Con “Fuori dall’Hype” i Pinguini Tattici Nucleari espandono i propri orizzonti musicali

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È uscito per Sony Fuori dall’Hype, il quarto album dei Pinguini Tattici Nucleari. Qualche giorno fa siamo andati ad ascoltarlo in anteprima per voi.

“L’hype per come lo intendiamo noi è l’aspettativa immotivata, che però è più un’arma che altro. È una sorta di leviatano gigantesco che ogni giorno dirige il suo sguardo verso altre persone. Dura poco e rischia di distruggere l’artista.”

Fuori dall’Hype è il primo disco pubblicato con una major e arriva dopo un percorso durato tre album che dal 2012 ha acceso l’attenzione verso i sei pinguini bergamaschi facendo lievitare il pubblico della band — chi è stato a vederli lo scorso ottobre ha potuto toccare con mano l’entusiasmo che ha riempito i Magazzini Generali di Milano.

I Pinguini Tattici Nucleari fanno parte di quei gruppi indie a cui il vestito indie sta molto stretto. Da un lato continuano a fare dischi che nascono nella cameretta (di Riccardo Zanotti, autore dei testi della band n.d.r.) — proprio come la canzone indie che spopola in radio e vi è entrata in testa senza che il vostro cervello potesse opporre resistenza. Ma ad un certo punto, periodicamente, succede che Riccardo decida di portare lo spartito fuori dalle mura di casa, in sala prove o in studio, ed è lì che le canzoni crescono, gli arrangiamenti si complicano, e i brani vengono sviluppati, a costo anche di stravolgere l’idea originale che gira bene in testa e meno sulle mani quando è il momento di tradurla in note.

“L’hype per come lo intendiamo noi è l’aspettativa immotivata, che però è più un’arma che altro. È una sorta di leviatano gigantesco che ogni giorno dirige il suo sguardo verso altre persone. Dura poco e rischia di distruggere l’artista.” Così Riccardo spiega la scelta del titolo. Fuori dall’Hype è un disco di dieci brani, di cui tre (“Fuori dall’hype”, “Verdura” e “Sashimi”) già pubblicati i mesi scorsi.

Le influenze spaziano tra i generi e le epoche musicali e sono motivate da una curiosità che ha fatto sì che fin dall’adolescenza i sei non percepissero l’urgenza di sottolineare i confini tra i generi e ancora meno alcune rivalità storiche, come quella, assurda, che vedrebbe necessariamente contrapposti un’amante dei Led Zeppelin e un fan di Prince. “Il fatto che abbiamo sempre composto canzoni di generi diversi ci avvicina un po’ ai fan” spiega Riccardo, motivando così l’affetto che abbraccia virtualmente ogni live dei pinguini. Le influenze vanno dai Queen e Lucio Dalla — due punti fermi negli ascolti di tutti i componenti del gruppo — ai Daft Punk e Bruno Mars, passando per i Coldplay e l’arena rock degli Imagine Dragons. Insomma non proprio gli ascolti che ti aspetteresti di sbirciare sul profilo Spotify della solita band indie che bazzica il tuo locale preferito. “Ho ascoltato Madonna, i Queen, Vasco e a me non sembravano nemmeno tanto diversi” prosegue Riccardo “poi sono diventato amico dei metallari e lì mi sono reso conto che non avevano senso le guerre tra fan di generi differenti.” La varietà di suggestioni che anima un disco dei pinguini è riassunta da un passaggio di “Antartide”, la seconda traccia del nuovo disco: “E nello studio di papà mettevi i dischi / Gigi D’agostino e poi Stravinsky”.

Alla presentazione dell’album i Pinguini Tattici Nucleari suonano dal vivo la traccia di apertura del disco, omonima, “Fuori dall’Hype”, “Irene” — il pezzo che li ha consegnati al grande pubblico — e “Lake Washington Blvd”, una canzone ispirata alla fine tragica di Kurt Cobain.

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In Fuori dall’Hype le sonorità predominanti continuano a venire dal rock, ma le canzoni sono più aperte e le chitarre più leggere rispetto ai tre dischi precedenti. Questo non significa abbandonare le radici, consegnarsi strumenti e voci alla major o perdere la genuinità, ma espandere gli orizzonti artistici, migliorare le canzoni. È il caso di “Scatole”, un brano autobiografico che parla delle aspirazioni musicali di un giovane cresciuto nella provincia italiana e che è stato cambiato completamente dal produttore dell’album (Enrico Brun n.d.r.) rispetto alla bozza iniziale. L’ironia permea gran parte delle canzoni senza limitarsi al gioco di parole. I testi si muovono in controtendenza rispetto all’utilizzo diffuso dei versi nel cantautorato moderno, sollevandosi dal punto di vista contemporaneo, allargando l’obiettivo e raccontando storie che evolvono nel tempo (“Scatole”, ancora, ne è un esempio). Anche questo, come la presenza di assoli di chitarra (“Monopoli”) o l’assenza di synth invadenti, li differenzia dalla scena indie/itpop, a cui però tornano ad avvicinarsi come un magnete nei ritornelli da cantare a squarciagola di “Fuori dall’Hype” e “Verdura”.

Il primo ringraziamento all’interno del booklet recita: “Noi Pinguini Tattici Nucleari ringraziamo i nostri fan che sono la cipolla del nostro kebab.”

I Pinguini Tattici Nucleari mischiano un punto di vista sul mondo da millennial a una costruzione dei brani freschissima e impastata di sfumature e ricerca musicale che in certi punti può ricordare l’estro geniale degli EELST. Probabilmente una volta ascoltato l’album avrete voglia di andare a sentirli. Rimarrete presto delusi. Le prime cinque date del tour di Fuori dall’Hype infatti sono già sold out, compresa quella milanese all’Alcatraz. Non resta che aspettare l’estate, momento critico per le popolazioni di pinguini che abitano l’Antartide, periodo di concerti all’aperto e live esaltanti — si spera — per quelli bergamaschi. Incrociamo le dita.

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