In programmazione allo spazio Oberdan fino al 12 luglio, In the Realm of Perfection racconta la perfezione del tennis attraverso uno dei suoi protagonisti assoluti, John McEnroe.

Poche cose sono meglio del dedicarsi allo sport nelle lunghe serate estive. Non scherziamo, sport passivo, naturalmente: quello da divano, birra gelata, grandi emozioni. Per questo i mondiali di calcio sono ideali, ma ci sono una volta ogni quattro anni, e può persino capitare che la propria squadra resti fuori e non si possa fare altro che godersi il bel gioco altrui. Allora, perché non spostarsi su altri sport, magari meno battuti dal grandissimo pubblico? Che si debba parlare in questi termini di un evento di prima grandezza come il torneo di Wimbledon fa un po’ strano, ma in effetti è così: che le settimane centrali di luglio siano dedicate a uno degli eventi più antichi e suggestivi di uno degli sport più nobili che si conoscano, come se non bastasse nella sua cornice più blasonata, rimane troppo spesso sotto traccia.

Sia che apparteniate alla squadra dei “wimblecosa?” o a quella di chi non si perderebbe una sola volé giocata dai virtuosi dell’erba, forse è il caso che riserviate una serata per lo Spazio Oberdan, dove potrete dare un’occhiata a uno strano documentario: In the Realm of Perfection, di Julien Faraut, programmato fino al 12 di luglio, in cui il tennis d’autore la fa da padrone assoluto. L’estate è anche la stagione ideale per il cinema e, quando le due cose vanno a braccetto, bisogna approfittarne. In realtà nel documentario in questione di Wimbledon si parla pochino, anzi, non se ne parla per niente, ma si racconta in un modo del tutto particolare uno dei suoi protagonisti più discussi e acclamati: John McEnroe.

In the Realm of Perfection — in originale L’Empire de la perfection — è, infatti, la ricostruzione di uno strano esperimento del cineasta francese Gil de Kermadec, il cui desiderio più recondito era raccontare il tennis attraverso un film. Attenzione, non le partite, ma il gioco del tennis: i suoi gesti, le sue meccaniche, utilizzando immagini spesso di un solo atleta, ritratto di tre quarti, mentre approccia la palla, la colpisce, si prepara alla seguente.

Come Gil si avvicini a questo sistema di ripresa viene narrato nella prima parte del film. Nella seconda, il regista-tennista trova la sua fonte di ispirazione, quello che stava cercando: McEnroe, appunto. La seconda parte della pellicola è interamente dedicata alla figura dell’asso statunitense degli anni Ottanta: modo di giocare, carattere, successi e cadute, tutti ripresi attraverso le sue gesta compiute tra il campo centrale e le piste di allenamento del Roland Garros. Chiedere a un transalpino di attraversare la manica, forse, sarebbe stato troppo.

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McEnroe, quindi, visto non solo come il campione che è stato, ma come il collegamento ideale tra cinema e sport: se il legame tra i due sta nello scorrere del tempo, nel poter inventare il tempo, crearlo, la caratteristica principale che De Kermadec individua in John è la capacità di dominarlo, quel tempo, di esserne regista: tutti vanno ai loro posti, solo quando lui è pronto la pellicola comincia a girare, poi serve: azione. Non stupisce allora che Tom Hulce, per preparare il suo Mozart per Forman, abbia studiato proprio gli atteggiamenti “scenici” di McEnroe: “Io posso essere volgare, ma vi assicuro che la mia musica non lo è” è la didascalia profetica montata sotto le immagini delle celebri lamentele dell’americano nei confronti di giudici di sedia, di linea, e persino dei cameraman di Kermadec, rei di disturbarlo col rumore della macchina da presa. Proprio da questi atteggiamenti si diramano le riflessioni sulla natura intima di McEnroe, l’unico giocatore in grado di non farsi trascinare alla sconfitta da questi sentimenti negativi: un killer implacabile, in quel gioco di vita e morte in guanti bianchi che è il tennis.

McEnroe, quindi, visto non solo come il campione che è stato, ma come il collegamento ideale tra cinema e sport.

Agone mortale che viene ben richiamato dal documentario quando mette da parte il gesto puro per raccontare, finalmente, una partita: la drammatica finale del Roland Garros del 1984, giocata dal nostro protagonista contro Lendel. Il match in cui si vede, o potrebbe vedersi, la perfezione. Non vi dico come va a finire, per non togliervi uno dei principali meriti di questa pellicola: raccontare come il tennis non sia uno sport aritmetico. Puoi aver vinto moltissimi punti, ma si tratta di vincere quelli importanti. Puoi avere la più alta percentuale di vittorie in stagione mai raggiunta, ma ciò che conta è vincere quella singola partita. Questo, naturalmente, vale tanto per McEnroe quanto per Lendel, ma anche per voi: potete esservi persi tanti film in quest’estate di mondiali di calcio, ma lasciar passare questo è più grave. Jeu set et match.

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