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Lorenzo Kaufman ci spiega come si scrive un classico della canzone italiana

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“Pensa a ‘Notte prima degli esami,’ ascoltala bene: tutta la canzone è permeata di un’atmosfera che ti prende la chimica. Quando una storia agganciata a un presente, diventa eterna. Questo è il segreto dietro ai capolavori, che sono pochi rispetto alle semplici hit. Tanta bravura e una fortunata congiunzione temporale.”

Belmondo, uscito nel 2017, non è il loro primo disco ma è un po’ come se lo fosse. Ha segnato una svolta decisa nella discografia dei Kaufman. Un nuovo inizio che ha aperto loro molte strade: dalle radio nazionali alle classifiche su Spotify.

Negli ultimi mesi i Kaufman hanno pubblicato diversi singoli, l’ultimo in ordine di tempo è “Alain Delon,” uscito venerdì 7 giugno — uno sguardo proiettato al futuro, al prossimo, imminente, disco. Abbiamo incontrato Lorenzo Lombardi per parlare un po’ del singolo e dei progetti futuri.

Ciao Lorenzo, è sempre un piacere poter scambiare qualche parola con te. L’ultima volta parlavamo di calcio e Brescia e, guarda un po’, a quanto pare non è più solo un’ipotesi che il Brescia sia in Serie A! A quando una canzone sulla vittoria della Juve in Champions?

Le discussioni le facciamo sempre, mio caro. Adesso la facciamo ufficiale. Devo essere più politicamente corretto di quando le facciamo via whatsapp audio suppongo. In effetti quando scrissi “Macchine Volanti” il ritornello giocava sull’ipotesi assolutamente improbabile che Lei ritornasse a casa, improbabile come il Brescia in A o la vita su un altro pianeta. Certamente desiderabile, anzi, perfino sognato, ma improbabile. Ecco, a volte i sogni che riteniamo impossibili si realizzano. Allora il Brescia lottava fino all’ultima giornata per non andare in C e oggi è in serie A, è pazzesco e bellissimo. Forse dovrei sognare anche il ritorno di Guardiola al Brescia.

No, sulla Champions non riuscirai a scucirmi una parola.

A proposito di sport e musica, in un’intervista di qualche tempo fa, in occasione dell’uscita del suo primo singolo, Raina, con il quale hai collaborato non solo per i Kaufman ma anche in occasione del pezzo scritto per Luca Carboni (I film d’amore” ndr) ha detto una cosa che trovo molto bella rispetto all’immediatezza dei testi. C’è sempre questa diatriba tra i testi “eterni,” più classici e buoni per ogni occasione e quelli più attaccati alla realtà. Raina citando la sua frase “come Napoli – Juve se non gioca Higuain” diceva che, nonostante fosse un pezzo recente, una volta uscito, per quella frase, era già in qualche modo vecchio.

Tu come ti poni sulla questione?

Secondo me è un falso problema. Mi spiego: un artista, un autore, è per forza inserito profondamente in una contemporaneità, sotto l’aspetto del linguaggio e dei contenuti. Il linguaggio di oggi non è quello dei cantautori classici e il mondo che vediamo oggi ha parametri diversi. Agganciare una canzone al contemporaneo, nei modi di raccontare e nelle storie che si raccontano, è doveroso — altrimenti si lavorerebbe per imitazione — e anche inevitabile. La domanda casomai è: quando una storia agganciata a un presente, diventa eterna? Questo è il segreto dietro ai capolavori, che sono pochi rispetto alle semplici hit. Tanta bravura e una fortunata congiunzione spaziotemporale. Pensa a “Notte prima degli esami.” Ascoltala bene. È fortemente legata a quel momento storico, nelle parole, nella situazione che racconta. Se ci pensi, è forse più radicata nel suo tempo  rispetto a Higuain alla Juve oggi. Eppure la poesia si concentra sugli esami, sull’adolescenza, la paura e la scoperta del sesso, o temi eterni. Tutta la canzone è permeata di un’atmosfera che ti prende la chimica. Io sono anni che cerco di scrivere la “Notte prima degli esami” dei nostri tempi. Probabilmente non ce la farò mai. Come la Champions. Oppure come il Brescia.

Raina, Luca Carboni ma anche Galeffi e, vabbè, Asia Ghergo. Come vivi le collaborazioni nella musica? Hai già pensato a quelle future?

Guarda, è tutto molto meno calcolato di quanto immagini. Le collaborazioni nascono, volta per volta, da fattori e situazioni diverse. Amicizia, circostanze, situazioni contingenti. Poi hai citato situazioni molto diverse. Ale Raina per me è stato e rimane un maestro.  Faccio quello che faccio perché mi ha guidato lui. Carboni purtroppo non è una collaborazione, ha scelto una canzone scritta con Ale e Dario Faini. Galeffi e Asia invece sono feat. nati durante il percorso di Belmondo. Comunque il feat. per me è una cosa bella, anche con mondi lontanissimi dal mio, anzi ancora meglio.

Dall’uscita di Belmondo non vi siete quasi mai fermati, “Alain Delon,” uscito da pochissimo è solo l’ultimo di una serie di singoli. È importante mantenere l’allenamento? O, scherzi a parte, all’interno del nuovo sistema discografico in cui a farla da padrone è Spotify, è più importante una presenza fissa che il boom di un album e poi il silenzio per mesi?

Certamente oggi il singolo è essenziale. Poi vabbè, “La vita su marte” e “Malati d’amore” erano un proseguo del disco precedente, accompagnavano il tour. Poi per i live ci siamo fermati e abbiamo iniziato a lavorare al disco. “Aeroplano” e “Alain Delon” segnano un percorso diverso, nuovo. Comunque l’allenamento non si perde mai, nel senso che io, anche per esigenze di lavoro come autore, scrivo sempre.

Deduco che qualcosa bolla in pentola. Quanto dobbiamo aspettare per il disco nuovo e soprattutto cosa ci dobbiamo aspettare?

Il disco nuovo uscirà in autunno. La scrittura costante mi ha portato in direzioni diverse, a sperimentare, a mescolare generi e intenzioni. Sarà un disco pop.

Ultimamente, in questo Itpop o Indie Pop o come vuoi definirlo, sembra quasi che le figure dei produttori stiano diventando più importanti dei musicisti. Tralasciando la scena rap e trap per la quale questo discorso ha un suo senso, uno come Faini, sembra trasformare in oro qualsiasi cosa tocchi, arrivando addirittura a gente come Jovanotti. È davvero così? E se no come si bilanciano l’elemento compositivo, la scrittura, con la produzione?

Credo che siano entrambi importanti. Una canzone che funziona è una canzone scritta bene e prodotta bene. Noi in fase produttiva lavoriamo con Luca Serpenti ed è una squadra che ci piace un sacco.

Anche nel tuo ultimo singolo attingi a piene mani a un immaginario ben preciso, i tuoi testi sono sempre ricchissimi di citazioni e riferimenti. Sembrano una moodboard utilizzata per guidare e, perché no, raccogliere un certo tipo di ascolto. È quello che vuoi? Usi certe immagini per portare l’ascoltatore all’interno del tuo mondo o è un modo per far sentire un certo tipo di ascoltatore a proprio agio, in una zona di comfort?

Fare sentire i ventenni a proprio agio citando Alain Delon, Morrissey, Battiato o la Nouvelle Vague come nel disco scorso, sarebbe un po’ dura. Le citazioni servono a fare da contraltare a un certo immaginario, a fondere l’esperienza reale e molto contemporanea, con una scenografia fatta da libri, cinema, musica. È il concetto postmoderno, il cut-up, il Mister Tamburino di Battiato. “Alain Delon” è un pezzo estivo, è leggero, è ballabile, ma continua a riportare la scena indietro, a immagini di contrasto. Tu poni la domanda, quasi come se ci fosse una strategia di comodo. Invece è il contrario, fa parte di me e non sempre è una scelta facile. Ascoltati “Ostia Lido” di J-Ax poi pensa a un dj che mette i dischi in una pista da ballo estiva e mette la “Prospettiva Nevski.”

L’effetto opposto di tutto questo è ovviamente una certa personificazione che può portare all’eccesso, alla superficialità. Ma allora Lorenzo qual è per te il ruolo della musica? Quando una canzone lascia il segno?

Non è personificazione, tutt’altro. È modellare l’esperienza umana per raccontare la propria. Ma intendiamoci, “Alain Delon” è un pezzo così in un disco in cui ci saranno episodi molto diversi, in cui tutto questo non accade. Il ruolo della musica? Per me è semplicemente consolatorio. Una canzone regala tre minuti di felicità.

Non so quando una canzone lasci il segno, altrimenti adesso mi staresti intervistando ad Abbey Road. Come ti dicevo prima un capolavoro è quando un autore racconta la contemporaneità ma, forse involontariamente, coglie temi senza tempo. Come Venditti o Morrissey. Morrissey l’ho citato due volte nell’intervista, così poi puoi dire che sono in fissa con lui.

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