in copertina, proteste contro i migranti a Colonia

I due ricercatori dell’Università di Warwick Müller e Schwarz presentano una metodologia affascinante ed efficace per valutare gli effetti del discorso d’odio online.

Un lungo articolo firmato da Amanda Taub e Max Fisher per il New York Times ha portato l’attenzione del mondo su uno studio di due ricercatori dell’Università di Warwick, Karsten Müller e Carlo Schwarz, sul legame tra l’attività su Facebook e le violenze contro rifugiati e richiedenti asilo.

Twitter è stato scosso dalla discussione attorno alla validità dello studio, mentre il lancio fortemente semplificato del New York Times — Un nuovo studio ipotizza che Facebook abbia causato attacchi contro i rifugiati in Germania — diventava sempre piú virale. Ieri la notizia è arrivata fino a Repubblica (dietro paywall).

Molti commentatori sono accorsi in difesa di Facebook, cercando di dimostrare che lo studio — secondo cui è possibile ricondurre all’uso di Facebook un aumento di circa il 35% dei casi di violenze razziste e xenofobe — non fosse affidabile.

La tesi che ci sia un collegamento diretto tra Facebook ed esplosioni di violenza è diffusa e sostenuta da ampia letteratura, in particolare dopo le crisi di violenza in Myanmar e Sri Lanka.

Leggi anche: Come contrastare la violenza settaria? Chiudendo i social network

Purtroppo, si tratta di uno studio estremamente complesso dal punto di vista tecnico, poco adatto ad una discussione su Twitter. Schwarz e Müller non sono interessati a dare una soluzione o a prendere una posizione nel dibattito sulla gestione dell’hate speech online: si limitano a proporre una metodologia per dimostrare il collegamento tra casi di violenza sui migranti e attività su Facebook.

Comprendere la validità dello studio di Müller e Schwarz è fondamentale in Italia, dove l’emergenza della violenza contro migranti e rifugiati, e la diffusione di commenti di odio su internet, sono al centro del dibattito politico dell’estate. Ma qualsiasi studio di questo tipo parte da una difficoltà fondamentale: i ricercatori non hanno accesso a dati generali sull’uso di Facebook. Per questo motivo è necessario trovare un escamotage per misurare in maniera efficace l’uso di Facebook in Germania.

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La scelta dei due ricercatori è stata derisa da molti, ma si tratta di una soluzione creativa ed efficace: dovendo trovare una pagina molto trafficata che nessuno, in nessun modo, potesse indicare di un determinato colore politico, hanno deciso di misurare le interazioni degli utenti tedeschi con la pagina Facebook di Nutella.

Carlo Schwarz, che abbiamo raggiunto al telefono per farci spiegare meglio il contenuto dello studio, spiega così l’uso della pagina di Nutella: “Avevamo bisogno di misurare in qualche modo i livelli di utilizzo di Facebook a livello locale, in assenza di dati generali, quindi abbiamo cercato una pagina famosissima e neutra e abbiamo misurato le interazioni per municipalità di quella pagina. La utilizziamo come una misura di esposizione.”

Il paper sottolinea che le aree della Germania con maggiore attività sulla pagina Facebook di Nutella sono anche quelle con un numero piú alto di attacchi contro migranti e rifugiati.

Refugees welcome? A dataset on anti-refugee violence in Germany, David Benček and Julia Strasheim

Refugees welcome? A dataset on anti-refugee violence in Germany, David Benček and Julia Strasheim

Il confronto è fatto utilizzando una mappa delle violenze xenofobe compilata dalla Amadeu Antonio Foundation e dalla ONG Pro Asyl, in un periodo che va dal gennaio del 2015 fino al 2017,  che elenca 3335 casi di aggressioni contro cittadini stranieri, tra cui 2226 attacchi a residenze di rifugiati, 534 attacchi diretti alle persone, 339 manifestazioni e 225 incendi dolosi.

Usando le coordinate degli incidenti raccolti nella mappa, i due ricercatori hanno diviso il paese in “municipalità,” e hanno trovato che le municipalità con maggior interazioni sulla pagina di Nutella, da parte di un gruppo di utenti di 21915 persone che sono riusciti a geolocalizzare, — sono quelle dove avvengono piú episodi di violenza.

Il numero di persone monitorate dalle interazioni con la pagina non è strettamente importante, ma, a detta di Schwarz, è comunque piú che sufficiente. “Ovviamente i dati non rappresentano l’uso di Facebook a livello nazionale, ma abbiamo potuto misurare che la diffusione di interazioni con Nutella fossero uniformi sullo spettro politico e socioeconomico — ed è quello che ci serviva per il nostro studio.”

Manifestazione di PEGIDA a Dresda, 2015 (via Wikimedia Commons)

Manifestazione di PEGIDA a Dresda, 2015 (via Wikimedia Commons)

I commenti di odio a cui lo studio fa riferimento sono quelli postati da utenti individuali sulla pagina del partito di estrema destra Alternative für Deutschland. AfD non solo non ha norme di comportamento per i messaggi che vengono lasciati sulla pagina, ma lascia a chiunque la possibilità di scrivere sulla propria bacheca. Questa possibilità, ci spiega Schwarz, insieme all’esplicito schieramento del partito, ne fa la fonte piú adeguata per cercare di definire un modello dei commenti di odio su Facebook.

“Abbiamo usato i commenti di odio lasciati dagli utenti sulla pagina di AfD per misurare i livelli di hate speech su Facebook. È il modo piú efficace per verificare la densità di commenti d’odio, perché gli utenti che hanno messo like alla pagina di AfD avranno nella propria timeline post di odio nei confronti dei rifugiati. Abbiamo usato la pagina della Nutella come misura di esposizione in modo da non avere un risultato parziale, esaminando solo la densità di persone che hanno messo Mi piace alla pagina di AfD. La loro pagina ci ha offerto una buona approssimazione dell’attività di utenti di estrema destra su tutto il servizio.”

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Zuckerberg all’f8, via Wikimedia Commons

screen-shot-2018-08-23-at-16-22-10È facile criticare lo studio, arrivati a questo punto, accusando le due misurazioni di essere semplicemente correlate, senza un rapporto di causa effetto. Inoltre, i ricercatori hanno diviso la propria ricerca in periodi di commenti e di violenze settimanali, lasciando aperta la possibilità che entrambi i parametri siano influenzati dagli eventi e dal ciclo dell’informazione. Nel grafico che evidenzia violenze e commenti d’odio c’è, ad esempio, un chiarissimo picco a inizio 2016 che Schwarz conferma essere immediatamente successivo agli episodi di violenza contro le donne durante la notte di Capodanno a Colonia.

Tuttavia Müller e Schwarz offrono una serie di ulteriori prove sperimentali che sembrano legare i due fenomeni in maniera davvero difficile da negare, cercando di collegare la possibilità di attacchi contro i rifugiati con i blackout di internet nelle varie municipalità che prendono in esame, e hanno osservato che sì: sembra esserci una correlazione diretta tra settimane in cui ci sono stati blackout di internet e settimane a inferiore rischio di attacchi ai rifugiati.

“Abbiamo misurato una densità di episodi di violenza sproporzionatamente piú alta nelle municipalità con uso di Facebook piú alto.”

In corrispondenza di otto casi in cui Facebook è andato offline si osserva nella relativa settimana un netto calo negli attacchi contro i rifugiati. Questi eventi, spesso globali, non permettono di individuare differenze nelle varie municipalità ma solo in archi di tempo, ma sembrano indicare diacronicamente un esplicito collegamento tra l’uso di Facebook e gli episodi violenti: nelle settimane in cui Facebook ha avuto difficoltà tecniche l’aumento del 35% sugli episodi di violenza è completamente annullato.

Il lavoro di Schwarz e Müller costituisce quindi un primo passo fondamentale nella costruzione di un modello con cui potremo in futuro cercare di misurare il ruolo indiretto di Facebook — e di altri social media — sugli episodi di violenza xenofoba. Si tratta di una rivelazione due volte importante, perché mette sotto una luce completamente diversa la sconsiderata propaganda online di forze politiche come, in Italia, Lega e Movimento 5 Stelle: le loro responsabilità potrebbero andare oltre la semplice legittimazione, diretta o indiretta, delle violenze a danno degli stranieri.

Al telefono Schwarz ha tenuto piú volte a precisare che lo studio non intende giustificare nessuna censura o controllo politico del social network: “Non crediamo che il nostro studio abbia implicazioni politiche. Ci vorranno molti studi per capire se questi risultati sono validi in altri contesti, e quali sono i loro canali sotterranei, prima che si possa anche solo pensare di parlare di proporre leggi a riguardo. Personalmente, crediamo che questo tipo di politiche siano una cattiva idea, perché non è possibile identificare a livello legale cosa sia ‘hate speech.’ Quello che indica il nostro studio è che servono ulteriori ricerche che investighino gli effetti dei social media sulla società, inclusi quelli negativi.”

C’è ovviamente qualcuno che i dati faticosamente raccolti da Müller e Schwarz li ha piú chiari, e potrebbe sviluppare modelli molto piú dettagliati: è Facebook stesso. Ma a differenza delle emergenze con la disinformazione o le operazioni di influenza psicologica, i recenti episodi che testimoniano un effetto diretto dell’uso di Facebook sui tassi di violenza mettono in discussione il ruolo del servizio stesso, e dei social media in generale: e potrebbe trattarsi di un problema risolvibile solo attraverso controlli sui contenuti, abbandonando del tutto questo tipo di piattaforme, o costruendo nuove e migliori piattaforme, che sostituiscano quelle attuali.


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