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Perché lo ius scholae non basta

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in copertina, foto via Facebook / Lega Braccianti

Si tratta di un passo avanti, sì, ma il dibattito italiano si è arenato sui giovani stranieri, quando invece ci sono anche milioni di lavoratori a cui non sono riconosciuti i diritti — in primis, il voto — nonostante contribuiscano come tutti gli altri al bilancio del paese

Il parlamento italiano sta finalmente muovendosi per modificare l’attuale legge sulla cittadinanza in modo da risolvere alcune notevoli storture e ingiustizie. La proposta, com’è noto, si chiama Ius scholae e prevede di offrire la cittadinanza ai minori nati in Italia figli di stranieri — o arrivati in Italia entro i dodici anni — che abbiano risieduto nel paese legalmente e senza interruzioni, dopo aver frequentato per almeno cinque anni uno o più cicli scolastici, o percorsi professionali tri/quadriennali. Oggi, invece, in Italia si applica il cosiddetto Ius sanguinis, un principio secondo cui è italiano chi è discendente di un cittadino italiano, anche se non risiede nel paese.

L’idea ha causato l’ira della Lega e di Fratelli d’Italia, che hanno promesso di ostruire l’iter della legge in Parlamento o — nonostante, secondo diversi sondaggi, anche il loro elettorato sia tutto sommato favorevole alla proposta. La destra passa da attacchi xenofobi al puro benaltrismo, sostenendo che al momento ci siano altre priorità. Invece, per il funzionamento del paese e della democrazia rappresentativa, è fondamentale affrontare la questione il prima possibile. E magari con una legge più avanzata e coraggiosa dello Ius scholae.

Il dibattito pubblico, infatti, oggi riguarda soprattutto i giovani stranieri che nonostante “si sentono italiani” o che “amano questo paese” e “non hanno mai conosciuto altro che l’Italia” sono di fatto ragazzi di serie b rispetto ai loro compagni di scuola italiani. Non avere la cittadinanza significa avere meno tutele sul piano legale, e molte più noie da risolvere — banalmente, se la propria classe decide di andare in gita all’estero, ottenere di poter viaggiare liberamente può essere un incubo, come ha dimostrato qualche giorno fa la vicenda di  Khaby Lame.

Gli stranieri emarginati in Italia non sono però solo i minorenni o i giovani di seconda generazione: sono anche tutte quelle persone che arrivano nel paese per lavorare nel settore edilizio, in quello della ristorazione, in quello agricolo, in quello della salute e in qualsiasi altro. La loro manodopera è addirittura richiesta dalle imprese stesse, come testimoniato dalla carenza dei lavoratori agricoli degli anni scorsi. Secondo dati ministeriali, esposti nell’XI rapporto “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia,” nel 2020 gli occupati stranieri in Italia erano 2,3 milioni, circa il 10% del totale.

Le persone di origine straniera non hanno alcuna rilevanza politica: non potendo esprimersi alle elezioni, non possono usufruire del principale canale di affermazione politica del sistema di democrazia rappresentativa italiano. Eppure queste persone spesso hanno dato prova, e danno prova, di grande vitalità politica: basta pensare alla presenza di lavoratori stranieri nei sindacati, soprattutto quelli di base, dove sono stati protagonisti negli ultimi anni di diverse lotte per i diritti dei lavoratori. Due settimane fa a Novara è stata dedicata una lapide ad Adil Belakhdim, il sindacalista dei Si Cobas travolto e ucciso durante uno sciopero a Biandrate, in provincia di Novara. 

Fingiamo di accettare uno dei capisaldi della retorica della destra:. spesso, per ostruire il dibattito verso leggi di cittadinanza più inclusive, partiti come Lega o FdI dichiarano che la cittadinanza debba essere “meritata,” oppure il frutto di una “scelta” — in ogni caso qualcosa che bisogna guadagnarsi. Sotto questo punto di vista i lavoratori migranti se la sono ampiamente guadagnata: diversi studi testimoniano che l’apporto economico dei migranti è fondamentale per il bilancio dello stato italiano, come fatto notare ad esempio dal direttore dell’Inps Tito Boeri nel 2017 — sollevando un vespaio di polemiche dalla destra, che sostanzialmente avrebbe voluto negare l’evidenza. 

Secondo il Dossier statistico immigrazione Idos, pubblicato a ottobre 2021 con elaborazioni risalenti al 2019, sommando le imposte locali con i contributi previdenziali e sociali si arriva a circa 17,9 miliardi di entrate per lo stato. I contributi Inps versati dagli stranieri, ad esempio, rappresentano il 6,5% dei contributi versati in Italia, e il bilancio per ora è ancora positivo — essendoci pochi lavoratori di origine straniera in pensione, lo stato per loro spende meno di quanto guadagna.  

Anche l’acquisizione stessa della cittadinanza rappresenta una piccola fonte di entrate per lo stato italiano: stimando una spesa media per la pratica di 200 euro, con 127 mila acquisizioni richieste nel 2019, lo stato ha incassato circa 25 milioni di euro. Potrà sembrare poco in termini assoluti, ma è una “tassa” molto pesante per gli stranieri, che prendono in media circa 8.000 euro all’anno meno di un italiano, per una media di 14.360 annui. 

Non è una novità che lo stato lucri su questo aspetto: è ancora più evidente per il rilascio dei permessi di soggiorno, che sono molti di più delle domande di cittadinanza. Stimando che almeno 1,1 milioni di permessi di soggiorno siano rilasciati in un anno, ognuno con un costo di circa 200 euro, si ottiene la cifra più sostanziosa di circa 250 milioni di euro annui. Questa cifra non include la pressione psicologica e i disagi a cui vanno incontro gli stranieri alle prese con queste pratiche — sono ben note le insensate e terrificanti code nelle questure di tutto il paese.

Entriamo ora nel dettaglio di una delle tasse più rilevanti per i contribuenti e per lo stato, l’Irpef. Gli stranieri versano in media 9 miliardi di euro di Irpef — si può dire che chi ha versato questi soldi ha diritto a decidere di votare la forza politica che fa una proposta a loro giudizio migliore su come spenderli? Tutta l’Irpef dichiarata ammonta 159,3 miliardi di euro. Contestualizziamo: andiamo a vedere invece quali sono le percentuali di evasione dell’Irpef sul lavoro autonomo. La cifra è esorbitante: per ogni euro versato, allo stato ne dovrebbero arrivare anche quasi due — viene evaso il 69,9% del totale. Secondo la logica della destra, gli stranieri che hanno versato regolarmente l’Irpef si dovrebbero meritare la cittadinanza di più della vasta platea di italianissimi evasori fiscali. O no?

È difficile fare stime precise, ma si può ricavare qualche esempio su base locale: su 170 mila tesserati della Cgil in Liguria, 20 mila sono stranieri. In provincia di Lecco sono circa 3.100, pari a circa il 18% del totale. Secondo Stranieri in Italia, nel 2019 il numero dei lavoratori stranieri iscritto a Cgil, Cisl e Uil ammontava al 9% del totale, una cifra che sale al 14,7% se si considera solo la popolazione lavorativamente attiva. Un sistema in cui una percentuale così rilevanti iscritti a un sindacato non ha un diritto di voto è per definizione diseguale e lesivo dei diritti di tutti i lavoratori. Mentre, com’è noto, un vasto numero di persone che non sono nemmeno mai state in Italia ma risiedono all’estero, per lo Ius sanguinis, hanno diritto di votare qui.

Se a tutte queste cose si somma anche l’aspetto umanitario e di pura giustizia sociale, il quadro è chiaro: lo Ius scholae, per quanto un passo avanti rispetto alla legge di oggi, è una proposta che non basta a risolvere le contraddizioni della società allo stato attuale. Nel paese resterebbero potenzialmente sempre due classi di persone: una più ricca con il diritto di voto e una più povera senza — un po’ come nell’Ottocento, prima dell’introduzione del suffragio universale, quando il diritto di voto andava in base al censo e votavano solo i ricchi. Per creare davvero un paese più equo e giusto, bisognerebbe avere il coraggio di offrire la cittadinanza, o almeno il diritto di voto, a chiunque versi le tasse e risieda in Italia per un periodo più limitato di tempo, anche solo per un paio d’anni — oltre, naturalmente, a chiunque nasca nel paese.

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