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Cosa resta della diossina

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Alcuni fusti di scorie hanno fatto una fine non chiara, fra traffico internazionale di rifiuti, siparietti con macellai francesi e manager svizzeri. Ma Seveso come vive la propria eredità e la presenza delle vasche di contenimento per la diossina sul proprio territorio?

Il 17 giugno 1985 a Basilea vengono distrutti 41 barili pieni di TCDD provenienti da Seveso. Partiti dalla Brianza il 10 settembre del 1982, tre anni prima, sono i quarantuno fusti di diossina asportata dal reattore dell’ICMESA. La storia di quel carico diventa subito uno dei misteri più incredibili di tutta la vicenda. Il commissario dell’emergenza Seveso, Luigi Noè, li fa partire in gran segreto, di notte, e nei giorni seguenti dice di non sapere dove sono diretti, che solo la La Roche ne è al corrente.

Quindi il camion con questi rifiuti estremamente tossici parte. A dire il vero Noè lo segue, almeno fino a dopo Ventimiglia, fino a quando il carico supera la frontiera con la Francia. Poi iniziano i problemi. Quando varcano il territorio francese i barili vengono affidati ad un personaggio che dovrebbe essere già esperto di smaltimenti.

Bernard Peringaux è il proprietario della Spedildec, ditta di Marsiglia che si occupa di far sparire le sostanze tossiche e dalla reputazione poco trasparente. Serpeggiano voci di una possibile affiliazione dell’imprenditore ai servizi segreti francesi. Peringaux è presente a Meda quando le polveri rimaste nel reattore esploso vengono caricate sui barili. Poi però, varcato il confine francese, il camion scompare e nessuno sa dove è finito.

L’unica comunicazione viene fatta arrivare alla Givaudan dal proprietario della Spedildec, che dice di aver smaltito tutto, questione risolta. Peccato che anche agli svizzeri non dice dove. I fusti con all’interno la diossina scompaiono per nove mesi. Come è stata possibile una cosa del genere? E soprattutto, tutti si chiedono, dove è stata nascosta quella diossina?

I fusti vengono ritrovati nella remota località francese di Saint Quentin, il 19 maggio 1983. O almeno così sembra. È un macellaio di un paesino chiamato Anguilcourt Le Sart, 300 abitanti, ad accorgersi che davanti alla sua attività sono depositati dei grossi contenitori simili a quelli che tutti stanno cercando.

Ma sono davvero i barili usciti dall’ICMESA? Come è possibile affidarsi alle parole di un macellaio su una questione così delicata? L’unica voce affidabile sarebbe quella di chi effettivamente ha visto il carico uscire da Meda: il commissario per l’emergenza. Noè però non viene mai convocato sul posto, nessuno si premura di chiedergli di verificare la larghezza, il colore, i materiali di cui sono fatti questi barili.
A Basilea si tirano fuori i 41 fusti pronti per essere inceneriti. Già i giornalisti più attenti però se ne accorgono: quelli che la Roche sta mostrando non sono i 41 fusti partiti da Meda. Il loro diametro è passato da 56,5 centimetri a 60 centimetri. Si sono ristretti di 3 centimetri e mezzo, e pesano 20 quintali in più rispetto agli originali. Molti ambientalisti avevano già avvertito della possibilità che la Roche mentisse in questa occasione; e infatti.

La fine di questa vicenda non è mai arrivata, neanche dopo la messa in scena del 17 giugno. Dopo tutti questi anni abbiamo gli elementi sufficienti per dire come sono andate le cose? Insomma, tutta la diossina contenuta nei 41 barili dove è finita? Questo è paradossalmente uno dei misteri per cui si è più vicini a una soluzione.

Ormai la tesi più accreditata è che la diossina sia stata smaltita in una discarica della Germania Est. Marzio Marzorati racconta “quando ero assessore vennero i tedeschi perché nell’89 il muro di Berlino cadde e iniziarono ad aprire gli archivi, in essi apparì questa consegna di barili che venivano da Seveso in una discarica della Germania dell’Est”.

E oggi cos’è rimasto di questa storia? La diossina è ancora un tema che divide in Brianza e soprattutto a Seveso. L’ultima polemica risale ai mesi scorsi, con le dimissioni dell’ex sindaco di Seveso Allievi e il rimpallo di responsabilità sullo stato delle vasche di contenimento delle scorie della zona A. Mentre sullo sfondo si staglia la vicenda della Pedemontana lombarda, che dovrebbe essere realizzata proprio in quei territori.

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