A Velika Kladuša, in Bosnia — dove in questo momento ci sono circa 250 persone, per la maggior parte nelle tendopoli ai margini della città — le partenze per il “game” sono all’ordine del giorno. Altrettanti i respingimenti.

“Vanno, vengono, ogni tanto si fermano e quando si fermano…” Quando si fermano tutto tramonta.

“Se devo essere onesto, tutto questo non ha nessun senso.” Ce lo dice Abdelmajid quando gli chiediamo come ci si sente a vivere una vita a frammenti. Frammenti di terre, quelle percorse. Frammenti di parole, quelle che si riescono a comunicare in territori di passaggio. Frammenti d’incontri, perché ci si deve lasciare. Abdelmajid ci racconta che si fermerà alle porte della frontiera ancora per qualche giorno, il tempo necessario per riprendere fiato, riposare gambe e mente e analizzare gli ostacoli del prossimo percorso.

In partenza per il “game”

In partenza per il “game”

“Lunedì ripartirò. Andrò tutto dritto, avanti fino in fondo!”

Non c’è altra via, Abdelmajid è partito dal Sahara occidentale nel marzo di quest’anno prendendo un volo per la Turchia e da quella terra ha inizio il suo lungo cammino verso l’Europa. La sua vita, da quel momento in poi, si è dovuta nascondere.

Zaino in spalla, acqua, viveri e qualche indumento, ha iniziato ad attraversare, una ad una, le frontiere dei Balcani insieme ad altre persone che condividono la sua stessa sorte.

Quando si guardano sulla mappa, le frontiere sembrano linee sottili, superabili con un semplice passo in avanti. Quando si guardano da quaggiù, sono strisce di terra violenta e impenetrabile.

Abdelmajid è abituato a convivere a contatto con le barriere. È nato nel Sahara Occidentale, terra divisa e contesa, inserita nella lista delle Nazioni Unite dei territori non autonomi, a pochi chilometri dal muro che divide la regione in due parti, costruito prevalentemente di sabbia, pareti di pietra e terrapieni, per una lunghezza di 2.700 chilometri. È nato e cresciuto in una vera e propria zona militare fatta di bunker, fossati e campi minati che divide il Sahara Occidentale sotto il controllo del Marocco (i due terzi dell’area contesa) dal territorio amministrato dal popolo Saharawi, nato dall’incontro e fusione di popolazioni locali di lingua berbera e tribù arabe Ma’qil.

“Non posso tornare nel mio Paese, non c’è niente nella mia terra.”

Abdelmajid non cerca altro che una vita lontana dai conflitti e per farlo non ha altra scelta che farsi inghiottire dalla notte e partire, attraverso le impervie foreste di confine. “Non so quello che succederà, non sembra che esista un chiaro codice di comportamento,” dice Amir, giovane ragazzo partito tre mesi fa dal Sudan, riferendosi alla polizia croata che manganella, trattiene soldi, ma soprattutto distrugge i telefoni cellulari, unico strumento di orientamento attraverso luoghi sconosciuti.

Uno dei tanti telefoni rotti dalle forze dell’ordine croate

Uno dei tanti telefoni rotti dalle forze dell’ordine croate

 

Anche Amir, come Adbelmajid, ha deciso di fuggire dalla sua terra, da un paese il cui Presidente, Omar Hassan Ahmad al-Bashir è accusato di genocidio, di crimini contro l’umanità e crimini di guerra, e dove il diritto di associarsi e la libertà d’espressione sono sottoposte a pesanti restrizioni. Amir, attivista difensore dei diritti delle classi meno abbienti, sostenitore della forza delle nuove generazioni del suo Paese e collaboratore di alcune organizzazioni internazionali che da anni si occupano di accogliere il grande esodo di profughi provenienti dal Sud Sudan, non si sentiva al sicuro.

“Ci sono due percorsi quando si attraversa a piedi la frontiera. Una via corta e una più lunga. La prima è certamente la più pericolosa perché si è obbligati ad attraversare molti villaggi e questo ci rende più visibili agli occhi della polizia. La seconda, invece, è meno esposta agli occhi della polizia, ma c’è il pericolo di imbattersi in qualche animale e si rimane nella foresta per dodici, tredici giorni.” Amir sorride, ci guarda e aggiunge: “È sempre meglio affrontare un animale che combattere contro la polizia.”

Il collettivo Checkmate sarà in Bosnia fino al 7 novembre, per documentare il “gioco” crudele a cui sono costretti i migranti che vogliono oltrepassare il confine. Leggi la puntata introduttiva del reportage.

Amir ci racconta che esistono molteplici strategie per arrivare in Europa. Si può cercare di saltare su un autobus o un treno, ma è difficile arrivare a destinazione. Ci si può affidare ai trafficanti, pagando per salire su una macchina, un furgone o un camion, ma per questo servono molti soldi e ad Amir non ne sono rimasti. L’unica scelta rimastagli è l’attraversamento a piedi. Ha già provato a sfondare la frontiera bosniaco-croata quattro volte da quando è arrivato in Bosnia.

Amir è partito per il game il giorno dopo l’intervista e in questi giorni è nella foresta. Abbiamo ricevuto sue notizie sabato 29 settembre ed era nascosto in uno dei tanti grovigli boscosi della Croazia. “Siamo in cammino nella foresta, riceverai presto buone notizie.”

Vanno, vengono, ogni tanto si fermano. E quando si fermano si rendono conto che l’autunno quest’anno si è presentato in veste invernale a Velika Kladuša. Le temperature si sono abbassate bruscamente e la notte fa molto freddo. Rimangono ancora poche settimane a disposizione delle persone in cammino, prima che l’inverno arrivi a interrompere temporaneamente i flussi. Ci sono all’incirca 250 persone in questo momento a Velika Kladuša, molte vivono nella tendopoli ai margini della città, altre hanno trovato rifugi di fortuna all’interno dell’ex stazione degli autobus, in case abbandonate, nei parcheggi, in un’ex aviorimessa, nelle poche stanze private trovate a basso costo e, in rari casi, ospiti degli abitanti locali.

Le partenze sono all’ordine del giorno. Si vedono, tutte le sere, gruppi di persone pronte ad affrontare un nuovo tentativo. Rimanendo alla frontiera per qualche giorno, però, ci si rende conto dell’alto numero dei ritorni, dopo l’ennesimo respingimento. “Sogno semplicemente una vita da essere umano.” Ce lo dicono sia Abdelmajid che Amir nelle loro interviste.

Speriamo che stiano bene e ci auguriamo che riescano a raggiungere presto la loro destinazione.


In copertina: un migrante siriano a Velika Kladuša.

Il collettivo “Checkmate” è composto da due cineasti, Luca e Francesco e da Paolo, ex operatore d’accoglienza.  Se hai voglia di sostenere il progetto, partecipa alla nostra raccolta fondi e seguici su Facebook.

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