Abbiamo ascoltato in anteprima “PAPRIKA,” il nuovo album di Myss Keta

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tutte le foto di Dario Pigato

A meno di un anno dal primo album arriva “PAPRIKA,” il nuovo disco in capslock dell’angelo dall’occhiale da sera in uscita per Island/Universal Music Italia venerdì 29 marzo.

L’appuntamento per la conferenza stampa è in una location completamente inaspettata, la gastronomia “Il Principe” in Corso Venezia, a Milano. Quando entriamo ad accoglierci sui tavoli ci sono panini alla mortadella, lambrusco e una mortadella gigante identica a quella cavalcata da Myss Keta nel video di PAZZESKA, il primo singolo estratto dal nuovo album.

PAPRIKA raccoglie quattordici tracce — 11 inediti e 3 remix di brani già usciti. La scaletta, già pubblicata sui social alcuni giorni fa, aveva rivelato featuring ad effetto come quello con il nome del momento, Mahmood, in FA PAURA PERCHÈ È VERO, o quello con Wayne Santana della DPG (UNA DONNA CHE CONTA REMIX). Altri sono ad impatto ma non sorprendono. È il caso di Quentin40, giovane promessa della trap italiana che butta giù una strofa rap più “classica” e emotiva del solito in 100 ROSE PER TE, dimostrando di sapersi smarcare, quando serve, dal trick delle parole spezzate che l’ha caratterizzato da Thoiry Remix in avanti, distinguendolo dal resto della nuova scena. Il mood del disco rimarca la strafottenza glamour e ironica – ma non fighetta – della diva mascherata, sospesa tra avventure sentimentali estive e fulminee (BONO), incontri allucinati in un luna park (LA CASA DEGLI SPECCHI) ma anche atmosfere più riflessive e intime (FA PAURA PERCHÉ È VERO). La necessità era quella di superare, almeno in parte, la ricerca interiore del primo album e l’elettronica cupa che l’ha caratterizzato. “PAPRIKA” abbraccia generi musicali, estetiche e immaginari diversi – la cover del disco, ad esempio, cita la Valeria Marini di “Bambola” e la mischia con l’anime giapponese omonimo, “PAPRIKA,” di Satoshi Kon – coniugando alto e basso come un film di Tinto Brass, a cui il titolo del disco rende omaggio, mantenendo però la visione punk, da collettivo, che finora ha sempre contraddistinto tutti i lavori realizzati da Myss Keta in collaborazione con Motel Forlanini.

“L’esigenza di scrivere questo disco è nata quando stavamo finendo di lavorare a UNA VITA IN CAPSLOCK,” ci racconta la myss, “eravamo come alla fine di un viaggio, eravamo stanchi. Nel disco precedente avevamo indagato su di noi, ora avevamo l’esigenza di esplorare nuovi territori. Anche da un punto di vista musicale non è stato affatto semplice aprirsi a sonorità più positive, più ‘bright’”.

Musicalmente si va dal rap, farcito di riferimenti old school e collaborazioni con artisti di primo piano nella scena italiana – Guè Pequeno, Luchè, Gemitaiz – alla dance leggera e disimpegnata, con echi techno, portata in dono dal maestro Gabry Ponte. Così nasce la collaborazione “da far cadere dalla sedia” per LA CASA DEGLI SPECCHI: “un giorno mi scrisse e mi parlò della sua volontà di fare un pezzo insieme. Così ci ha mandato un beat e l’abbiamo sentito in studio con Riva.” La collaborazione con Mahmood arriva da una conoscenza personale, altri featuring invece sono frutto della ricerca di un interprete adatto alla canzone. Ad unire Myss Keta, Elodie, Priestess e Joan Thiele nel remix di LE RAGAZZE DI PORTA VENEZIA – riuscitissimo, ve ne innamorerete e gran parte del merito sarà in questo caso della  strofa di Priestess – è stata ad esempio la volontà di “riportare alla luce la canzone e fare un brano che facesse emergere la sorellanza, perché anche se tutte e quattro abbiamo stili diversi su quel pezzo siamo in armonia.” Altre collaborazioni, è il caso di Populous (CLIQUe), sono naturali per chi conosce Myss Keta e sono motivate da un’amicizia e da un rispetto professionale reciproco. In generale “sono riuscita a far entrare nel mondo myssketiano tutte le persone che hanno collaborato”, racconta.

Se nel video di BOTOX, uno dei singoli estratti dal disco precedente, il dottore era impersonificato da Tea Falco, attrice e cantante nota per le sue posizioni progressiste e a favore di una maggiore libertà di espressione, in questo caso una quota queer va riconosciuta a Elenoire Ferruzzi, artista della chirurgia plastica, che apre il disco della Myss gridando sprezzante in ALSO SPRACH ELENOIRE: “chi cazzo l’ha mai sentita?”

Myss Keta, come Guè Pequeno, fa uscire il secondo disco in due anni. Le sue canzoni possono piacerti, infastidirti o sembrarti solo un’espressione vacua come un’altra dell’epoca digitale, un troll musicale passeggero destinato a esplodere sul web o ad attorcigliarsi attorno all’ego trip.

La realtà è che dopo una scappatella fuori quartiere Myss Keta è tornata nella sua Porta Venezia, a due passi dal Picchio, con quattordici nuovi brani prodotti sempre alla vecchia maniera con la stessa famiglia – guai a chiamarla enclave.

È ancora troppo presto per dire se il personaggio supererà l’artista e non sarebbe nemmeno giusto spendersi in questo momento in critiche troppo aspre che generalmente non toccano autori “totem” con le chiome bianche. “PAPRIKA” è in tutto e per tutto un disco di Myss Keta, non un disco da “svenduta”. Nel suo caso oltretutto ogni critica sarebbe inutile, oggi la cosa che più infastidisce la diva mascherata continua a essere quando le chiedono se il suo è un biondo naturale. Noi conosciamo la risposta, voi cosa dite?

Myss Keta presenterà “PAPRIKA” il 25 maggio al MI AMI.

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