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La manovra con il freno a mano

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Il ddl di bilancio contiene soprattutto misure di basso impatto e senza una visione d’insieme: il piatto forte è l’attacco al reddito di cittadinanza, che penalizzerà 660 mila poveri

Il consiglio dei ministri ha approvato ieri sera il disegno di legge di bilancio per il 2023 e per il triennio 2023-2025. La manovra vale in totale 35 miliardi: Giorgia Meloni su Twitter l’ha definita “coraggiosa,” ma lo stesso comunicato stampa pubblicato in seguito al Cdm smorza le aspettative, parlando di un “approccio prudenziale e realista.” In altre parole: c’è poco spazio per dare corpo alle promesse roboanti fatte in campagna elettorale.

Gran parte delle risorse — circa 21 miliardi sul totale — vengono assorbite per mitigare gli effetti del caro energia, in linea con gli aiuti già varati dal governo Draghi, che vengono sostanzialmente prorogati, ma con qualche ritocco: il taglio alle accise sui carburanti, ad esempio, sarà quasi dimezzato a partire da dicembre, il che si tradurrà in un aumento dei costi — ma dovrebbero essere esclusi gli autotrasportatori, un comparto tradizionalmente vicino a questa maggioranza di governo.

I circa 14 miliardi che restano vengono distribuiti tra varie misure a favore di lavoratori e imprese, di piccolo impatto e senza una chiara visione di insieme sottostante:

  • Ci sarà una riduzione dell’Iva dal 10 al 5% sui prodotti per l’infanzia e l’igiene intima femminile — è saltata, invece, la proposta di azzerare del tutto l’Iva sui beni alimentari di prima necessità;
  • L’assegno unico per le famiglie con 3 o più figli sarà potenziato;
  • Il taglio del cuneo fiscale — di 2 punti per i redditi fino a 35 mila euro e 3 punti per quelli fino a 20 mila — dovrebbe andare tutto a favore dei lavoratori, e non alle imprese, come era stato anticipato nei giorni scorsi;
  • In compenso, sarà rifinanziato il fondo di garanzia per le Pmi e viene confermata la detassazione dei premi di produttività fino a 3000. Previste anche nuove agevolazioni per le assunzioni a tempo indeterminato.
  • Sul fronte delle pensioni, è previsto un nuovo ritocco alla legge Fornero con la formula “Quota 103,” che prevederà la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contributi e 62 anni di età anagrafica, con una decontribuzione del 10% per chi invece decide di rimanere al lavoro. “Opzione donna” sarà prorogata, ma con alcuni ritocchi: si potrà andare in pensione a 58 anni con due o più figli, a 59 con un figlio, a 60 negli altri casi. Le pensioni minime dovrebbero essere innalzate a 570€.

L’attacco al reddito di cittadinanza

Il capitolo più rilevante della manovra — almeno nella bozza approvata ieri in Cdm — riguarda lo smantellamento del reddito di cittadinanza: dal 1° gennaio 2023 le persone tra i 18 e i 59 anni considerate “abili al lavoro” potranno avere il sussidio nel limite massimo di 7-8 mensilità, invece delle 18 attuali; non solo: dovranno partecipare obbligatoriamente a “un corso di formazione o riqualificazione professionale” e perderanno il sussidio in caso di rifiuto della “prima offerta congrua.”

Dal 2024, invece, il reddito di cittadinanza sarà abolito per tutti, per sostituirlo con una nuova riforma non ancora specificata. L’idea iniziale del governo era di abolirlo del tutto già dall’anno prossimo, ma sarebbe apparsa troppo “radicale” alla ministra del Lavoro Calderone, che ha proposto la mediazione approvata ieri.

Ma quanti sono i lavoratori “occupabili”? Sulla carta dovrebbero essere 660 mila, ma il loro numero reale potrebbe essere molto più basso — e soprattutto rischia di essere del tutto teorica la loro “occupabilità,” dato che si tratta di persone con bassa scolarizzazione e lontane da oltre tre anni dal mercato del lavoro. Tutto questo a fronte di un risparmio minimo per le casse dello stato: l’inasprimento ai vincoli del RdC dovrebbe fruttare circa 734 milioni per il 2023.

Meno tasse agli autonomi e regali agli evasori

Se i 660 mila “occupabili” del reddito di cittadinanza sono i soggetti maggiormente danneggiati dalla manovra, chi ha buoni motivi per festeggiare sono invece i lavoratori autonomi e gli evasori fiscali. Per i primi è previsto un innalzamento della soglia della “flat tax” al 15%, estesa ai redditi da 65 mila a 85 mila euro. Sarà introdotta anche la famosa “flat tax incrementale” — che prevede, cioè, l’applicazione dell’aliquota del 15% su una quota dell’incremento di reddito 2022, paragonato al più alto reddito dichiarato nei tre anni precedenti. Insomma, in barba ai princìpi di progressività fiscale: più guadagni, meno paghi in proporzione.

Per gli evasori fiscali, invece, c’è il già previsto innalzamento della soglia del contante da 1000 a 5000 euro, e un nuovo stralcio delle cartelle esattoriali fino a 1000 euro precedenti al 2015, con soluzioni agevolate per il saldo dei debiti di importo superiore.

Non sono però le uniche misure fortemente ideologiche inserite nella prima manovra del governo Meloni: c’è anche il rinvio dell’entrata in vigore delle cosiddette “sugar tax” e “plastic tax” — le aziende ringraziano — e, dulcis in fundo, la riattivazione della società Stretto di Messina Spa, attualmente in liquidazione, per riavviare il progetto di realizzazione del ponte sullo Stretto.


In copertina, foto 11/11/22 CC-BY-NC-SA 3.0 IT presidenza del Consiglio dei ministri

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