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Se l’allarme sul “ritorno del fascismo” diventa una retorica vuota

Il partito di Giorgia Meloni ha salde radici neofasciste, ma gli allarmismi “di convenienza” rischiano di banalizzare l’antifascismo e fanno il gioco delle destre

in copertina, elaborazione da foto via Facebook / giorgiameloni.paginaufficiale

Il partito di Giorgia Meloni ha salde radici neofasciste, ma gli allarmismi “di convenienza” rischiano di banalizzare l’antifascismo e fanno il gioco delle destre

Il 25 settembre ha vinto un governo di destra alle elezioni politiche, con una chiara maggioranza del partito Fratelli d’Italia, a guida Giorgia Meloni. Postura e contenuti programmatici di questo partito sono senz’altro conservatori e di destra più che di centro. La sua storia, così come quella della leader, porta con sé l’eredità nostalgica di quello che è stato il Partito nazionale fascista e ne ha sempre ripreso, almeno in parte, simbologie e richiami sloganistici. Anche il piglio da “destra sociale” non è estraneo a quella tradizione, o almeno ai suoi albori: i fasci nascevano proprio da un’impostazione nazionalpopolare legata ad alcune frange del socialismo rivoluzionario.

Queste vicinanze non sono mai state troppo oscurate, complice il fatto che, storicamente, il nostro paese non ha mai realmente fatto i conti con il fascismo. Claudio Pavone ha parlato di una sorta di “Continuità dello Stato,” che a partire dalla Prima Repubblica si è reiterata culturalmente e materialmente. Ciò è avvenuto in molti modi: attraverso una non condanna netta di ciò che era stato il fascismo; con il mantenimento dei ruoli di molte figure ad esso legate nelle strutture dello Stato fascista anche durante la Prima Repubblica; con il mantenimento di leggi e codici fino a epoche recenti, a partire da quello di Pubblica sicurezza del 1931.

Inquieta questa vittoria elettorale proprio nell’anno del centenario della marcia su Roma, soprattutto perché rende probabile un’ulteriore normalizzazione o riabilitazione del fascismo nel dibattito pubblico. Partiamo infatti da un momento in cui i toni sono già estremamente polarizzati e in cui emergono il totale appiattimento della complessità dei fenomeni e una mancata condanna del fascismo, che ha portato a leggerlo come regime meno violento di quello che è stato, implicandone una rivalutazione nel discorso pubblico e legittimando partiti apertamente neofascisti o comunque molto vicini a quel tipo di discorso politico. C’è stata una forte rimozione storica delle violenze fasciste, che non è stata un’operazione strategica e volontaria ma che è andata di pari passo alla costruzione decennale del mito degli “Italiani brava gente” e a  una sorta di “parificazione delle responsabilità.”

Dirimente è il caso delle foibe e la decisione di istituire un Giorno del ricordo a ridosso del Giorno della Memoria con un’implicita tendenza all’assimilazione che si lega anche a una ripresa di terminologie come “genocidio” e “pulizia etnica.” Questa tendenza risponde all’affermarsi di una narrazione sempre più ricorrente nell’uso politico, che propende verso un’equiparazione tre le foibe e la Shoah, senza ad esempio mettere a tema l’enorme quantità e la sconcertante brutalità dei campi fascisti sul confine orientale. È oggi fondamentale il lavoro che stanno facendo alcuni storici – tra cui Carlo Greppi ed Eric Gobetti – curando pubblicazioni e organizzando iniziative.

Parlare solo di “ritorno dei fascisti” è una semplificazione

Non aver fatto i conti con le proprie responsabilità nazionali ha creato un terreno fertile per il radicamento di un forte discorso nazionalista e conservatore. Va però detto che, riconosciuti i legami e l’implicita rilegittimazione sociale del fascismo attraverso l’affermazione politica della destra estrema, appiattire questa vittoria sul pericolo del “ritorno dei fascisti” conduce di nuovo a un eccesso di semplificazione. Infatti, l’ascesa politica dei partiti di estrema destra, in Italia – ma più in generale nel mondo occidentale –  è conseguenza di una crisi organica e di lungo periodo. Di fronte ai mutamenti epocali che si sono legati ai processi di globalizzazione, frammentazione della sovranità, declino dei partiti di massa, delle ideologie e delle relative visioni del mondo – con evidenza dal crollo del muro nel 1989 – si è aperto un vuoto che si è intrecciato all’affermarsi della forza egemonica del mercato e dell’impostazione neoliberista dell’economia. Ciò è avvenuto mentre i programmi di partito diventavano inesorabilmente sempre più vaghi e confusi, simili a destra e sinistra e potenzialmente pronti a essere riarticolati secondo strategie governative di coalizione che sembravano rispondere più che altro a logiche di marketing

Se pensiamo al Pd, al governo negli ultimi dieci anni, non si possono non sottolineare alcuni passaggi come: il ruolo nel Governo Monti con l’approvazione della Riforma Fornero; il governo Renzi e riforme come Buona Scuola e Jobs Act, che hanno introdotto alternanza scuola lavoro e abolito l’articolo 18; l’approvazione decreti Minniti con il governo Gentiloni, che hanno levato tutele ai richiedenti asilo e moltiplicato i CPR, mentre si stipulavano e rinnovavano gli accordi con la Libia; l’alleanza con il M5S, durante la quale la spesa militare è passata da 21 a 25 miliardi. Ogni ragione sociale di un partito di sinistra si è frantumata all’interno del Pd, maggiore riferimento mainstream. A fronte di questa perdita delle proprie radici sociali e proposte politiche, anche la critica alle destre è stata soprattutto giocata nei termini del “meno peggio” e dell’allarmismo neofascista, quando conveniva: anche ai tempi dell’ingresso di Alleanza Nazionale al governo con Berlusconi, la retorica antifascista utilizzata dai media del centrosinistra era stata molto allarmistica. Tuttavia, quando Fini ha rotto con Berlusconi aprendo al governo Monti promosso da Unione europea e Banca centrale europea, da presunto nuovo Duce è diventato eroe della democrazia liberale. 

La critica alle destre è stata soprattutto giocata nei termini del “meno peggio” e dell’allarmismo neofascista, quando conveniva

Queste scelte retoriche, evidenti anche in questa campagna elettorale, hanno soprattutto contribuito all’ascesa delle destre, continuando a legittimare una semplificazione del fascismo e dell’antifascismo come “retorica di convenienza” e facilitando la “vittimizzazione” della destra come oggetto di “false accuse.” Questo tipo di gioco propagandistico ha “personalizzato le accuse di fascismo” e non ha assolutamente aiutato a fare i conti con le eredità collettive fasciste che permeano ancora, prima di tutto, cultura e società italiane, eternamente deresponsabilizzate, prima e dopo Giorgia Meloni.

Nel gioco propagandistico sono successe anche altre cose. Si sono nuovamente sviluppati meccanismi per esporsi al pubblico che trovano le loro radici storiche nell’Ottocento, agli albori della rappresentanza: l’accento sul popolo come Uno e l’appello diretto a questa unità, la spettacolarizzazione della politica, l’assimilazione a figure carismatiche, il plebiscitarismo. Questi strumenti vengono usati oggi sia dalle classi di governo sia dalle forze politiche che si pongono come alternative e rispondono alla domanda sociale di nuovi riferimenti politici, presentandosi come non compromessi con l’establishment e parlando con la lingua dell’immediatezza. 

Così è stato per il M5S, così è per Fratelli d’Italia. In nessuno dei due casi si esce dal cluster delle classi dirigenti e dalla grande cornice dell’assolutismo neoliberale e neoliberista. Forse, come nota Stefano Azzarà: “Più che di fronte a un processo di fascistizzazione siamo in presenza di una dinamica di concentrazione del potere che sulle ceneri della democrazia moderna sta vivendo nuove forme postmoderne di Bonapartismo, che è semmai la conseguenza della mancanza di alternative strategiche a un liberalismo assoluto che occupa tutto il campo politico. Il vero pericolo del fascismo viene oggi, invece, da una possibile fascistizzazione delle relazioni internazionali, perché l’Occidente cerca di risolvere una volta per tutte la questione coloniale rendendola un conflitto di civiltà che tenga conto della guerra totale e della conseguente mobilitazione totale delle nazioni coinvolte.”

 


Olimpia Capitano è dottoranda in studi storici all’università di Teramo e autrice del libro Livorno 1921. Dentro e oltre la Classe operaia (4Punte, 2021). Si occupa di storia politica italiana e di storia sociale del lavoro in prospettiva di genere, con particolare attenzione alla storia del lavoro domestico. Seguila su Instagram

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