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in copertina e all’interno, la manifestazione di Milano del 28 settembre. Foto Elena D’Alì

Dalle piazze piene del 28 settembre alle esperienze di organizzazione dal basso come Obiezione respinta: il movimento transfemminista si prepara all’era Meloni portando avanti la lotta per l’autodeterminazione

Pochi giorni fa, il 28 settembre, è stata celebrata la giornata internazionale per l’aborto libero, gratuito e sicuro. Si tratta di un appuntamento che da anni mobilita le piazze di tutto il mondo, dopo essere nato nel 1990 all’interno delle campagne per la depenalizzazione dell’aborto in America Latina. In particolare, è diventato un momento di importante lotta globale a partire dal 2016 e dall’Argentina, grazie a Ni Una Menos e alla nuova ondata transfemminista. 

Anche quest’anno e anche in Italia questa giornata è stata l’occasione per sottolineare nuovamente uno spettro rivendicativo ben più vasto, come si può chiaramente leggere dal comunicato di Non Una Di Meno per il lancio della manifestazione: “Vogliamo quello che ci spetta, vogliamo diritti e garanzie, vogliamo molto più di 194. Vogliamo gli obiettori fuori dai consultori e ospedali pubblici. Vogliamo il diritto alla salute, al welfare e al reddito per l’autodeterminazione.” La mobilitazione nazionale ha riempito con migliaia di persone le piazze di 17 città, tra cui Roma, Torino, Milano, Verona, Bologna, Napoli, Palermo, Reggio Calabria e molte altre. Un altro elemento importante è stato quello della più ampia contrapposizione al modello conservatrice di società e famiglia portato avanti da Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia, ad appena tre giorni dai risultati elettorali. D’altronde, è evidente che non basta che una premier sia donna per essere femminista.

Cosa significa “molto più di 194”

Da molto tempo il tema dell’obiezione di coscienza rappresenta un problema sociale e politico, in termini di accessibilità e in relazione alla parziale applicazione della legge 194, che dovrebbe essere riformulata e superata: per questo lə attivistə di NUDM chiedono “molto più di 194.” Questa legge, anche nella forma attuale, dovrebbe almeno garantire sempre e a chiunque la possibilità di abortire entro i primi novanta giorni dalla gestazione. Eppure, non è così.

Giorgia Meloni, nelle ultime settimane, si è espressa più volte in merito, in modo ambiguo ma chiaramente interpretabile. Ha ribadito di non voler toccare la 194 e ha manifestato le sue perplessità rispetto al fatto che diverse donne in Italia non riescano a interrompere una gravidanza. Ha dunque sottolineato che, a sua detta, il diritto all’aborto in Italia è già garantito. Ha poi aggiunto che ritiene importante eliminare quelle condizioni economiche e sociali che inducono a optare per l’aborto: “Non intendo abolire la legge 194. Non intendo modificare la legge 194. In che lingua ve lo devo dire? Voglio applicare la legge 194 e aggiungere un diritto: se oggi ci sono delle donne che si trovano costrette ad abortire, per esempio perché non hanno soldi per crescere quel bambino, o perché si sentono sole, voglio dare loro la possibilità di fare una scelta diversa, senza nulla togliere a chi vuole fare la scelta dell’aborto.” E ancora: “Vorrei che una donna fosse libera di non farlo se è costretta a farlo.” Al contempo, però, la futura premier ha mostrato solidarietà con chi esercita l’obiezione di coscienza: “Non possiamo costringere le persone a fare cose che in coscienza non si sentono di fare. Bisogna garantire la libertà. Io credo che l’equilibrio che si è creato sia un equilibrio che attualmente tiene.” 

Eppure, di nuovo, non è così. Infatti, circa il 70% dei ginecologi italiani è obiettore di coscienza, con punte del 90% in alcune regioni (92,3% in Molise). Inoltre, nel 35% delle strutture pubbliche con un reparto di ginecologia o ostetricia non è di fatto possibile accedere all’aborto, nonostante la legge 194 vieti l’obiezione di struttura, cioè che il numero di medici obiettori in un ospedale impedisca di fatto l’accesso all’aborto. 

Le varie dichiarazioni di Meloni hanno assunto ulteriore peso a fronte della vittoria elettorale e sono state un tema durante le mobilitazioni del 28 settembre, poiché, come sottolineato nel comunicato di NUDM: Meloni vuole garantire il diritto a ‘non abortire’, vuole cancellare i diritti delle persone transgender e l’educazione alle differenze, vuole riportare la scuola, la società e la nostra vita al modello caro ai clerico fascisti di Dio, Patria e Famiglia.” A conferma di ciò c’è la firma, da parte della coalizione di destra, alla Carta dei principi dell’associazione integralista Pro Vita & Famiglia, presentata lo scorso 16 settembre. Questo documento si pone esplicitamente contro l’aborto, contro la legalizzazione della cannabis, contro l’eutanasia e infine “contro il gender.” Nel testo l’interruzione volontaria di gravidanza viene definita come “soppressione di una vita umana inerme e innocente,” aggiungendo che “è urgente almeno eliminare qualsiasi condizione sociale, economica o personale che oggi obbliga o induce a ricorrere all’aborto per interrompere una gravidanza, come peraltro previsto dalla stessa legge 194/1978.” L’ambiguità di questa affermazione, che non implica alcun principio di autodeterminazione e libertà di scelta sui propri corpi, è sostanzialmente affine a quanto dichiarato da Giorgia Meloni nelle scorse settimane.

L’esperienza di Obiezione respinta

Nel frattempo, comunque, la società si muove. Esiste un’organizzazione che si chiama Obiezione respinta (OBRES) e che è nata nel 2017 grazie ad alcune volontarie legate a NUDM e ai collettivi transfemministi pisani. OBRES è nata durante l’occupazione della Limonaia, zona rosa di Pisa, partendo dalle esigenze concrete dellə attivistə che avevano riscontrato difficoltà contraccettive e nel reperire la pillola del giorno dopo. Molte erano state, infatti, le denunce contro una farmacia pisana che praticava obiezione di coscienza. Da lì, e in sinergia con NUDM, la discussione si è ampliata fino a portare al progetto, tuttora in corso, di OBRES. Questa rete agisce soprattutto tramite iniziative di informazione, formazione e come piattaforma online per tutelare ogni persona che abbia bisogno di accedere all’interruzione della gravidanza e non solo. 

In particolare, negli ultimi anni OBRES ha portato avanti un discorso sulla difficoltà di accesso alla salute sessuale e riproduttiva anche in relazione a una formazione carente e non idonea del personale medico, soprattutto rispetto all’approccio a corpi non socialmente normati. Ne è emersa una serie di proposte formative, tra cui, recentemente, un importante ciclo di seminari.

La piattaforma online gestita dallə attivistə volontariə fornisce una mappatura dei servizi ginecologici e ostetrici sul territorio. Questo lavoro è stato ed è reso possibile dall’iniziativa dal basso delle donne, delle persone trans e non binarie, che si sono dovute confrontare con l’obiezione di coscienza e con le altre difficoltà di accesso al diritto alla salute sessuale e riproduttiva. La mappa indica, per ogni regione, quali ospedali e consultori (ma anche, ad esempio, farmacie per la vendita della pillola del giorno dopo) rispettano correttamente la legge, garantendo il servizio di IVG. Selezionando la regione di interesse è infatti possibile capire quali enti garantiscono questi servizi e quali no (i primi contrassegnati da segnalini verdi e i secondi in rosso; il viola, invece, servono a segnalare le strutture cui ci si può rivolgere in casi di emergenza, come in un caso di violenza). In più, è anche possibile denunciare a propria volta. Chi ha avuto un’esperienza di difficile accesso all’IVG può condividerla via social, via mail o per via telefonica (FB: Obiezione Respinta; IG: obiezione.respinta; obiezione.respinta [at] canaglie.info; 3319634889). Da un lato, quindi, si può chiedere supporto; dall’altro lə attivistə si occupano di aggiornare la mappa, integrando le varie esperienze e mostrando la cronologia dei fenomeni, anche per verificare se nel tempo siano o meno cambiati gli approcci delle diverse strutture. Queste operazioni sono particolarmente importanti poiché non esiste alcun registro pubblico delle persone obiettrici nei territori e, dunque, non esiste modo alternativo alle denunce delle esperienze dal basso per conoscere l’impatto e la diffusione di un problema che esiste, che è strutturale e che, oggi, trova in modo ancor più evidente il sostegno delle forze politiche istituzionali.



Olimpia Capitano è dottoranda in studi storici all’università di Teramo e autrice del libro Livorno 1921. Dentro e oltre la Classe operaia (4Punte, 2021). Si occupa di storia politica italiana e di storia sociale del lavoro in prospettiva di genere, con particolare attenzione alla storia del lavoro domestico. Seguila su Instagram

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