Liberato oltre Livio Cori

“Liberato, musicalmente, è un crocevia tra pop, neomelodico, folk, dance, dub, elettronica ed è un crocevia anche dal punto di vista dell’immaginario estetico, perché in un momento in cui la città si dona a tutti, Liberato prende tutti questi input, cliché, sperimentazioni ed estetiche più di tendenza e li mette insieme.”

I giorni scorsi durante il Festival di Sanremo sono iniziate a circolare alcune voci che riconducevano il personaggio di Liberato a Livio Cori, concorrente al festival assieme a Nino D’Angelo con il brano Un’altra luce.

A scovare il legame tra Liberato e Livio Cori è stato Gianni Valentino, giornalista di Repubblica e scrittore. Lo scorso 22 novembre ha pubblicato un libro intitolato “Io non sono Liberato”, edito da Arcana, in cui si approfondiscono molti aspetti legati al personaggio misterioso e si ricostruisce concretamente il contesto legato alla tradizione musicale napoletana in cui Liberato è nato, cercando anche di risolvere il mistero legato all’identità dell’artista. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Ciao Gianni, com’è nata l’idea di scrivere un libro che parlasse di Liberato senza farne un elogio ma ripercorrendo le “gesta” e ricostruendone la galassia artistica?

Il libro non ha né l’obiettivo di fare un osanna a Liberato né tantomeno vuole evidenziare delle mediocrità. Da appassionato della musica napoletana avevo l’esclusiva voglia di raccontare cosa stesse accadendo nella canzone napoletana oggi. All’interno del libro Liberato svolge il ruolo del focus, ma in tanti momenti, in maniera anche volontaria, premeditata, provo anche a farlo scomparire, perché la canzone napoletana attualmente ha ancora molte cose da dire e Liberato, sicuramente, è stato molto intelligente e molto marpione nell’entrare nel mercato facendo delle produzioni che richiamassero quell’immaginario.

Di questo parli molto bene nei primi capitoli.

Liberato è il precipitato di tutto questo archivio. Lui stesso ne è molto cosciente. L’intento del mio libro è quello di raccontare che cos’è Liberato e perché è venuto fuori. Liberato, musicalmente, è un crocevia tra pop, neomelodico, folk, dance, dub, elettronica ed è un crocevia anche dal punto di vista dell’immaginario estetico, perché in un momento in cui la città si dona a tutti lui prende tutti questi input, cliché, sperimentazioni ed estetiche più di tendenza e li mette insieme.

Su YouTube ho intercettato un commento che parlava di “avanguardia artistica napoletana”. È corretto parlare di avanguardia nel suo caso?

Secondo me no. Sono stati molto all’avanguardia progetti musicali usciti sotto l’etichetta Zoff82, dietro la quale c’era anche Mario Conte (produttore, tra gli altri, di Colapesce, Meg e molti altri artisti n.d.r.). Era molto più sperimentale un progetto che si chiamava Nevrotype, dietro il quale c’era Franky B, oppure un disco come “Lingo” degli Almamegretta. Ed erano a loro modo sperimentali i Napoli Centrale nei progetti degli anni ‘70. Di sperimentale e di ricerca, in Liberato, ci sono solo alcuni elementi. Ma Liberato è assolutamente generalista, se vogliamo pensare al mondo dei contenuti televisivi. Magari all’inizio è uscito come novità underground, ma in un attimo è diventato mainstream e lo è stato ancora di più quando Converse ha deciso di spingerlo facendo diventare globalizzante un fenomeno musicale che per loro intercetta una ribellione giovanile e che fa quindi diventare l’artista l’emblema dell’antieroe.

In effetti è indubbio che il suono dei pezzi di Liberato sia molto catchy.

Certo. Per fare un parallelo con delle cose di elettronica che sicuramente lo affascinano, perché emerge sia dai singoli che da alcune intenzioni dei live, Burial è un altro pianeta come ricerca, così come è di un altro pianeta un’artista canadese, Tim Hecker. Liberato ha quegli elementi al suo interno, ma non sono troppo rigorosi. Ovviamente il racconto poi è molto popolare e non di avanguardia.

Ci sono anche molti dubbi sulle sue origini, Liberato potrebbe anche non essere napoletano. Nel libro fai anche un’analisi filologica dei testi in cui individui degli errori – forse volontari, forse no – nella scrittura di alcuni termini, tipo respir’ al posto di rispir’ in Nove Maggio.

Liberato è napoletano ma vive lontano da Napoli. Nel suo caso c’è anche un altro elemento, l’errore diventa musicale, artistico. Se tu sbagli a cantare le sillabe, sbagli un suono, c’è una nota che è un errore.

I napoletani stessi, comunque, commettono tanti errori sulla lingua, sia sul parlato che sulla scrittura. Nei quartieri del centro città il dialetto napoletano è un qualcosa di estraneo, probabilmente un po’ anche per vergogna, perché si pensa di essere presi per cafoni a parlare in napoletano, anche se in realtà per me questo atteggiamento è di un imbarazzo e di una povertà estrema.

“Il professore Ugo Cesari, un foniatra che ha lavorato con Bocelli, Massimo Ranieri, con la stessa Caterina Caselli, sempre nell’articolo dedicato ai sospettati, ha analizzato una serie di voci di cantanti, da Francesco di Bella a Emiliano Pepe a Emanuele Cerullo. Livio Cori, dice Cesari, è perfettamente coincidente con il canto dei brani di Liberato.”

Parlaci un po’ dei sospettati, si è appena concluso Sanremo e l’attenzione era concentrata su Livio Cori.

Livio Cori va a Sanremo con Nino D’angelo ed è portato dalla Sugar di Caterina Caselli. Nel libro racconto che Calcutta un giorno è a Napoli a fare un concerto e chiede a un manager napoletano nei camerini “perché non ci inventiamo un progetto con un cantante napoletano che non esiste?” Decidono così di chiamare Enzo Dong, lui rifiuta, e Calcutta dopo qualche mese manda un messaggio a questo manager chiedendogli se gli era piaciuta Nove Maggio, quando non la conosceva nessuno e non era neppure uscita online. Calcutta è colui che va sul palco del Mi Ami a fare il primo finto concerto di Liberato. In quel concerto doveva esibirsi anche Elisa, che però all’ultimo momento disse di no. Guarda caso anche Elisa l’abbiamo ritrovata al festival pochi giorni fa.

Che succede? Nino D’Angelo, nella lunga intervista che mi rilascia per il libro, dice “secondo me io sono l’artista preferito di Liberato”. Livio Cori, in una delle tre lunghe conversazioni riportate nel libro mi chiede se mi fosse piaciuto Nino D’Angelo e mi dice: “secondo me Liberato è il Nino D’Angelo di oggi”. Dopodiché Livio Cori, che da sempre dice di non voler essere associato a Liberato, mi confida che nel videoclip della sua canzone Nennè aveva ottenuto il cammèo in video di Liberato ma che alla fine decisero di tagliarlo per varie motivazioni.

Allora io mi chiedo, se uno vuole stare lontano dal fenomeno Liberato, perché decide di inserire un cammèo di Liberato nel proprio videoclip?

Il professore Ugo Cesari, un foniatra che ha lavorato con Bocelli, Massimo Ranieri, con la stessa Caterina Caselli, sempre nell’articolo dedicato ai sospettati, ha analizzato una serie di voci di cantanti, da Francesco di Bella a Emiliano Pepe a Emanuele Cerullo. Livio Cori, dice Cesari, è perfettamente coincidente con il canto dei brani di Liberato.

Quindi lui sarebbe il sospettato numero uno.

Secondo Cesari è lui. O meglio, Livio Cori è la voce del progetto Liberato. E settimana scorsa lui e Nino D’Angelo erano a Sanremo ed è divertentissima questa cosa.

Prima accennavi invece a Calcutta.

Si, lui ad esempio ha rifiutato l’intervista.

Mi chiedevo quale fosse il ruolo della sua etichetta, Bomba Dischi. Da quanto ho letto nel tuo libro fa girare i brani ma non è l’etichetta di Liberato.

Bomba Dischi si occupa di Liberato. Non si può sapere nei dettagli quanto e come perché tutto il progetto legato all’artista da un punto di vista contrattuale è in mano a firme di notai, per cui i dettagli sono riservati. Ma il coinvolgimento di Bomba Dischi è evidente, in diverse occasioni loro stessi in maniera esplicita si sono occupati degli eventi di Liberato, dal Sónar di Barcellona al concerto alla Barona di Milano. Tant’è vero che mi è stato anche rifiutato l’accesso al concerto.

Perché?

Fino a qualche mese fa su Liberato circolavano un sacco di articoli senza nessuna notizia che avevano come unica conseguenza quella di accrescere l’hype. Ma il giornalismo non si fa né con i “forse” né con i “ma”. Nel mio libro vengono ricostruiti tutti i fatti in maniera inedita. Il mio libro non voleva essere né il fotoromanzo di Grand Hotel né le pagine da rotocalco.

Evidentemente venivano graditi tutti questi articoli sul nulla, in senso ampio veniva gradita l’attività giornalistica, però non era gradita l’attività giornalistica del sottoscritto. Liberato è un fenomeno ormai pubblico, io sto raccontando cos’è successo, allora dov’è il problema?

Tra le tante interviste negate c’è proprio quella a Liberato con cui apri il libro.

Esatto, prima ha detto di si, ma all’ultimo si è tirato indietro.

Non è che questa è una strategia per aumentare l’aspettativa? Accetto l’intervista e la nego all’ultimo, partecipo al video e poi mi tiro indietro…

Secondo me no. Lo stesso Livio Cori dice una cosa da non sottovalutare. Quando parliamo dell’intervista saltata all’ultimo lui dice che probabilmente l’avrò spaventato perché in quel momento era appena uscita Nove Maggio e non esisteva nemmeno la controfigura di Liberato nel videoclip perché c’era soltanto la ragazzina. Niente bomber, cappuccio e scritta sulla schiena. In quel momento, dice Livio, stavano ancora cercando di capire molte cose sul progetto, su come lavorarci giorno per giorno. E a questa affermazione lego altre due dichiarazioni. La prima è di Francesco Lettieri che dice che il progetto Liberato è stato alimentato giorno per giorno. Non esisteva nulla di preimpostato. Lo stesso Rolling Stone pubblicò il pezzo perché gli venne passato da un artista.

L’altra dichiarazione è di Carlo Pastore. Dice di aver proposto di fare il concerto al Mi Ami che però è rimasto in sospeso per settimane perché non avevano mai messo in preventivo l’idea di fare dei concerti. Sono rimasti stupiti e hanno cercato di capire come fare l’esibizione e solo pochi giorni prima del concerto hanno comunicato come sarebbe stato, ovvero con gli ospiti al posto di Liberato.

Ma quindi che idea ti sei fatto, dietro al nome Liberato c’è un artista o un collettivo?

Per la voce, a prescindere da quello che dice Cesari, anche io sono convinto che appartenga a Livio. In particolare ho avuto questa convinzione sentendo una versione unplugged che è sulla pagina Facebook di Livio e si intitola Non c’è fretta. Ascoltandola per me è inequivocabile che sia Livio Cori la voce, anche se lui non ammetterebbe mai la presunta verità.

In generale la critica è per lo più positiva nei confronti di Liberato, non sembra avere detrattori, c’è qualcuno che non percepisce la forza del progetto?

Allora, ce ne sono. Anche in maniera privata, al di fuori delle interviste, ci sono una serie di artisti napoletani, che non necessariamente vivono a Napoli, che non reputano eccezionale questa produzione.

Le critiche quali sono?

La critica più diffusa è: com’è possibile che Liberato riceva in pochissimi mesi tutta questa attenzione e noi non riusciamo ad avere un minimo di considerazione? Molti capiscono che il mondo dei mezzi d’informazione in Italia è abbastanza misero. Quindi non è solo una critica a Liberato ma anche al mondo dell’informazione, perché si va sul fumo ma non c’è nemmeno l’intenzione di approfondire l’artista nuovo o il disco nuovo.

Un’altra critica è legata allo stupore per il fatto che un artista che nasconde la propria identità sia celebrato come un messia, a prescindere dalle sue doti.

È da un po’ di tempo che Liberato non pubblica canzoni, secondo te nei prossimi mesi cosa succederà?

Anche se la location non è ancora stata comunicata, perché stanno cercando di capire quanta prevendita riescono a fare, c’è in calendario il concerto del 22 giugno a Roma. Per quanto riguarda i nuovi singoli, immagino che in previsione dei concerti verranno pubblicate almeno un altro paio di canzoni, semplicemente per arrivare a un’oretta di spettacolo, anche se dal vivo potrebbero anche elaborare un set che va verso la club culture.

Sull’uscita di un album non ci credo, ma credo più ad un cofanetto audio-video perché penso ai laser e alle videoinstallazioni di Quietensemble di Martino Cerati, ai set fatti al Sónar e al Mi Ami e al fatidico sbarco in gommone sul lungomare di Napoli. Lì era tutto documentato da video della produzione ufficiale. Quindi ho la convinzione che esca un cofanetto piuttosto che un album.

Secondo te questa narrazione di Liberato e l’immagine costruita sul mistero quanto potrà sostenersi? Non rischia di avere ormai il fiato corto?

Come dice Raiz in una conversazione che abbiamo fatto “Ok hai fatto tutte queste cose, ma adesso? Ora che intenzioni hai?” Questa cosa cozza con un’informazione che avevo avuto di recente sul fatto che il progetto fosse quasi finito, sembrava avessero deciso anche di chiuderlo. Però, come scrivo nell’ultimo capitolo, io sapevo di una connessione tra Napoli e New York per una continuazione del progetto Liberato. Poi comunque c’è il concerto di giugno, per cui almeno fino ad allora ne sentiremo parlare.


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A quel punto però sarebbe complicato andare avanti in questo modo.

In una parabola artistica, qualunque essa sia, c’è sempre un momento di crisi o un momento in cui ci si chiede quale sia il punto da cui ripartire. Credo che sia una costante positiva. Se un artista si sente in crisi va bene, significa che vuole capire quello che vuole fare. Se Liberato vuole fare una canzone che si rifà a determinati mondi sonori, romantica, urban, neomelodica, dub e ballabile facendo un crossover evidente tra la lingua antica e lo slang contemporaneo deve capire come non ritornare su se stesso, come non essere autoreferenziale, perché gli ultimi due singoli, Intostreet e Je te voglio bene assaje, avevano già tutti gli elementi dei primi brani.

In definitiva qual è l’elemento nuovo che Liberato ha portato alla cultura musicale napoletana?

Sicuramente la mescolanza di input, sia dal punto di vista delle liriche che da quello del suono, rimanendo contemporanei e attenti al mercato. Se Napoli Centrale, Pino Daniele o gli Almamegretta avevano fatto delle ricerche per spostare l’asse della musica napoletana dal punto di vista dei contenuti, delle parole e dei ritmi, adesso Liberato fa un mix mischiando tutta una serie di elementi che sono già nelle orecchie di tanti. Ci puoi mettere l’elemento moombahton con quello dubstep. La sua intelligenza è sicuramente quella di aver preso da più parti riuscendo a creare qualcosa di suo.

Il libro come è stato accolto dalle persone coinvolte nel progetto Liberato?

Mi hanno detto che dopo l’uscita le persone che lavorano al progetto di Liberato sono rimaste contrariate. Ci sono persone nel nucleo di Liberato che se mi vedono per strada pensano sia un morbo.

Perché gli hai rotto le scatole.

Ma torniamo al discorso di prima, tu fai l’artista e pretendi che si parli del tuo disco solo quando fai la promozione, mentre per il resto non parli per mesi. C’è spesso una visione unilaterale. È un mondo nel quale tu esisti e se non vuoi i giornali sei liberissimo di non volerli e in quel caso ti rivolgi esclusivamente alla platea che ti vuole ascoltare. Ma nel momento in cui il mondo dell’informazione ha cominciato a contribuire al tuo valore e anche gli sponsor che ti sono accanto hanno usato il mondo dell’informazione per farti aumentare nella scala di valori io ho tutto il diritto di cronaca e quindi questo è un libro che è diario, interviste, inchiesta e reportage.

Dal tuo libro però Liberato ne esce sostanzialmente bene.

Ti rispondo con quello che mi dicono gli altri. Pensano che io gli abbia dato anche troppa dignità. Questa storicizzazione del progetto e del suo fenomeno non può che fargli bene. È comunque un momento che rimarrà nell’archivio della canzone napoletana.


Io non sono Liberato verrà presentato l’8 marzo a Perugia al T-Trane, il 15 marzo al Q.Q. Terranuova Bracciolini (Arezzo).

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