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La rotta dimenticata

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Migliaia di persone continuano a cercare di entrare nell’Unione europea attraverso la rotta balcanica, lontano dai riflettori e dall’attenzione dell’opinione pubblica. Ne abbiamo parlato con Luigi Tano e Marco Siragusa, co-autori del libro “Capire la rotta balcanica”

Secondo gli ultimi dati Frontex, pubblicati a maggio, tra gennaio e aprile 2022 circa 57.800 persone hanno attraversato illegalmente i confini esterni dell’Unione europea. Quasi la metà di questi ingressi — poco più di 27 mila — sono avvenuti attraverso la rotta dei Balcani occidentali, con un forte aumento (+130%) rispetto all’anno scorso. Lontano dai riflettori e dall’attenzione dell’opinione pubblica europea, diverse migliaia di persone si trovano ancora bloccate tra la Serbia e la Bosnia-Erzegovina, e quotidianamente tentano il pericoloso game, il “gioco” dell’attraversamento di confini sempre più presidiati e militarizzati. 

La storia della rotta balcanica, in estrema sintesi, è la storia di un corridoio umanitario che le autorità europee hanno cercato di sigillare a partire dal 2016, senza però riuscire mai a fermare l’afflusso di rifugiati — soprattutto siriani e afgani — che continuano a cercare di raggiungere l’Europa. La progressiva militarizzazione delle frontiere ha trasformato i Balcani occidentali in un “collo di bottiglia,” interessato da crisi umanitarie che ottengono ciclicamente l’attenzione dei media internazionali, specialmente in inverno, quando le condizioni di vita nei campi informali e nei boschi alla frontiera si fanno insostenibili, per poi sparire nuovamente dai riflettori. 

I numeri relativamente ridotti potrebbero permettere di uscire da una gestione puramente emergenziale del fenomeno, che resta invece la regola. “La crisi e le crisi che si sono succedute sono meramente artificiali, riconducibili alla mancanza di volontà politica da parte dell’Unione europea e degli stati balcanici,” spiega Luigi Tano, uno degli autori di Capire la rotta balcanica, appena uscito per Bottega Errante. Attraverso diverse chiavi di lettura e punti di osservazione — che danno il titolo ai capitoli: Asilo, Frontiere, Luoghi, Identità, Interazioni — il libro è una fotografia del fenomeno, e ricostruisce la storia della rotta balcanica e della progressiva chiusura delle frontiere esterne della “Fortezza Europa.”

“I riflettori si sono spenti anche perché a livello europeo c’è stato un arretramento complessivo dei partiti di estrema destra, e quindi dal punto di vista mediatico il tema delle migrazioni è finito in secondo piano: un anno fa prendeva fuoco il campo di Lipa e tutti i giornalisti erano lì a documentare la situazione, ora invece l’attenzione è scemata tantissimo,” aggiunge Marco Siragusa, che per il libro ha curato i capitoli Luoghi, insieme a Martina Napolitano, e Interazioni

Eppure i problemi restano in gran parte gli stessi: il nuovo campo di Lipa, inaugurato a fine 2021, presenta condizioni di vita migliori rispetto al precedente, ma è gestito sostanzialmente come una prigione e si trova a 24 chilometri da Bihać, il centro abitato più vicino. Per questo molte persone preferiscono accamparsi altrove, in luoghi più vicini al confine, da cui possono tentare più facilmente il “game.” Periodicamente, questi accampamenti vengono sgomberati con la forza dalla polizia bosniaca, e i migranti costretti a trasferirsi nel campo di Lipa, dove al momento si trovano circa 300 persone su 1500 posti disponibili. La realizzazione di hotspot sempre più isolati e fortificati, segue lo stesso modello “concentrazionista” anche al di qua del confine, in Grecia, come dimostra il nuovo campo realizzato a Samo.

Il nuovo campo di Lipa fotografato dagli attivisti di Linea d’ombra, via Facebook

Poche speranze di cambiamento

Dopo il 24 febbraio 2022 le istituzioni europee hanno attivato per la prima volta l’istituto della protezione temporanea per le persone in fuga dall’Ucraina, e molti osservatori hanno fatto notare il “doppiopesismo” degli stati dell’Unione, che mentre accoglievano a braccia aperte decine di migliaia di rifugiati ucraini hanno continuato a esercitare una politica di chiusura nei confronti dei migranti di altre nazionalità, per i quali non è cambiato nulla. “Le iniziative di accoglienza per i profughi ucraini non contraddicono il contesto complessivo di rafforzamento delle frontiere. Poco prima dello scoppio della guerra abbiamo visto cos’è successo al confine tra Polonia e Bielorussia,” commenta Tano. 

Tra i due paesi è stata ultimata proprio in questi giorni la costruzione dei primi 135 chilometri di una barriera posta lungo la frontiera. “Le politiche di accoglienza negli ultimi anni sono sempre state giocate sulla distinzione tra richiedenti asilo e migranti economici: gli ucraini sono accolti perché considerati veri profughi. Per capire quanto è arbitraria questa distinzione, basta pensare all’Afghanistan: durante l’evacuazione dell’aeroporto di Kabul gli stati europei hanno fatto gara ad accogliere i rifugiati afgani – gli stessi che contemporaneamente erano bloccati nei boschi della Bosnia o venivano rimpatriati da Germania e Paesi Bassi,” aggiunge Siragusa.  

Le speranze di un cambiamento complessivo delle politiche migratorie dell’Unione europea sono poche. A livello istituzionale, il dibattito sulla riforma del Trattato di Dublino sembra completamente arenato, anche se pochi giorni fa i ministri dell’Interno del gruppo “Med5” (che comprende Italia, Cipro, Grecia, Malta e Spagna) sono tornati a chiedere un nuovo patto europeo su migrazione e asilo che stabilisca un meccanismo di redistribuzione “automatico,” preso atto del completo fallimento dei meccanismi di redistribuzione dei richiedenti asilo su base volontaria. Pochi giorni dopo è stato annunciato un nuovo accordo tra 15 ministri dell’Interno dell’Unione, che dovrebbe prevedere un “meccanismo di solidarietà” automatico per la redistribuzione dei richiedenti asilo — è ancora da vedere, però, se sarà implementato o se farà la fine di altri accordi precedenti, come quello raggiunto a Malta nel 2019 e finora rimasto solo sulla carta.

Allo stesso tempo, sia il ministro greco Mitarachi che la sua omologa italiana Lamorgese si sono detti favorevoli all’allargamento dei canali legali di migrazione: per l’Italia è stato annunciato un nuovo “decreto flussi” che dovrebbe prevedere più di 70 mila ingressi, con la possibilità di coinvolgere anche i richiedenti asilo o le persone titolari di protezione umanitaria già presenti in Italia. Per quanto ci sia alla base, come sempre, un ragionamento utilitaristico — legato alla “fame di manodopera” di alcuni settori produttivi — può sembrare un timido cambio di passo verso una maggiore apertura delle frontiere europee.

“Dubito che si arrivi alla conclusione di un vero e proprio patto e alla riforma del sistema di accoglienza, anche perché non esistono, al momento, proposte alternative alla militarizzazione delle frontiere e alla logica ‘decidiamo noi chi e quanti farne entrare,’” commenta Siragusa. Tuttavia – aggiunge Tano – “ci sono dei tasselli che pian piano vengono cambiati, perché all’interno delle istituzioni c’è la consapevolezza che la migrazione sia un dato strutturale da gestire e regolare in maniera lungimirante.” Uno di questi tasselli è rappresentato dalle recenti dimissioni di Fabrice Leggeri, il direttore esecutivo di Frontex, travolto dagli scandali legati alla gestione del bilancio dell’agenzia e da diverse inchieste giornalistiche che hanno documentato il diretto coinvolgimento di Frontex in numerosi episodi di respingimenti illegali (pushback). È difficile, al momento, immaginare un cambio di politiche per l’agenzia, che nel corso degli anni si è trasformata in una sorta di braccio armato delle polizie di frontiera, con un budget lievitato da 6 milioni a oltre mezzo miliardo di euro. È altrettanto chiaro, però, che l’agenzia non può andare avanti così: l’ha fatto capire la direttrice ad interim Aija Kalnaja, dicendo che molti dipendenti di Frontex sono “traumatizzati” e che l’agenzia fa fatica a trovare nuovo personale per via della reputazione ormai distrutta dopo il caso Leggeri. 

“È significativo che la proposta di aprire alcuni canali di migrazione regolare, con tutti i limiti del caso, sia arrivata proprio in questi mesi, dopo lo scoppio della guerra, a conferma del fatto che le mutate circostanze possono favorire un tavolo di dibattito su questo tema,” conclude Tano. “Non so poi se si andrà fino in fondo, è anche difficile da prevedere. Ad oggi non è cambiato nulla: il contesto si presenta come estremamente disfunzionale a ragionare collettivamente sui fenomeni migratori e a gestirli anche tenendo fede, semplicemente, ai valori europei che sono scritti sui trattati.”

in copertina, foto CC BY-SA 3.0 Gémes Sándor/SzomSzed

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