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Draghi non ci mancherà, il salario minimo sì

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La caduta del governo e l’inizio della campagna elettorale rendono infattibili numerose misure urgenti, a partire da un vero salario minimo legale. Ne parliamo con Rosa Fioravante, ricercatrice per il dottorato di Global Studies dell’Università di Urbino

Il congelamento della crisi della settimana scorsa non è servito a niente, e alla fine Mattarella ha dovuto accettare di sciogliere le camere per andare al voto anticipato: le elezioni si terranno in un giorno solo, il 25 settembre, dalle 7 alle 23. Nonostante la rottura del centrodestra, il governo dovrà cercare di ritrovare un funzionamento: l’attuale esecutivo rimarrà in carica per l’ordinaria amministrazione, ma si tratta di ordinaria amministrazione dai confini molto ampi, che permetterà al governo di rispondere alle necessità causate dall’inflazione, dalla guerra, e dalla pandemia — e ovviamente sorvegliare l’implementazione del Pnrr. 

Ieri Draghi si è presentato alla Camera prima di andare a rassegnare le dimissioni e si è commosso per l’applauso del governo e di molti parlamentari. La dinamica degli eventi del giorno precedente resta ancora poco chiara — soprattutto continua a non essere chiari gli intenti dello stesso Draghi: i toni duri del discorso al Senato facevano pensare che Draghi stesso cercasse lo strappo, ma un retroscena di Repubblica racconta un’altra storia. Draghi avrebbe cercato più volte di raggiungere Silvio Berlusconi al telefono per cercare di far rientrare la crisi — vedendosi rifiutato il colloquio ripetutamente da Licia Ronzulli, mentre Enrico Letta — di gran lunga il leader di partito più vicino al presidente del Consiglio — lavorava per cercare di convincere Conte e il M5S a votare la fiducia, scenario che sarebbe poi definitivamente naufragato dopo la replica in Senato di Draghi. Se questa ricostruzione fosse confermata — e l’uscita di Brunetta, Carfagna e Gelmini da Forza Italia le danno parzialmente credibilità — si configurerebbe uno scenario di una crisi grottesca, in cui tutte le parti hanno tirato troppo la fune, certe che dall’altra parte ci sarebbe stato un cedimento.

La crisi scomposta di questi giorni ha effetti immediati e durissimi sulle prossime elezioni. Enrico Letta ieri ha speso parole pesanti contro il Movimento 5 Stelle, dicendo che l’accordo tra i due partiti “difficilmente sarà ricomposto.” La dose è stata poi rincarata dai renziani rimasti nel partito — Alessandro Alfieri, coordinatore di Base riformista, la corrente di Guerini, ha dichiarato che “la prospettiva si costruisce con chi vuol continuare con l’agenda Draghi e ieri il voto è stato uno spartiacque.” Dal canto suo, Giuseppe Conte invece ha lasciato la porta aperta, ma ovviamente con qualche condizione: “Noi siamo una forza progressista, perché guardiamo alla giustizia sociale e alla transizione ecologica. Chi vuole lavorare su questi temi può confrontarsi con noi, poi spetterà al Pd scegliere.” Una defezione apparentemente più definitiva al campo largo è quella di Calenda, che in un’intervista a Repubblica praticamente se ne chiama fuori, dicendo che non solo non vuole condividere un’alleanza con il Movimento 5 Stelle, ma nemmeno con “persone come Nicola Fratoianni o come Angelo Bonelli” e, ovviamente Luigi Di Maio: “Io a fare l’ammucchiata contro i sovranisti non ci sto.” Insomma, la grande coalizione progressista — che, certo, finora esisteva solo sulla carta — e che arrivava solo a un paio di punti percentuali distaccata dal centrodestra, sembra essere a pezzi, e lascia le forze progressiste a più di 15 punti dal centrodestra unito.

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In copertina, elaborazione foto Quirinale.it

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