“Ondagranda” di Dargen D’Amico e Emiliano Pepe è una boccata d’aria fresca

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Il 31 maggio è uscito per Giada Mesi Ondagranda, il nuovo album di Dargen D’Amico e Emiliano Pepe. Ondagranda è un disco mantra che interviene nei nostri ascolti per ricordarci che il cantautorap è la cosa più originale partorita dalla musica italiana negli ultimi quindici anni.

In Nostalgia Istantanea, uno dei dischi-culto dell’artista milanese, Dargen D’Amico aveva sospeso temporaneamente la coscienza cristallizzando in due tracce di diciotto e venti minuti un soliloquio di momenti che anticipavano il sonno e precedevano il risveglio. Qualche anno prima altri due dischi, Musica senza Musicisti e Di vizi di forma virtù si preparavano ad essere annoverati tra gli album di culto, rivalutati solo più tardi dagli ascoltatori — come Nostalgia Istantanea d’altronde — e finendo per essere considerati dal pubblico i primi embrioni di una genialità che pescava da un retaggio hip hop — le Sacre Scuole e poi l’incursione in Mi Fist con “Tana 2000” — condito dall’amore sincero per il cantautorato italiano, da Dalla a Morgan, passando per l’italo disco.

Il successo di “Bocciofili”, nel 2013, ha fatto da megafono a una carriera discografica che ha avuto da sempre come cuore l’esplorazione lessicale, l’allargamento ai significati molteplici racchiusi in una parola, l’accostamento tra alto e triviale, che creò anche l’immancabile scollamento tra gli intransigenti della prima ora, quelli che se canti “Bocciofili” viene ripudiato e se ti va bene non ti salvi lo stesso perché non sarai mai più quello di Musica senza musicisti.

A chi ha continuato a seguire Dargen D’Amico — nonostante, o proprio grazie a “Bocciofili” — Vivere aiuta a non morire ha offerto la possibilità di allargare il quadro scoprendo un percorso artistico che non seguiva mode, usi e suoni di comodo e nemmeno si accostava all’immaginario e alle tematiche rap più classiche, facendo invece dell’uso accorto delle parole un nido in cui potesse convivere una lettura diversa delle cose del mondo attraverso un dedalo di significati e giochi di parole funambolici — ascoltare “Anche se il mondo ha” o la più cinica e meno nota “Miniere” per farsene un’idea.

Negli anni lo sfondo musicale è quasi sempre cambiato, sia nei lavori in studio — con un’ibridazione di influenze che oltrepassa il concetto stesso di genere musicale — sia nella sua trasposizione dal vivo, che nei live, col passare del tempo, ha visto susseguirsi e alternarsi la consolle da dj accompagnata dalla chitarra di Andrea Volontè, il violoncello di Matteo Bennici per il tour di D’iO e il pianoforte di Isabella Turso (Variazioni). In questo senso il penultimo lavoro dell’artista è stato l’incontro più inaspettato e originale, quello che non fa appendere i dischi di platino al muro ma che fa apprezzare la scelta di aver seguito, ancora una volta, una direzione perpendicolare al già sentito, dando spazio a una nuova leva di artisti appassionati di scrittura — la nuova (allora) scena di Izi, Tedua e Rkomi de “Il ritorno delle stelle”.

Ma veniamo a Ondagranda

Se da un lato il disco riprende l’intimità notturna di altri album di Dargen D’Amico — “Dormi?” ricorda le atmosfere sospese e riflessive che si trovano in altre canzoni dell’artista come “Una ragione un segno”, ma anche “Ottavia” — “Fotoshop” è l’esempio più evidente di come una lettura critica del quotidiano possa velarsi di ironia senza venirne depotenziata. Il “rimprovero” in questo caso è rivolto a una società in cui il contenitore conta più del contenuto: “Scusa se non t’ho risposto avevo quattro cene / stamani devo scattare e non ho dormito bene / mi presento allo shooting con una brutta mise / ma il grafico mi ritocca e pare che ho fatto l’ISEF.”

La collaborazione con Emiliano Pepe supera l’ambito professionale, è saldata da un’amicizia fatta di vacanze comuni e tempo trascorso insieme, un rapporto maturato soprattutto al di fuori dello studio di registrazione e nato alla fine dello scorso millennio, quando entrambi iniziarono a prendere confidenza con la musica e si trovarono a collaborare a un pezzo che adesso non si sa nemmeno bene dove sia finito. Il nome di Emiliano Pepe ritorna in Musica senza musicisti (“La prima risposta” e “Lunedì mestieri”) e Nostalgia Istantanea (che ha coprodotto). In Ondagranda il suo ruolo è complementare rispetto a quello dell’artista milanese, che non insegue nelle peripezie lessicali ma riporta a terra asciugandone i testi, sintetizzando i concetti, introducendo il dialetto napoletano nelle strofe, alleggerendo nel complesso le melodie con un cantato ora lieve (“Siamo sexy sexy”), ora più energico (“Canzone sensibile”), arricchendo il disco di sfumature non ancora intercettate dagli album precedenti di Dargen D’Amico. Nei brani si alternano flussi di pensieri che spaziano dalla sfera personale alla critica sociale (“Anche secondo me”) in cui si innestano riferimenti ai classici della musica italiana da jukebox come “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte” (in “Perché non sali un attimo”). La cornice è fatta di strumentali scenografiche che ti abbracciano forte (“Ondagranda è il saluto che ti fa stare bene”) e beat che non pescano mai nel già sentito strizzando ogni tanto l’occhiolino a sonorità anni Ottanta.

“Con i suoni di adesso ci puoi fare tutto” canta Emiliano Pepe in “Anche secondo me”. Nell’epoca d’oro dell’808 sistemi l’auto-tune e in un attimo ti sei fatto trapper, oppure infiocchetti di synth e chitarrine il tuo tormentone homemade e sei pronto per specchiarti in una playlist indie su Spotify. Se invece patisci l’allergia per le canzoni da cameretta fatte in serie potresti ascoltare Ondagranda e renderti conto di come il cantautorap — per quanto l’espressione continui a convincere molto poco —  nella sua ironia pepata che maschera sempre una riflessione più profonda, nei suoi incastri di parole tra il bizzarro e il geniale, nella leggerezza perseguita e solo superficiale, sia stata e continui a essere la cosa più originale — e di conseguenza difficilmente replicabile — partorita dalla musica italiana negli ultimi anni.

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