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La palude climatica di Sharm el-Sheikh

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Le trattative tra gli Stati alla Cop27 procedono a oltranza: non si riesce a trovare un accordo sul fondo per i risarcimenti da destinare ai paesi a reddito più basso

La Cop27 di Sharm el-Sheikh si sarebbe dovuta concludere ieri, ma poi è diventato chiaro che le tensioni attorno al fondo “perdite e danni” per i paesi a reddito più basso — che sono anche quelli più colpiti dalla crisi climatica, causata invece dai paesi più ricchi del mondo — erano ancora più gravi del previsto.

Nel giro di poche ore tutte le conferenze stampa e le plenarie sono state rimandate o cancellate. La richiesta della creazione di un fondo è portata avanti dai 134 paesi del G77, guidati dal Pakistan — che ha portato l’alluvione catastrofica di quest’anno, in cui hanno perso la vita circa 1.700 persone, come prova della necessità di un fondo internazionale — ma finora è stata respinta dai paesi occidentali.

In uno sviluppo inaspettato, che aveva lasciato sperare in una chiusura positiva della trattativa, ieri si è schierata a favore della creazione di un fondo anche l’Unione europea, anche se senza grande convinzione. Il vicepresidente vicario della Commissione europea, Frans Timmermans, ha ammesso che l’Ue è “riluttante” all’istituzione di un fondo:

“So per esperienza che ci vuole tempo perché un fondo venga stabilito, e ancora più tempo per raccogliere le risorse, mentre invece abbiamo già altri strumenti. Credo davvero che potremmo continuare a muoverci più rapidamente con gli strumenti esistenti, ma siccome loro sono così convinti sul fondo, abbiamo accettato.”

Lasciando parzialmente cadere la maschera sulle vere ragioni della ritrosia dei paesi più ricchi, Timmermans ha comunque specificato che l’accesso al fondo sarebbe stato concesso solo secondo “chiare condizioni.” L’apertura dell’Unione europea è stata accolta con freddezza dal G77 — un negoziatore, rimasto anonimo, ha dichiarato al Guardian che si tratta di “un tentativo prevedibile di rompere il fronte del G77,” “stanno semplicemente ripetendo la loro posizione di partenza, presentandola come un compromesso, quando sanno benissimo che non è vero. Sono completamente in malafede.”

La situazione potrebbe rimanere in stallo ancora a lungo, anche perché nel frattempo l’emissario statunitense, John Kerry, è risultato positivo al Covid–19. Kerry è vaccinato e starebbe lavorando seppur in isolamento, ma è impossibile prevedere a che sviluppi porterà la sua assenza a questa fase dei negoziati: gli Stati Uniti hanno la posizione più radicale contro un fondo di giustizia climatica, e sono considerati l’ostacolo principale per arrivare a un accordo costruttivo.

L’unica apertura di Kerry finora era stata la possibilità di accettare l’apertura di lavori per la creazione di un fondo nei mesi successivi alla Cop27, ma l’indicazione statunitense era che la conferenza dovrebbe limitarsi a indicare la creazione della cassa come obiettivo triennale. Ieri sera sul tardi avrebbe iniziato a circolare, secondo un retroscena, una proposta alternativa a quella europea, avanzata da Regno Unito e Stati Uniti, ma di cui mentre scriviamo non è chiaro quali siano le caratteristiche distintive.

Entrambe le proposte sembrano concentrarsi sull’espandere la lista dei “donatori” che finanzierebbero il fondo — un modo per includere la Cina tra chi dovrà dividere il conto, nonostante il paese faccia parte del G77 e sia convenzionalmente considerato come in via di sviluppo.

Prima che i lavori si arenassero, ieri ha portato un importante contributo Nakeeyat Dramani Sam, un’attivista climatica di 10 anni del Ghana, che ha riassunto la questione in termini semplici: i danni causati dalla crisi climatica sono in realtà causati dai paesi più ricchi del mondo, il cui pagamento per rimediare è “in ritardo.” In una forse involontaria stoccata, Sam ha raccontato di aver incontrato John Kerry, e gli ha dato del vecchio: “Quando arriverò ad avere la sua età — se lo dio vuole — sarà la fine del secolo.”

L’attivista ha concluso il discorso chiedendo agli stati più ricchi di “avere un cuore,” ma soprattutto di “fare i conti, perché è un’emergenza.” La necessità di investire in un fondo, infatti, non è solo una questione di giustizia sociale, ma anche di risparmio. Ad esempio, negli ultimi anni riparare i danni della crisi climatica in Italia è costato circa 13,3 miliardi di euro — secondo uno studio realizzato dall’osservatorio CittàClima di Legambiente con il gruppo Unipol, si sarebbero potuti risparmiare fino al 75% di questi soldi agendo in anticipo con opere e politiche di prevenzione.


In copertina, foto via Twitter @ClimateEnvoy

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