In amore si dicono parecchie bugie, si costruiscono aspettative irrealizzabili, si amano persone genericamente fragili. E spesso fuori piove. Ma domani, state tranquilli, splenderà ancora il sole.

È questione di anni, al massimo decenni, arriverà l’estate anche a dicembre e ascolteremo i Boomdabash spaparanzati su una spiaggia artificiale sulla darsena di Milano senza dover percorrere l’Italia per raggiungere le Maldive del Salento. Nel frattempo, mentre aspettiamo che si scaldi il pianeta, lasciamo scaldare il nostro cuore dando una rapida occhiata ai testi sanremesi in gara quest’anno.

Parlano di cuore, notti, fragilità, sole, luna, pioggia, ma sono unite da un solo unico tema: l’amore. Del problema della musica pop italiana avevamo già parlato tempo fa evidenziandone il carattere conservatore, peraltro implicitamente sottolineato anche in questa occasione dal Cardinale (e Sacerdote) Gianfranco Ravasi che, tra un salmo e l’altro, ogni tanto dedica un tweet ai testi in gara al festival:

 

La parola “amore”, messa così, al singolare, viene pronunciata complessivamente 59 volte. Spesso non si tratta dell’amore sfaccettato dei classici della musica italiana raccontati da Giulia Cavaliere in “Romantic Italia” – adesso è anche un podcast, ascoltatelo – bensì di sentimenti un tanto al chilo per tossicodipendenti della leggerezza. Insomma l’amore, proprio quello, quella cosa lì che solo ascoltando il termine “amore” scandito in sillabe si può immaginare. Nek, Ex-Otago e Einar sono i principali responsabili di questa pandemia sentimentale.

La parola “amore” è seguita dalla parola “vita”, ripetuta 23 volte, e “cuore” (21) – poi ci chiediamo come mai ci sembra di ascoltare sempre la stessa canzone, o di non ascoltare affatto.

Ma leggendo i testi si scopre, ad esempio, che nei brani sanremesi c’è anche molta voglia di sole:

“Siamo il sole in un giorno di pioggia” – Il Volo

“Mi immagino lei fra le stelle e il sole” – Motta

“Ti aspetterò/Perché sei tu che porti il sole” – Boomdabash

“Scaldami quanto il sole” – Livio Cori e Nino D’Angelo

E non mancano, ovviamente, i riferimenti biblico-cattolici. Il Volo prega l’amata buttando lì un “baciami l’anima”. E con l’anima apre il pezzo anche Ghemon: “Dieci fori di proiettile nell’anima”. Ma ovviamente, in alcuni brani, viene tirato in ballo anche il concetto di eternità. Lo fa ad esempio Arisa in Mi sento bene“Credere all’eternità è difficile/Basta non pensarci più e vivere / E chiedersi che senso ha? È inutile”. Simone Cristicchi parla addirittura di miracoli e ovviamente qual è il miracolo dei miracoli? La vita, ovvio: “La vita è l’unico miracolo a cui non puoi non credere / Perché tutto è un miracolo tutto quello che vedi”. E c’è spazio anche per il diluvio universale, ne canta ripetutamente Paola Turci in L’ultimo ostacolo: “Riusciremo a respirare / Nel diluvio universale”.

Dovendo però indicare un vincitore di questa sfida al testo meno significativo e più retrogrado, la scelta ricade senza alcun dubbio sul brano cantato dal Volo. In 197 parole i quattro autori della canzone – Gianna Nannini, Emilio Munda, Piero Romitelli e Antonello Carozza – sono riusciti a inanellare amore (3), cuore (1), anima (3), sole (3), pioggia (3), vento (1), sogno (1), notte (“stanotte” – 3) e musica (4), più tutto uno spettro di frasi fatte – con quei termini d’altronde è anche difficile andare oltre l’ovvio – e immagini retrograde della vita di coppia:

“Amore abbracciami
Voglio proteggerti
Siamo il sole in un giorno di pioggia
Stanotte stringimi
Baciami l’anima
Siamo musica vera che resta”

Ok, adesso forse iniziate a capire perché stiamo tifando tutti Achille Lauro.

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