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“Siete pronti?” (Per le elezioni)

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in copertina, foto CC BY-NC-SA 3.0 IT presidenza del Consiglio dei ministri

Mario Draghi si è dimesso dopo non aver saputo gestire una crisi politica che ha dato al centrodestra la scusa perfetta per staccare la spina al suo governo

Aprendo un’altra giornata difficile per la politica italiana, Mario Draghi ha appena annunciato alla Camera che andrà al Quirinale per comunicare le proprie dimissioni. Ieri il presidente del Consiglio si era presentato al Senato con un discorso durissimo, il cui unico esito possibile era proprio quello che ha ottenuto. Nel discorso, che non ha menzionato mai direttamente i partiti con cui era in rotta, erano però presenti diversi riferimenti espliciti alla Lega — in particolare riguardo al supporto di Salvini alle manifestazioni dei tassisti, Draghi ha chiosato che voleva un “sostegno convinto all’azione dell’esecutivo, non un sostegno a proteste non autorizzate, e talvolta violente.” La Lega ha colto la palla al balzo e, forte di un accordo con Forza Italia siglato la sera prima, ha presentato una risoluzione irricevibile per Draghi, e probabilmente per gli altri partiti della coalizione: la fiducia ci sarebbe stata solo per un governo di “discontinuità,” senza il Movimento 5 Stelle. Poche ore dopo il discorso, forse dopo che Draghi si era reso conto di aver forzato troppo la mano al Senato, fonti di Palazzo Chigi hanno specificato a Adnkronos che nel discorso del presidente del Consiglio non erano presenti attacchi ai partiti, ma “solo una roadmap” delle riforme da completare. In realtà, quando ha ripreso la parola per la replica, Draghi non ha ammorbidito particolarmente i toni, dicendo: “Siete voi che decidete, quindi niente richieste di pieni poteri, va bene?” Il presidente del Consiglio, commentando che “non ha mai messo in discussione la democrazia parlamentare,” ha posto così la fiducia su una risoluzione presentata da Casini, che leggeva, nella propria totalità: “Il Senato, udite le comunicazioni del Presidente del Consiglio, le approva.”

Si è risolto così lo stallo alla messicana che si era creato nei giorni scorsi: il centrodestra aveva sostanzialmente chiesto a Draghi di scegliere se fare un governo con loro o con il Pd e il M5S — con cui però i rapporti si erano ovviamente deteriorati dall’inizio della crisi — e Draghi ha risposto rimanendo della propria posizione, senza però fare nessuna concessione, a sua volta, alle richieste di Conte, anzi, tornando a menzionare i presupposti “effetti negativi” del reddito di cittadinanza sul mercato del lavoro. Tecnicamente il governo non è caduto, perché Forza Italia, Lega e Movimento 5 Stelle non hanno votato: il governo ha ottenuto la fiducia con solo 95 sì, quelli del Pd, di Liberi Uguali, di Insieme per il futuro — la neonata formazione di Luigi Di Maio — e del centro di Toti. Ora la decisione sul da farsi torna nelle mani di Mattarella, che si confronterà con Fico e Casellati. Da giorni si parla di elezioni anticipate, tra fine settembre e inizio ottobre.

L’esplosione definitiva della crisi di governo ha lasciato disarmata la platea politica e mediatica che in questi giorni si era schierata dalla parte del presidente del Consiglio. Enrico Letta si è spinto a commentare che “in un giorno di follia il Parlamento decide di mettersi contro l’Italia” (!), un sentimento raccolto da diverse testate: Repubblica titola “L’Italia tradita,” mentre la Stampa si limita a denunciare: “Vergogna.” Secondo Matteo Renzi “da domani nulla sarà come prima,” mentre il ministro Speranza commenta che “gli interessi di parte hanno prevalso su quelli dell’Italia.”

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