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Costruire nuove parentele nella xenofamiglia del futuro

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tutte le foto di Davide Piro

Un altro modello positivo, diverso dalla “società nichilista senza nascite né legami” è possibile. Si chiama  xenofamiglia, iperfamiglia, superfamiglia. Perché sempre più giovani preferiscono la famiglia “scelta”? Ha risposto la “xeno” di Serpiolle, alle porte di Firenze

Progettare modalità abitative diverse affinché la casa coincida con gli ‘affetti stabili’ e non con i legami di sangue è l’obiettivo di molti giovani. Non esiste un concetto giuridico che riconosca l’importanza delle relazioni che si intessono al di fuori della parentela biologica.  Questo è proprio quello che abbiamo scoperto quando il governo ha tentato di indicare le persone care, il circondario più stretto a cui ognuno di noi attinge nei momenti di difficoltà come per esempio in una pandemia globale. 

L’affetto che si prova è spesso senza nome e per questo indimostrabile, quando non si ha una parola per descrivere un fenomeno quella cosa automaticamente non esiste.  Eppure, come ha detto Annalisa Camilli su Internazionale, “Di fronte a questa crisi sanitaria scopriamo quello che i più vulnerabili sanno da tempo: le relazioni, anche quelle irregolari o non riconosciute, spesso ci salvano la vita.” È quello che è accaduto in Via delle Masse sui primi colli di Firenze quando tre amici hanno preso una casa in affitto e hanno finito per vivere in nove. “A dire il vero è tutto nato per un colpo di fortuna. D’estate venivamo spesso alla casa del Popolo qua a fianco, si sta bene perché siamo a due passi da Firenze ma in collina, dove quando fa caldo è meno afoso.” Michele è uno degli inquilini di via delle Masse a Serpiolle, un quartiere sopra Careggi a Firenze, dove abita insieme a Federico, Francesco ed Ermanno. È una zona conosciuta ai più per l’ospedale anche se in passato è stata un posto pieno di ville e residenze estive delle famiglie nobiliari, proprio perché è molto vicina al centro città ma gode delle prime colline che la separano dall’umidità. “Eravamo tutti in una situazione da cui dovevamo uscire, alcuni di noi non avevano mai vissuto in autonomia, sentivamo la necessità di farlo ma nessuno di noi voleva farlo da solo, singolarmente. Così abbiamo visto questa casa, era perfetta perché rispondeva esattamente alle nostre esigenze e quindi l’abbiamo presa in affitto.” 

La casa è un terratetto elegante, si entra e c’è una scala con il corrimano in ferro battuto. Arrivati al pianerottolo c’è una porta a destra e una a sinistra. La casa in cui Michele abita assieme ai suoi amici  è il portone a destra: si entra in una cucina di modeste dimensioni ma piena di colori e di vita vissuta. Ci sono le foto di gruppo, la bandiera della Palestina, un calendario pornografico, delle campane tibetane, una lavagna con dei foglietti impilati a colonna con i nomi dei coinquilini e dei numeri: Ermanno 730, Bizzo 420, Fede 560, Michi 300, Arianna 390. Accanto ci sono appesi dei soldi da mesi in una busta slabbrata. I numeri sono i punti che indicano le stronzate che dicono e che fanno, quei soldi sono lì per qualche esigenza dimenticata. Da tre anni Michele, Federico e Francesco vivono assieme nell’appartamento. Dalla cucina si può salire al piano superiore, la scala è bordata dai volti di Fabrizio de Andrè, Bruce Springsteen, Guccini, Rino Gaetano. Alcune volte l’ordine cambia perché la classifica non è unanimemente condivisa, anche se Faber rimane l’indiscusso Dio per tutti. 

“Sicuramente se vivessi da solo farei molta più fatica a gestire tutte le parti che costruiscono la quotidianità. Mi peserebbe probabilmente cucinare tutte le sere per me.” Francesco è per tutti il Bizzo. Ogni gruppo costituisce il suo gergo interno, un codice di riconoscimento che fa riferimento a un sottotesto i cui riferimenti semantici sono appannaggio solo di chi ne fa parte. Per questo è difficile cogliere tutto quello che compone quella casa e capire cosa sia il Bizzometro uno strumento che serve a misurare il grado di felicità della casa attraverso una scala composta dalle espressioni del Bizzo. Stando ai valori che indica la freccia oggi c’è buonumore in casa. 

“Molti di noi sono entrati a far parte di questa famiglia dopo la fine di relazioni nucleari basate unicamente sulla coppia”

“Non nascondo che c’è anche un’esigenza economica che mi porta qui. Vivere completamente da solo significa pensare ad ogni minima spesa. Qui invece ogni cosa si ammortizza. E poi credo che quello che abbiamo provato a fare qui, questa comune o iperfamiglia, sia una risposta ad una situazione a cui la nostra generazione si troverà a rispondere sempre più spesso. Arrivati a trent’anni ci sono molti di noi che si ritrovano single dopo magari relazioni lunghe in cui avevano creduto e sperato di costruire anche un equilibrio abitativo.” È una persona che gli altri definiscono integerrima con una voce roca, quasi cavernosa. Ha un’intelligenza manuale che opera sapiente nella gestione della casa, conosce le concause del funzionamento degli oggetti. I serpiollini, gli abitanti della xenofamiglia di Serpiolle, hanno tutti dai 27 ai 31 anni, ragazzi che lavorano oramai da tempo dopo la fine delle scuole superiori o dell’università.   

“Non so se questo è un modello replicabile. Non saprei dirti cosa ha funzionato, cosa c’è stato di vincente che ci fa dire ‘io da qui non me ne andrei’. So però che molti di noi sono entrati a far parte di questa famiglia dopo la fine di relazioni nucleari basate unicamente sulla coppia. Eppure ho paura che proprio l’arrivo per qualcuno di un progetto con il proprio partner possa essere la minaccia a questa soluzione.” Francesco e Michele sottolineano più volte il dubbio che la loro iper-xeno-famiglia sia replicabile altrove. “Tutto questo è stato possibile perché siamo noi, persone specifiche con cui era già presente una forte chimica. La scommessa vincente è stata provare a viverla tutti i giorni.” Non c’è una vera critica alla famiglia nucleare, non c’è nessuna posa hippie nel loro stile di vita, non c’è un manifesto ideologico condiviso che li ha portati a vivere lì tutti insieme. Quello che si vede seduti al tavolo rotondo della cucina sono persone che si vogliono bene. 

Arianna invece è la ragazza Federico. Ha vissuto tutta la sua relazione all’interno del gruppo. È difficile dire chi faccia parte o meno di questa iper-xeno-famiglia, provare a perimetrarne i bordi è un esercizio quasi superfluo. Questa casa non è un luogo in cui l’esperienza di convivenza si esaurisce tra i coinquilini ma si ramifica e include anche i rapporti che il singolo intesse. “Credo che l’esperienza di Serpiolle abbia salvato la relazione tra me e Federico. Quando sei in due ogni cosa, a partire dalla fatica fisica alla stanchezza giornaliera fino all’ attenzione mentale, tutto si scarica sull’altro. Invece qui la cura è condivisa e questo significa responsabilizzare un gruppo e non individualizzare nel tuo partner tutto quello a cui pensi debba rispondere. Lo svolgimento della nostra vita si redistribuisce su più persone e non interessa solo il singolo’’. Interessa è una parola enantiosemica: significa contemporaneamente ‘importa’ e ‘riguarda’. Mentre scherzano che presto diventeranno gli zii adottivi dei loro figli, parlano di un upgrade che hanno in mente di fare, comprare una casa più grande nella zona con un campo da coltivare. “C’è da dire che gli spazi ogni tanto ledono la nostra intimità. La camera di Fede è molto vicina alla cucina e ogni tanto accusiamo la difficoltà di non avere più spazio per noi.” 

“Vogliamo mirare a case implementate fatte di laboratori condivisi, di strutture tecniche e media in comune”

Mentre Arianna parla Federico non c’è, è a lavoro, è un medico e stasera fa il turno di notte. Quando torna dice di crederci molto in questo modello che ha visto nascere. “Siamo partiti in tre e adesso in quella casa viviamo in cinque. Tre sono gli stabili, poi c’è Arianna che contribuisce in tutto e per tutto alla casa, anche economicamente. Poi va beh, quel disgraziato seduto lì ci siamo sentiti di toglierlo dalla strada per il suo bene” dice ridendo mentre indica Ermanno, un cardiochirurgo che nel fine settimana torna da Massa dove lavora. È tangibile l’affetto che Federico ha per questo gruppo, per il clima che si è creato, per la cura che li tiene insieme. È forse il più ideologico del gruppo, quello che vede le trame di un sottotesto politico in quello che stanno creando. Il poster di Orso, il partigiano fiorentino partito per andare a combattere la causa curda contro l’esercito di Erdogan l’ha appeso lui. Lorenzo Orsetti era di Rifredi, il quartiere adiacente a Serpiolle. 

La casa di via delle Masse assomiglia a una cuccia, al piano terreno ci sono gli spazi di condivisione mentre a quello superiore ci sono le camere e dei salottini, tutte con travi a vista in stile mansarda. Lo spirito dei ragazzi è sempre stato di grande condivisione ma da quando hanno conosciuto Selene, la dirimpettaia, la convivenza ha avuto una svolta. “Ho lasciato il centro città per trasferirmi in una zona immersa nel verde, in cui non si soffrisse il caldo sudato che fa qui. Sono nata accanto al mare a Cattolica, sulla riviera romagnola e l’umidità che c’è qui mi ha portato a salire in collina.” 

Selene ha 27 anni ed è una grafica. Fa un lavoro che le piace, ma non lo vive come una missione, è piuttosto un mezzo di sostentamento che le serve per avere del tempo libero a cui dedicarsi senza affanno. “Ho conosciuto i vicini perché avevo scoperto tramite le mie coinquiline, che vivevano qui da più tempo di me, che anche loro andavano al concerto di Eddie Vedder. Così abbiamo preso ad attaccarci bigliettini sulla porta. Un giorno ci siamo finalmente conosciuti e poco dopo mi hanno invitato nel loro tour estivo che organizzano ogni anno. Scelgono un paese, prendono la macchina e girano per una ventina di giorni. Così sono andata con loro in Portogallo.” La camera di Selene è piena di libri femministi, romanzi distopici, carte dei tarocchi, un drago in terracotta fatto da lei e piante appese. “Sono felicissima della situazione che abbiamo in casa.

Xenofamiglia è un termine che ho imparato dal manifesto xenofemminista e qui di fatto viviamo davvero una famiglia come quella descritta nel libro. L’idea di dover comprare una casa da sola, indebitarmi con mutuo per poi tornare dal lavoro e stare da sola mi inorridisce.” Lo xenofemminismo è il tentativo di costruire un ‘futuro alieno’ scovare ‘logiche inedite’ e superare le ‘identità naturalizzate’. Per questo anche l’abitazione diventa al centro di questo esperimento, perché è uno spazio che può permettere di vivere relazioni diverse: “Vogliamo mirare a case implementate fatte di laboratori condivisi, di strutture tecniche e media in comune. La casa è matura per la trasformazione spaziale quale parte integrante in qualsiasi processo di futurità femminista,” dice il manifesto. 

“La nostra generazione deve ripensare la famiglia perché quella da cui veniamo fa acqua da tutte le parti”

Nella vita vorrei davvero che un progetto simile divenisse la mia stabilità abitativa. Il problema sono gli spazi. Ci sono case grandi ma non case pensate per famiglie grandi o per più famiglie. Invece l’ideale sarebbe una gestione architettonica degli spazi diversa: una sorta di casa-alveare in cui ci siano più spazi per stare assieme ma anche spazi privati che garantiscano ad ognuno di noi la propria intimità e che siano ben separati da tutto il resto.” Selene per tutta la serata ha ritmato la conversazione con annunci di poderi vicini trovati su Idealista. “Premo molto per concretizzare questo mio progetto. Quelli che mi danno più spalla sono Fede e il Bizzo, soprattutto perché lui ha un grande amore per la terra e l’idea di farci un orto ci entusiasma. Ne parliamo spesso, un po’ per gioco e un po’ davvero. Per me la famiglia nucleare ha fallito e ha privatizzato i problemi, anche quelli educativi. Io non credo di voler avere figli ma voglio essere una zia per loro. La nostra generazione deve ripensare la famiglia perché quella da cui veniamo fa acqua da tutte le parti.”  

Quando Selene è arrivata qui viveva con altre due ragazze che lavoravano come medici a Careggi. “Erano le migliori coinquiline che avessi avuto fino a quel momento. Poi hanno dovuto lasciare la casa per motivi di lavoro allora ho chiesto ai ragazzi se mi aiutavano a cercare qualcuno di affidabile perché ero un po’ preoccupata per questo cambiamento. Così sono arrivate Beatrice, Lisa e Davide. Da quel momento siamo diventati davvero una famiglia. Ogni casa ha le chiavi dell’altro appartamento, nessuno è mai solo e puoi contare sulla presenza dell’altro. Anche solo sapere che c’è qualcuno a casa aiuta moltissimo nella gestione della vita quotidiana.”  Beatrice è una pallavolista e ingegnera. “Io ho fatto il salto dalla famiglia biologica alla famiglia scelta. Prima di questa esperienza non avevo mai vissuto con persone che fossero semplici coinquilini, sono passata dalla famiglia nucleare di appartenenza alla xenofamiglia. Però sicuramente posso dire che qui non manca mai niente. Dal poter liberamente andare dai ragazzi e prendere la macchina del caffè più grande anche se non c’è nessuno, al fare la spesa condivisa, al farti venire a prendere se ti si blocca il motorino. Mi capita in continuazione di lasciare le chiavi a casa perché sono sbadata ma posso dire di non averne quasi bisogno. So sempre che se scrivo sul gruppo della Xeno, almeno uno dei 8/9 sarà disponibile ad aiutarmi.” Anche lei ha un ragazzo che condivide con il gruppo la passione della politica. “Credo che quello che esiste qui sia possibile da vivere anche con un compagno. Se Alberto venisse qua credo che il clima sarebbe comunque ottimo. Con dei figli, beh.. non lo so. Lì si crea un vero e proprio nucleo a sé, forse allora servirebbe un appartamento separato. Non so, forse sarebbe un po’ utopico.”  

Se sia possibile o meno Farla finita con la famiglia è il tema dell’omonimo libro di Angela Balzano. La scrittrice si chiede se il legame così forte tra capitalismo e affetti possa essere spezzato oppure se la famiglia come la conosciamo l’abbiamo assorbita talmente tanto da averla naturalizzata. È stata Beatrice a convincere Lisa a trasferirsi nell’appartamento. “Altrimenti non ci sarei mai venuta. Vivevo da sola in una casa in cui pagavo l’affitto e se penso alla me di dieci anni fa è una cosa che non avrei mai fatto. Ho avuto una relazione lunghissima, di circa 11 anni e conducevo una vita molto meno sociale e socievole. Quando la Bea mi aveva detto di questa occasione mi ci sono avvicinata solo perché sapevo che c’era lei. Allora mi sono presentata alla porta dicendo: Ciao, sono Lisa e ho un gatto con me. Da quando sono qui non ho mai pensato ‘stavo meglio da sola’. Il gatto rosso che tiene in braccio ha la coda da furetto ed è una bestia coccolata da tutta la xeno: “In origine si chiamava Elio ma cambia nome spesso. Per Fede è Olio, per Selene è Sgrufi. Una nostra amica lo chiama Palmiro perché è rosso e allora lo chiama come Togliatti.” Il gatto è una presenza che dà calore alla famiglia,  passa tra le braccia di tutti: “Forse ci manca solo l’interspecie per essere davvero una xenofamiglia. Siamo tutti della stessa età e non abbiamo una forte differenza generazionale. Mi piace pensare che qui si è avverato almeno un po’ quello che dice Donna Haraway,”  afferma Selene, “Abbiamo costruito parentele.”

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