American Media, una casa editrice legata a Trump, ha provato a ricattare il fondatore di Amazon minacciandolo di pubblicare alcune foto compromettenti, tra cui un “selfie sotto la cintura.”

American Media, una casa editrice vicinissima a Trump, ha provato a ricattare il proprietario di amazon minacciandolo di pubblicare alcune su “d*ck pics”Una volta su Medium scrivevano soltanto gli ex presidenti del consiglio che cercavano di riciclarsi, utenti di Twitter che non stavano nei 140 caratteri, l’occasionale fondatore di start up fallita, e pochi altri.

Adesso su Medium trovate l’uomo piú ricco del mondo che, in una mossa difficile da non descrivere come cinematografica, rivela di essere diventato vittima di uno schema ricattatorio: un tabloid legato a operazioni illecite riconducibili al presidente degli Stati Uniti l’avrebbe infatti minacciato di pubblicare foto dei suoi genitali.

Insomma, un netto miglioramento. La storia, in breve: Jeff Bezos, fondatore del colosso Amazon “che fluttua tra le prima e la quinta azienda piú valutata del mondo,” per sua stessa descrizione, racconta il tentativo di estorsione da parte di American Media Inc., l’editore del National Enquirer.

Bezos non risparmia le parole: American Media avrebbe utilizzato foto intime di lui e di Lauren Sanchez, una giornalista televisiva con cui Bezos aveva una relazione, per costringerlo a dichiarare che non vedeva “nessun motivo politico” nella pubblicazione da parte di National Enquirer di pezzo in cui veniva esposto per una sua relazione extraconiugale — Bezos e sua moglie stanno divorziando.

L’accusa era arrivata nel contesto di un’indagine privata finanziata da Bezos e poi ripresa — non direttamente per fortuna — dal Washington Post. Non sarebbe la prima volta, dopotutto: l’American Media si era occupata direttamente dei pagamenti a Karen McDougal — 150 mila dollari per mettere a tacere la storia della sua relazione con Donald Trump, pagati proprio prima delle elezioni del 2016.

Il responsabile dell’indagine, che ora comprende anche questo tentativo d’estorsione è Gavin de Becker, che ha letteralmente scritto un libro su come gestire un caso di estorsione — e sembra che Bezos sia seguendo le sue istruzioni alla lettera)

Per il National Enquirer questa deve essere davvero ordinaria amministrazione — non si spiega altrimenti la tranquillità con cui Dylan Howard, responsabile dei contenuti dell’editore, scrive per posta elettronica di avere materiale compromettente su Bezos, e cosa l’ad di Amazon può fare per bloccarne la pubblicazione.

Tra le foto ancora inedite, ci sarebbe anche, citiamo testualmente, “un selfie sotto la cintura — altresì noto colloquialmente come una d*ck pick.”

Nel post su Medium Bezos spiega che la sua proprietà del Washington Post gli ha complicato notevolmente la vita, e che molte persone sembrano incapaci ora di separare l’attività editoriale del rinomato giornale con le posizioni politiche di Bezos — un problema per gli affari del magnate, almeno quando le inchieste del quotidiano finiscono per coinvolgere il presidente degli Stati Uniti, o l’Arabia Saudita, nel caso dell’omicidio di Jamal Khashoggi.

Bezos, tuttavia, si conferma ancora molto soddisfatto del proprio acquisto. E c’è da dire che, tra i protagonisti di questa storia, il proprietario del Washington Post ha il rapporto meno critico con la stampa : è il proprietario di un quotidiano, fine. Piú complesso, invece, è il rapporto tra American Media e Trump. Il National Enquirer è una rivista sfacciatamente trumpista, ma i legami, come dicevamo, non finiscono qui: il motivo per cui l’Enquirer abbia pagato di tasca propria il silenzio di McDougal, ad esempio, resta completamente oscuro — meno male che l’editoria era un settore in crisi.

Questo legame tra American Media, Trump e l’Arabia Saudita sembra essere il vero motivo per cui l’editore ha deciso di premere il tasto Invia della mail minatoria a Bezos.

Bezos resta un personaggio estremamente problematico, fondatore di un’azienda d’infrastruttura così grande da aver a tutti gli effetti deformato l’economia degli interi Stati Uniti. Ma la sua presa di posizione segna un passaggio importante nella lotta all’estorsione e al revenge porn: sicuramente aiuta il lungo lavoro di accettazione della normalità delle foto di nudo, e contribuisce a spostare la percepita colpa, nel caso queste foto alla fine vengano pubblicate, dalla vittima a chi le diffonde.

Sull’onda del post di Bezos anche Ronan Farrow, vincitore del premio Pulitzer per la propria inchiesta su Weinstein, ha ammesso di essere stato ricattato da American Media “insieme a un altro giornalista,” a causa del loro lavoro sul collegamento tra Trump e l’editore. La denuncia di Farrow sedimenta quello che era intuibile leggendo le mail pubblicate da Bezos: come un rotocalco scandalistico di un film anni Ottanta, il ricatto è uno strumento a cui l’Enquirer e il suo editore ricorrono abitualmente.

Questo tipo di operazioni da parte di editori hanno uno nome specifico — “catch and kill.” La metodologia è semplice: un giornale compra i diritti esclusivi di una storia, ma senza nessun interesse nel pubblicarla. Così, effettivamente, è silenziata. Una volta silenziata una storia in questo modo ci si possono fare un sacco di cose 👀. American Media è una vera, diciamo, leader del settore: sono responsabili di operazioni per proteggere Harvey Weinstein — trasformate in un vero meccanismo ricattatorio —, Trump, e anni fa anche Arnold Schwarzenegger.

L’amministrazione di American Media ha annunciato che indagherà sulla veridicità delle accuse di Bezos — sicuramente erano estremamente sorpresi.

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