo spaccio, in alternativa ai propri piedi, dai pusher. D’altronde si sa, “la brava gente di solito usa l’automobile.” Tempo fa ne avevano beccato uno anche a Milano che, indossata la tenuta da corsa e inforcata la bicicletta, distribuiva cocaina a domicilio ai propri clienti. Aveva sessant’anni e “un’onesta e tranquilla carriera alle spalle.” Ma si sa, la bici ti cambia.

Quando in Italia si parla di ciclisti il tono è quasi sempre aggressivo o denigrante e il punto di vista è rivolto per lo più dall’alto verso il basso. Quello che non si vuole vedere, per miopia, ignoranza o incapacità intrinseca di accettare i cambiamenti del mondo in cui viviamo, è che negli ultimi anni un numero sempre maggiore di persone ha fatto propri i principi della mobilità lenta cominciando a spostarsi con mezzi a minor impatto ambientale. La bicicletta è uno di questi. La diffusione del bike sharing a Milano e la sua crescita nel corso degli ultimi anni testimoniano, ad esempio, un cambiamento nel pensiero comune e la rimozione, per molte persone, dell’associazione mentale (provinciale) spostamento-macchina, finora quasi scontata. Oggi è socialmente accettabile percorrere il tragitto casa-lavoro o casa-dovecipare in bici e la cosa non viene più vista come un’azione squalificante, da sfigati. Se ti sposti in bici non inquini, risparmi, ti fa anche bene e, se rispetti il codice della strada, non dai nessun fastidio agli altri mezzi in circolazione sulle strade. 

Non ci dimentichiamo però che l’Italia è tra i paesi che, da sempre, hanno meno confidenza con le piste ciclabili e più dimestichezza con il numero di ciclisti morti sulle due ruote, come ricordava Cassani più di 250 solo nel 2017. Sono questi numeri e il feticismo per l’Arbre Magique a doverci mettere ansia.


In copertina: una foto dal Cyclopride Day del 15 maggio 2016 a Milano, CC Fabio Beretta / Flickr.

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