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Foto via Twitter @SecBlinken


L’aviazione delle IDF ha continuato a bombardare con intensità la città di Rafah e il campo profughi di Nuseirat, mentre Khan Yunis è stata colpita da attacchi di artiglieria. Mentre aumenta la pressione su Rafah, Amnesty ha pubblicato un report su 4 attacchi che hanno colpito la città tra dicembre e gennaio, quando l’area era a tutti gli effetti considerata come “sicura,” ma in cui sono stati uccisi 95 civili, tra cui 42 minorenni. Amnesty non ha trovato alcuna indicazione sul fatto che gli obiettivi di questi attacchi — edifici residenziali — potessero essere obiettivi militari legittimi. Su X l’organizzazione sottolinea che dall’inizio dell’aggressione di Gaza la popolazione della città di Rafah è aumentata di 5 volte: “La maggior parte delle persone a Rafah hanno già lasciato altre aree di Gaza dopo che le autorità israeliane hanno ordinato ‘l’evacuazione.’ I civili non hanno nessun posto dove andare per evitare i bombardamenti, e sono a rischio reale e imminente di genocidio.” Il procuratore capo della Corte penale internazionale Karim Khan ha dichiarato di essere “profondamente preoccupato” per i bombardamenti a Rafah, specificando che “tutte le guerre hanno regole” e che “chi infrange la legge sarà chiamato a risponderne.”

Si rincorrono i retroscena secondo i quali Biden sarebbe sempre più frustrato con la gestione dell’aggressione di Gaza da parte del governo Netanyahu VI: il presidente statunitense se ne sarebbe lamentato più di una volta in conversazioni private, anche con alcuni donatori al comitato elettorale per la sua rielezione. In queste conversazioni Biden avrebbe detto che vorrebbe arrivare a un cessate il fuoco, ma che Netanyahu “lo sta facendo impazzire.” In almeno 3 occasioni, Biden avrebbe detto che il Primo ministro israeliano è uno “stronzo.” Biden, tuttavia, ritiene che sarebbe “controproducente” essere troppo duro in pubblico con Netanyahu. Finora fuori dai retroscena non si vedono segnali di cambio di indirizzo nelle politiche statunitensi, anzi. Parlando con la stampa, il portavoce del dipartimento di Stato statunitense Matthew Miller ha dichiarato che Washington non crede che i bombardamenti di questi giorni “siano il lancio di una offensiva su larga scala a Rafah.” Miller ha ammesso che le IDF “hanno condotto attacchi aerei contro Rafah fin dai primi giorni della campagna” — ammettendo insomma che Israele bombarda dall’inizio dell’aggressione le aree indicate come sicure. Miller ha aggiunto: “Sappiamo, ovviamente, dell’ordine del Primo ministro della settimana scorsa di preparare un piano per gestire Rafah. Siamo ansiosi di esaminarlo ed essere informati a riguardo.” Lavarsi le mani dei bombardamenti in corso è una concessione al governo Netanyahu VI, forse nella speranza di mantenere aperti i canali di trattativa: oggi il direttore della CIA William Burns è in Egitto per trattare la liberazione dei prigionieri e il cessate il fuoco.

Dopo 4 mesi in cui il governo Meloni ha potuto rimanere ai margini della crisi, l’Italia si trova coinvolta nelle sempre più forti tensioni internazionali causate dall’aggressione di Gaza. Israele ha dichiarato persona non grata Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Albanese è stata una voce critica dell’aggressione israeliana e del sistema di apartheid e repressione di cui è da anni vittima il popolo palestinese. Albanese ha sottolineato che Israele nega l’ingresso dei relatori speciali sui territori palestinesi occupati dal 2008: “Non deve diventare una distrazione dalle atrocità di Israele a Gaza.” Mentre scriviamo non risulta che il governo italiano abbia espresso alcuna opinione su una diplomatica italiana dichiarata persona non grata da un governo alleato.


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