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“Non siete stati ancora sconfitti,” in Egitto, è il manifesto politico di una generazione 

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in copertina, foto CC BY-NC-SA 2.0 lokha

Alcuni lo chiamano il Gramsci d’Egitto: Alaa Abd el-Fattah è stato incarcerato dai governi di Mubarak, Morsi e di al–Sisi. Con “Non siete stati ancora sconfitti” hopefulmonster editore porta in Italia per la prima volta il pensiero del blogger della rivoluzione di piazza Tahrir

Se tra le mura del carcere di Tora e dell’attuale complesso di Wadi al-Natrun, dove è stato trasferito lo scorso 18 maggio, le idee di Alaa Abd el-Fattah continuano a riecheggiare forti, anche al di fuori del carcere le sue parole passano di mano in mano, di lettore in lettore. 

Il suo libro “You Have Not Yet Been Defeated” (tradotto dall’arabo all’inglese da Fritzcarraldo Editions) è un vero e proprio manifesto politico che incarna la forte determinazione di Alaa di rendere l’Egitto un paese più libero. Non siete stati ancora sconfitti è la prima traduzione in italiano degli scritti di Alaa Abdel Fattah, pubblicata da hopefulmonster editore nella collana La stanza del mondo curata da Paola Caridi e tradotta da Monica Ruocco.

Entrato per la prima volta in prigione a 25 anni nel 2006, quando le autorità egiziane lo arrestarono durante una manifestazione pacifica al Cairo, Alaa Abd el–Fattah è un blogger egiziano ed è uno dei simboli della rivoluzione di piazza Tahrir del 2011. Con i suoi scritti ha ispirato una generazione intera, che da anni combatte contro le violazioni sistematiche dei diritti umani da parte dei governi egiziani.

Dopo il primo arresto ne è seguito un secondo nel 2011 a seguito di Tahrir, poi ancora una volta nel 2013, nel 2015 e un’ultima volta nel 2019, sei mesi dopo la precedente scarcerazione. Nel 2021 oltrepassato l’ormai consueto — da parte delle autorità egiziane — periodo di detenzione preventiva, è stato condannato a 5 anni. Incarcerato dai governi di Hosni Mubarak, Mohamed Morsi, e Abdel Fattah al-Sisi, senza distinzioni, ad el-Fattah è stata comunque negata la piena libertà anche quando si è trovato fuori dal carcere, dovendo, per esempio, sottostare a un obbligo di permanenza in una caserma della polizia per 12 ore al giorno. El-Fattah ha di fatto trascorso gli ultimi sette anni in una cella, maltrattato e privato anche dei libri, con una sola visita al mese. Dal 2 aprile scorso è in sciopero della fame, e nonostante il recente ottenimento della cittadinanza inglese il suo rilascio sembra ancora lontano.

Il suo testo si colloca all’interno di una ricca tradizione di “letteratura carceraria” egiziana in cui pensatori islamisti e laici, socialisti e liberali, vittime della politica repressiva dei vari regimi egiziani, da Nasser in poi, descrivono una società civile e una generazione che non vuole lasciarsi nuovamente sconfiggere. 

El-Fattah ha inventato insieme alla moglie Manal Hassan gli aggregatori di blog Manalaa.net e Omraneya, che a partire dal 2005 riportarono al centro il tema della libertà di espressione in Egitto, sei anni prima della rivoluzione di piazza Tahrir. Per questo è considerato il padre dei blog egiziani. 

Considerevole nella formazione e nell’attivismo di el-Fattah il background della sua famiglia, Abdel Fattah-Soueif. Il padre, Ahmed Seif, fu imprigionato due volte sotto il presidente Anwar al Sadat e altre due sotto Hosni Mubarak. Durante la prigionia fu torturato con scariche elettriche e gli furono rotte le braccia e le gambe. Nonostante ciò è riuscito a laurearsi in legge nel carcere dove stava scontando una pena di cinque anni. Uscito di prigione, ha fondato l’Hicham Mubarak center diventando uno dei più noti e rispettati avvocati per i diritti umani in Egitto. Anche la madre, Laila Soueif, è docente di fisica e attivista.

Il volume comprende estratti di interviste televisive, considerazioni personali, dialoghi con amici pubblicati dal giornale indipendente egiziano Mada Masr, collaborazioni letterarie con poeti e lettere scritte su pezzi di carta in carcere. Ma anche le sue famose dichiarazioni al magistrato: non avendo più modo e occasione di scrivere in cella, l’intellettuale approfitta di questa occasione in cui gli viene data la parola per dare spazio a denunce puntuali del sistema giudiziario e riflessioni politiche. Il libro raccoglie inoltre numerosi post Facebook e Twitter (@alaa) dove il blogger era solito diffondere il suo grido di libertà. 

Il testo, oltre a ripercorrere dieci anni di lotte e a mappare le evoluzioni del Paese a partire dalla Primavera araba, è anche ricco di vere e proprie proposte politiche per cambiare l’Egitto: el–Fattah sostiene non ci sia via di salvezza alla crisi dell’intera nazione se non attraverso un cambiamento politico che parta dai vertici del sistema. In merito a ciò teorizza “sette percorsi del cambiamento” e altrettanti ostacoli. Tra i percorsi fa riferimento ad interventi di varia natura che possano portare ad una transizione democratica del paese: la morte naturale del dittatore, le influenze della diplomazia straniera, le insurrezioni popolari e la costituzione di movimenti rivoluzionari organizzati. A questa via – secondo el-Fattah – si contrappone però lo spettro di gravi crimini che, nella storia del paese, sono sempre stati visti come timore da tutti coloro che auspicano il cambiamento e la riforma: il crimine del massacro, dei campi di detenzione, dell’abbandono dello Stato di diritto e della campagna del Sinai, in merito alla marginalizzazione degli abitanti del Sinai con una conseguente profonda divisione della società.

El Fattah, sin da subito, è il volto e il megafono di 60mila prigionieri che, secondo una stima di Human Rights Watch, sarebbero rinchiusi nelle carceri egiziane, a testimonianza del fatto che l’attuale regime del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi sia ancora terrorizzato dalla memoria del gennaio 2011. Per tutto il decennio trascorso dalla rivoluzione, le prospettive per la sinistra in Egitto non sono state favorevoli viste la diffusa repressione dell’opposizione. È in questo contesto repressivo che Alaa Abd el–Fattah scrive, come uno dei critici più persistenti dello stato autoritario egiziano, tentando di difendere l’eredità della rivoluzione contro i suoi detrattori e di testimoniare il continuo uso della violenza da parte del suo governo per sopprimere le voci dissonanti. 

Da molti recentemente el-Fattah è stato definito il Gramsci d’Egitto e nella prefazione, Paola Caridi spiega quanto lo stesso Gramsci — spesso citato nei suoi articoli — conti per il blogger egiziano. Lo stesso el-Fattah ha da sempre considerato il Gramsci del concetto di egemonia, in particolare riferendosi al primato della società civile su quella politica, e del confronto sociale un pensatore a cui attingere per la sua rivoluzione. 

La rivoluzione di cui è protagonista El-Fattah passa anche e soprattutto attraverso internet. È stata una delle prime persone in Egitto a iniziare a utilizzare Facebook e Twitter per quello che in seguito sarebbe diventato noto come citizen journalism. Il web ha fornito agli attivisti comunità e anonimato, due armi contro uno stato pronto a sopprimere l’opposizione. L’attivismo online, come si evince dal testo, sta molto a cuore a el-Fattah. Il libro infatti presenta anche “consigli per rivoluzionari” che era solito pubblicare sul suo blog oppure in vari articoli su Al-Shorouk o Mada Masr. Alcuni suoi articoli, scritti per il Guardian, sono stati tradotti anche dal Corriere della Sera.

In virtù di ciò, è spesso stato descritto come un “rivoluzionario digitale”, dai suoi sostenitori all’interno e all’esterno dell’Egitto, per i notevoli sforzi volti a promuovere il citizen journalism online. Per un’intera generazione di egiziani che sono diventati maggiorenni nell’era post rivoluzionaria, el–Fattah è stato un emblema del dissenso politico. Ha notoriamente documentato la rivoluzione di gennaio 2011 pubblicando video sui social media e bloggando sulla miriade di proteste che hanno avuto luogo in seguito. Molti post sono stati riportati anche nell’edizione italiana del libro. Nonostante sia stato arrestato numerose volte prima e dopo la rivoluzione, el–Fattah ha continuato a scrivere e condividere informazioni sugli abusi compiuti per mano dello stato egiziano, con lettere dal carcere — quando gli venivano concesse – poi raccolte in alcune pagine del suo libro dalla madre e dalle sorelle. 

Quando analizza l’impatto di internet sulle sue campagne — El-Fattah si rivolge al lettore, e sulla base della sua esperienza personale lo invita a prestare attenzione e ad agire: “Le mie affermazioni online vengono spesso usate contro di me nei tribunali e nelle campagne diffamatorie, ma non è questo il motivo per cui vengo perseguitato. Vengo perseguitato per la mia attività offline. Il mio defunto padre ha scontato una pena simile per il suo attivismo prima che esistesse una rete. Ciò che Internet ha veramente cambiato non è il dissenso politico, ma il dissenso sociale. Dobbiamo proteggere Internet in quanto spazio sicuro dove le persone possono sperimentare generi e identità sessuali, capire cosa vuol dire essere gay, madre single, ateo o cristiano in Medio Oriente. Ma anche cosa vuol dire essere nero e arrabbiato negli Stati Uniti, essere musulmano e ostracizzato in Europa […]”

Attraverso i saggi cronologicamente organizzati, il lettore ha un’idea di come la voce di el-Fattah cambi mentre la sua prigionia continua e il mondo che lo circonda appare ancora più impermeabile al cambiamento. L’intrecciarsi degli eventi personali con quelli di denuncia di una condizione più generale rispecchia come la stessa rivoluzione di piazza Tahrir sia stata sia un’esperienza personale che collettiva.

L’attenzione all’esperienza personale non è quindi semplicemente una caratteristica peculiare dello stile espressivo di el-Fattah; è la testimonianza del fatto che, in Egitto, i confini tra il personale e il politico non siano rispettati dalle autorità pubbliche. Ad esempio, non è raro che la polizia egiziana fermi le persone all’aeroporto del Cairo per alcune ambiguità presenti nei loro account Facebook. Di fatto, gran parte delle accuse, come nel caso di el-Fattah e dello stesso Patrick Zaki, partono da post sui canali social. 

Non mancano riferimenti ad avvenimenti al di fuori dell’Egitto ma, secondo il blogger, strettamente interconnessi alla vita del suo paese. Per el-Fattah, le lotte internazionali in tutto il Sud del mondo sono un’occasione di confronto. La Palestina, in particolare, compare costantemente nei suoi scritti, dove ricorda quanto la causa palestinese sia strettamente intrecciata con il movimento anti-regime in Egitto. In un’intervista di Democracy Now! del marzo 2014, confronta le tattiche delle forze armate israeliane ed egiziane: “È quasi come se stessero copiando dagli israeliani. In realtà sradicano gli ulivi, demoliscono le case. Quando avviene un attacco contro i militari, vanno a demolire le case delle famiglie che sono legate alle persone che accusano dell’attacco.” Nel 2018, il New York Times ha pubblicato un articolo che espone le operazioni segrete tra l’esercito egiziano e israeliano; tali rivelazioni mostrano che il confronto tra i due regimi denunciato da el-Fattah non sia alquanto superficiale.

Alaa Abd el–Fattah dal carcere continua, attraverso lo sciopero della fame, a denunciare le disumani condizioni di detenzione. Il 28 maggio è cominciato anche un digiuno a staffetta promosso da Amnesty international Italia (per partecipare si può visitare Invisible Arabs, il blog della giornalista Paola Caridi), a cui ha partecipato anche lo stesso portavoce nazionale Riccardo Noury in solidarietà con Alaa Abd el–Fattah. 

Gli scritti di el-Fattah, il Gramsci digitale, sono un appello a non arrendersi alla repressione di routine, sistematica, dei vari governi egiziani contro gli oppositori politici, negli anni definiti dei veri e propri prigionieri di coscienza. “Non so se la rivoluzione sia finita o meno. La rivoluzione è un processo storico. Quando dico sconfitta intendo nel senso di una battaglia. Ma continueremo ad esistere, e poiché continueremo ad esistere, continueranno ad esserci altre lotte,” scrive el–Fattah, nel tentativo di instillare nei lettori e nei tanti egiziani, che si trovano nella sua stessa condizione, la forza d’animo per le lotte presenti e future.

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